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mercoledì 16 settembre 2026

La mappa del mondo ci ha mentito

 
Nel mio studio (non) ovale ho una mappa gigante della National Geographic Pacifico centrica di cui vado fiero, presa a Londra. Solitamente invece abbiamo quelle "normali" con l'Europa al centro. Questo per dire che mi sono sempre piaciuti i punti di vista differenti, anche in geografia. 
Guardiamo una cartina geografica e pensiamo di guardare il mondo. In realtà stiamo guardando una delle sue tante possibili rappresentazioni. Sembra una distinzione da fissati della geografia, ma basta fare una cosa semplicissima per accorgersene: prendere una cartina e chiedersi perché la Groenlandia sembri enorme quasi quanto l'Africa. Non lo è. L'Africa è circa quattordici volte più grande della Groenlandia. Eppure siamo cresciuti vedendole rappresentate in modo apparentemente simile. Non è un errore del cartografo e nemmeno un complotto geografico: è il risultato di una scelta matematica. E in queste settimane la questione è tornata sorprendentemente d'attualità perché il 4 settembre 2026 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato con 164 voti favorevoli, uno contrario e sei astensioni una risoluzione che incoraggia l'utilizzo di proiezioni capaci di rappresentare in modo più corretto le dimensioni relative dei continenti, citando in particolare la proiezione Equal Earth. Il problema nasce da una cosa apparentemente banale: la Terra è una sfera e una carta geografica è piatta. Non si può trasferire perfettamente una superficie curva su un foglio senza deformarla. Qualcosa deve necessariamente cambiare: le superfici, le forme, le distanze oppure le direzioni. Non esiste quindi la "mappa perfetta". Esistono mappe progettate per scopi diversi. La famosa proiezione di Mercatore, elaborata da Gerardus Mercator nel 1569, fu pensata soprattutto per la navigazione. Ha una caratteristica fondamentale: permette di rappresentare le rotte a direzione costante in maniera particolarmente utile ai navigatori. Il prezzo da pagare è che le terre vengono progressivamente ingrandite man mano che ci si avvicina ai poli. E così la Groenlandia diventa gigantesca, il Canada sembra quasi spropositato e l'Europa assume dimensioni che il nostro cervello finisce per considerare normali. L'Africa invece, trovandosi molto più vicina all'Equatore, appare relativamente piccola. Se prendiamo una cartina di Mercatore e la confrontiamo con una rappresentazione che conserva correttamente le proporzioni delle superfici, il risultato è quasi straniante. Il continente africano improvvisamente sembra molto più grande di quello che ricordavamo. E non è perché qualcuno lo abbia "ingrandito": è perché per una volta non lo stiamo rimpicciolendo. La cosa interessante è che Mercatore non aveva progettato una mappa per insegnare alle persone quanto fossero grandi i continenti. Aveva risolto un problema pratico della navigazione. Per quello scopo la sua proiezione era straordinariamente utile. Il problema è arrivato molto dopo, quando quella stessa rappresentazione è diventata una sorta di immagine mentale standard del pianeta. L'abbiamo appesa nelle scuole, stampata sugli atlanti, utilizzata nei libri e poi trasferita sul mondo digitale. La proiezione Web Mercator è diventata infatti uno standard di fatto per le mappe online, perché funziona molto bene con le mappe interattive e permette di spostarsi e fare zoom in maniera efficiente. E qui arriva la parte che trovo più interessante: una mappa non è mai soltanto una fotografia del territorio. È una scelta su cosa vogliamo vedere bene. La storia della cartografia lo dimostra benissimo. Nel 1154 il geografo arabo al-Idrisi realizzò per il re normanno Ruggero II di Sicilia una delle più importanti rappresentazioni geografiche del Medioevo. La sua carta aveva il Sud in alto e il Nord in basso. Per noi appare immediatamente "sbagliata", perché siamo abituati all'esatto contrario. Ma non esisteva nessuna legge naturale secondo cui il Nord dovesse stare sopra. Era una convenzione. Nella cartografia islamica medievale l'orientamento con il Sud in alto era tutt'altro che strano, e nella carta di al-Idrisi la Mecca assumeva una posizione centrale e particolarmente importante. Ancora prima, molte mappe europee medievali non avevano nemmeno l'obiettivo di essere strumenti geografici nel senso moderno del termine. Alcune erano soprattutto rappresentazioni religiose e simboliche del mondo. La celebre mappa di Hereford, per esempio, era concepita come una rappresentazione della storia cristiana più che come una guida per attraversare l'Europa. Il punto non era sapere con precisione quanto fosse distante Parigi da Roma: il punto era rappresentare il mondo secondo una determinata visione religiosa. Anche il concetto di "centro del mondo" è quindi meno innocente di quanto sembri. Mettiamo l'Europa al centro e ci sembra normale. Mettiamo l'Asia al centro e improvvisamente cambia tutto. Mettiamo il Pacifico al centro e l'Europa finisce ai margini della carta, in alcuni casi divisa addirittura in due. Non è cambiata la Terra. È cambiato il modo in cui l'abbiamo tagliata. E la storia continua ancora oggi. La risoluzione approvata dall'ONU non vieta la proiezione di Mercatore e non stabilisce che da domani tutte le carte geografiche del pianeta debbano essere sostituite. Il testo riguarda soprattutto finalità educative e di consapevolezza e riconosce esplicitamente che ogni proiezione comporta dei compromessi. La stessa risoluzione chiarisce che non modifica questioni relative a confini, sovranità o status territoriale. La proposta che ha ricevuto il sostegno dell'Assemblea è la Equal Earth, una proiezione sviluppata nel 2018 che cerca soprattutto di mantenere corrette le proporzioni delle superfici. Ma anche questa non è "la vera mappa del mondo". È semplicemente una mappa costruita per rispondere meglio a una domanda precisa: quanto è grande davvero una parte della Terra rispetto a un'altra? Se invece dobbiamo tracciare una rotta navale, abbiamo bisogno di altre proprietà. Se vogliamo rappresentare correttamente le distanze, ne servono altre ancora. Se vogliamo una carta del mondo che abbia una forma gradevole e facilmente leggibile, probabilmente faremo un altro compromesso. È una cosa che vale la pena ricordare anche quando usiamo Google Maps. Noi siamo ormai abituati a pensare alle mappe come a qualcosa di oggettivo e quasi magico. Il telefono sa dove siamo, vede la strada, ci dice dove girare e sembra mostrarci il territorio così com'è. In realtà anche lì dietro ci sono proiezioni, sistemi di coordinate, algoritmi, semplificazioni e scelte grafiche. La tecnologia ha reso le mappe infinitamente più comode, ma non le ha trasformate in una copia della realtà. Forse è proprio questa la cosa più affascinante della faccenda. Una carta geografica è un po' come una fotografia: ci sembra di vedere la realtà, ma qualcuno ha deciso da dove guardarla, cosa includere, cosa escludere, quale scala utilizzare e quali caratteristiche mettere in evidenza. Una mappa non mente necessariamente. Sceglie. E questa consapevolezza cambia parecchio il modo in cui possiamo guardarla. La prossima volta che vedremo la Groenlandia gigantesca accanto all'Africa non sarà necessario indignarsi contro Mercatore, né buttare nel cestino tutti gli atlanti di casa. Possiamo semplicemente ricordarci che quella carta sta facendo bene il lavoro per cui era stata progettata. E che se vogliamo capire quanto è grande davvero il mondo, forse dobbiamo cambiare mappa. Alla fine, è una lezione piuttosto bella: per secoli abbiamo cercato di rappresentare il mondo su un foglio. Abbiamo costruito mappe sempre più precise, inventato proiezioni, coordinate, satelliti e sistemi GPS. Eppure il problema fondamentale è rimasto lo stesso del primo cartografo che ha provato a disegnare la Terra: non possiamo mettere una sfera su un piano senza modificarla. Possiamo soltanto decidere come modificarla.

domenica 6 settembre 2026

Elba, non solo spiagge #31 (Strega e Volterraio)

 
Nuovo giorno, nuovo trekking. Ed anche oggi una lotta contro il caldo. Da Rio Elba, giro in paese e per gli storici lavatoi, poi direzione Eremo di Santa Caterina. Da qui saliamo per intercettare l'innesto della onnipresente GTE per salire la cima del Monte Strega. Cresta fino al bivio della strada del Volterraio. Ma niente ci ferma e saliamo anche alla fortezza per un secondo suggestivo trekking panoramico. Una volta sistemati e riprese le nostre cose visita a Portoferraio e ritorno a casa. 

sabato 5 settembre 2026

Elba, non solo spiagge #30: Monte e Mare

 
Uno dei miei cavalli di battaglia preferiti come escursioni qui all'Elba è l'anello scelto per oggi. Percorso completo, non troppo lungo, ma neanche esauribile in pochi istanti, bel dislivello senza stramazzare, roccette, bosco, panorami mozzafiato, una cima, un santuario, un paese, una spiaggia. Insomma si può avere e fare di tutto partendo da Porto Azzurro e salendo verso il collegamento con la GTE passando dal Conad e dall'Arrighi per poi arrivare a Cuore e Terra. Proseguiamo dopo una lunga e asfissiante salita verso la Croce seguendo il famoso 205 ed ammirando roccette e caprette. Discendiamo via bosco a zig zag e piccola sosta al Santuario del Monserrato e poi via dritti per il mare e un tuffo alla spiaggia di Barbarossa. Infine di nuovo a Porto Azzurro attraverso la passeggiata Carmignani. Serata a Rio Marina.

venerdì 4 settembre 2026

Elba, non solo spiagge #29 (giro in scooter)

 
Dopo aver condiviso il traghetto con niente popò di meno che Giani, avevo voglia di tornare in continente. Ma ormai ero al di là del canale e ho deciso di continuare con il piano A. Lo racconterò velocemente perché domani mi aspetta un lungo trekking ed ho già sonno. Tocchiamo in un unico pomeriggio alcuni dei punti nevralgici dell'isola. Dopo essere scesi a Rio Marina, saliamo a Rio Elba presso Casetta degli Aranci dove posiamo quasi tutti i nostri averi. Da lì inizia il tour su due ruote con il Volterraio, Portoferraio, Procchio, Marciana Marina, Poggio, Marciana, Patresi, Chiessi, Pomonte, Fetovaia, Seccheto, Cavoli, Marina di Campo, Lacona ed infine Capoliveri. Qui aperitivo e quindi cena per poi riprendere in notturna con Porto Azzurro e chiudere l'anello con Rio.

(poche foto perché guidavo) 

martedì 25 agosto 2026

Pirenei e Gole del Verdon, ritorno a Piomba

 
Dopo 3660,5 km in auto e ben 261 km a piedi si conclude questa lunga avventura tra Pireni e Verdon. Grandi distanze, ma anche grandi percorsi. Per quanto riguarda l'impostazione della vacanza è stata concepita con uno stop in Provenza per non avere troppe ore di auto consecutive, le valli spagnole di Benasque e Torla sui Pirenei e la quelle francesi di Gavernie e Sain Lary Soulen, per poi ridiscendere gli ultimi giorni nuovamente nel Verdon, spezzando il viaggio con un giorno di riposo storico culturale ad Albi. Bella esperienza, tutta n solitaria e totale autonomia. Ecco la lista dei (principali) trekking giornalieri con voto da 1 a 5
 
  • Col de l'Ane 13,61 km +806m (4/5)
  • La Roqueta 8,15 km +102m (2/5)
  • Anello Ibonet 16,45 km +985m (3/5)
  • Benasque 22,61 km +1283m (4/5)
  • Camino del Solano 8,59 km +375m (2/5)
  • Cola Caballo 22,41 km +787m (4/5)
  • Faja Recon 19,65 km +603m (3/5)
  • Bujaruello 19,20 km +469m (2/5)
  • Cirque de Gavarnie 16,85 km +885m (4/5)
  • Plan d'Adet 13,61 km +1175m (1/5)
  • Neouvielle Tour 11,63 km +496m (4/5)
  • Sentier d'ocre 3,7 km +55m (1/5)
  • Sentier Bodin 18,36 km +912m (3/5)
  • Blanc Martel  18,47 km +875m (4/5) 
 

lunedì 24 agosto 2026

Sentiero Blanc Martel sul Verdon

 


Ultimo giorno di vacanza, domani si torna a casa, e ultimo trekking. Sensazionale. Faccio il celebre sentiero Blanc-Martel sfruttando la navetta, che va prenotata in anticipo, e che da La Palud-sur-Verdon porta al Chalet de la Maline, punto di partenza del percorso, per poi venirti a riprendere nel pomeriggio al Point Sublime, dall'altra parte del canyon. Il sentiero prende il nome da Isidore Blanc, maestro di scuola di Rougon, e Édouard-Alfred Martel, celebre speleologo, i due esploratori che per primi lo percorsero nel 1905, prima che il Touring Club di Francia lo tracciasse ufficialmente nel 1928.

Il percorso è molto vario, con una grande discesa iniziale che porta dritti nel cuore del canyon, poi cenge scavate nella roccia, viste mozzafiato sul Verdon che scorre sul fondo, e ben tre gallerie da attraversare, frontale d'obbligo, tra cui il celebre couloir Samson. Numerose salite si alternano alle discese lungo tutto il tragitto, che segue il corso del fiume ora a livello dell'acqua, ora sospeso più in alto sulle pareti del canyon. Con qualche deviazione in più il conto finale supera i diciotto chilometri e va ben oltre gli 800 metri di dislivello complessivo, una vera traversata più che una semplice camminata.

Chiudo così, felice, l'ultimo trekking di questo viaggio lunghissimo tra Provenza e Pirenei, con uno dei percorsi più belli e spettacolari di tutto il Verdon. Non potevo scegliere modo migliore per salutare queste montagne prima di rimettermi in macchina domani, direzione casa.

Album fotografico Sentiero Blanc Martel sul Verdon 

domenica 23 agosto 2026

Rougon, Castellane e Trigance

 


Giornata a metà tra cultura, escursioni e pieno relax. Da La Palud-sur-Verdon mi dirigo alla vicina Rougon, uno dei luoghi di riferimento in tutta la zona per osservare i grandi rapaci del Verdon. Da qui,  oggi vola una colonia di oltre trecento coppie di grifoni, ma io non ne ho visto neanche uno. Neppure facendo il verso di richiamo. Mi godo un po' di birdwatching improvvisato, ma un po' so ciecato, un po' c'è il sole in fronte se guardo dove dovrebbero planare e sinceramente non mi appaiono. Vedo per tre o quattro gatti. Poi mi rimetto in marcia verso Castellane, percorrendo una strada bellissima, tutta curve e canyon, che segue da vicino il corso del Verdon.

A Castellane mi prendo il tempo di girare le viuzze del centro storico, prendere qualche regalino da portare a casa, e poi affrontare un mini trekking, con una salita niente male, fino alla chapelle Notre-Dame du Roc, arroccata su uno sperone calcareo che domina il paese da quasi duecento metri d'altezza. Il sentiero costeggia gli antichi bastioni medievali passando accanto alla Tour Pentagonale, tra oratori di pietra che scandiscono la salita quasi come una piccola via crucis, fino ad arrivare in cima, dove la chiesetta esiste fin dal Duecento anche se l'aspetto attuale risale solo alla fine dell'Ottocento. Da lassù il panorama è di quelli che ripagano ogni goccia di sudore, con Castellane raccolta ai piedi della rupe e il Verdon che scorre poco più in là.

Pranzetto in paese, poi un il giro lungo in auto fino a Trigance, dove il mio albergo è dotato pure di piscina, e lì mi concedo un pomeriggio di relax totale, meritato dopo giorni e giorni di sentieri, salite e trasferimenti. A volte anche il dolce far niente ha il suo peso specifico in un viaggio come questo.

Album fotografico Rougon, Castellane e Trigance 

sabato 22 agosto 2026

Cime Barbin e Sentier Bastidon

 


Giornata di oggi epica per quanto riguarda il trekking, ovviamente. Da La Palud-sur-Verdon parto con l'anello che sale fino alla cima di Barbin, per poi chiuderlo con il tratto più panoramico del Sentier du Bastidon. Due anelli in unica escursione. La prima parte è tutta salita, e che salita, un dislivello positivo che sfiora i settecento metri distribuiti su un sentiero che alterna la garrigue riarsa e assolata tipica del Verdon a tratti di bosco ombroso e fresco sul versante nord del Barbin, un contrasto climatico che si sente eccome sulla pelle mentre si sale.

Raggiunta la cima, la discesa verso il Sentier du Bastidon si rivela decisamente più tecnica, sconsigliata a chi soffre di vertigini. Il sentiero scende costeggiando per un lungo tratto il corso del Verdon, regalando uno dei punti di vista più belli di tutta la zona al belvedere di Mayreste, affacciato proprio sul Grand Canyon, prima di rientrare nel cuore vero e proprio del canyon tra pareti di roccia che si stringono sempre di più attorno al sentiero. Qui anche una serie di tratti attrezzati per sicurezza. L'esposizione c'è, ma è più la sensazione di vedere il passaggio da lontano, che una volta che lo si attraversa. 

Il ritorno verso La Palud passa ancora i boschi di pini e faggi che ricoprono la montagna di Barbin, prima di riemergere con belle viste da sotto al paese. La salita infatti non è terminata. Una giornata lunga e completa, che mette insieme salita tosta, discesa tecnica e uno dei tratti più suggestivi che il Verdon abbia da offrire, roccia, acqua e vertigine tutto in un colpo solo.

Album fotografico Cime Barbin e Sentier Bastidon 

venerdì 21 agosto 2026

Roussillon e Sentiero dell'Ocra

 


Parto da Albi che è ancora notte, verso le 5.30, sotto un cielo che non promette esattamente una giornata memorabile. Ha piovuto, c'è nebbia e per parecchio tempo la strada sembra una specie di tunnel grigio senza fine. Il tragitto verso Roussillon è lungo, parecchio lungo, e quando finalmente arrivo ho quasi l'impressione che la Provenza abbia deciso di continuare il maltempo dei Pirenei invece di accogliermi come da cartolina. Nebbia, nuvole basse, colori spenti. Insomma: tanto per cambiare, anche oggi il meteo ha deciso autonomamente il programma. Il Sentiero dell'Ocra apre soltanto alle 13, quindi non ho nessuna fretta. E Roussillon, in fondo, è uno di quei posti in cui la fretta sarebbe comunque un peccato. Il paese è letteralmente costruito sopra l'ocra: il giacimento si trova nel cuore del Parco Naturale del Luberon e già i romani avevano capito che quella terra colorata poteva essere una merce interessante, tanto da esportarla verso Oriente attraverso Marsiglia. Oggi, invece, l'ocra è soprattutto una gigantesca tavolozza. Le facciate di Roussillon sembrano essersi messe d'accordo per sfoggiare tutte le possibili variazioni del colore: rosa, arancio, giallo, rosso, mattone. Diciotto sfumature, dicono. Io non mi metto certo a contarle, ma il risultato è talmente uniforme e allo stesso tempo variopinto da sembrare quasi costruito apposta per le fotografie, anche se con il tempo che è, non rendono affatto. È uno di quei borghi provenzali che rischiano facilmente di diventare una caricatura della Provenza stessa, ma che dal vivo funzionano molto meglio che in foto. Poi finalmente arriva l'ora del sentiero. Le aspettative escursionistiche, diciamo, sono abbastanza modeste: il Sentiero dell'Ocra è più una passeggiata che un trekking, con un percorso semplice tra le vecchie cave a cielo aperto e le pareti di roccia modellate dall'estrazione. Il paesaggio però è da Far West, avrei potuto raccontare di essere in Arizona o nello Utah. Però nel frattempo succede una cosa che non avevo programmato: il cielo cambia completamente. Le nuvole si aprono, compare l'azzurro e improvvisamente quelle pareti rosse e arancioni, incorniciate dai pini, esplodono di colore. Dopo la mattinata grigia è quasi una compensazione personale del meteo. E ancora una volta mi ritrovo a pensare che, nei viaggi, il tempismo casuale spesso riesce a fare meglio di qualsiasi programma. Finita la passeggiata, torno in macchina e riparto. La destinazione è La Palud-sur-Verdon e la Provenza comincia a cambiare di nuovo faccia. L'ocra e i piccoli borghi colorati lasciano spazio a gole, pareti rocciose e paesaggi scavati dall'acqua del Verdon. È un'altra Provenza, molto meno da cartolina e molto più verticale, che mi riporta decisamente nel mio habitat naturale. Da domani, infatti, si torna a camminare sul serio. Dopo qualche giorno tra trasferimenti, borghi e strade panoramiche, ho finalmente davanti altri trekking. E, considerando dove sono finito, direi che la Provenza può smettere di preoccuparsi: non sono venuto fin qui per stare fermo.

Album fotografico (anche qui la WiFi fa onco) Roussillon 

giovedì 20 agosto 2026

Arrivo ad Albi (interludio)

 

Questa mattina lascio i Pirenei. Dalla finestra il contrasto è netto, sopra di me il sole, sotto un mare di nuvole. Sono davvero in alto, tanto che appena parto entro direttamente dentro la nuvola, come se il cielo si fosse abbassato apposta per salutarmi. Il tempo oggi non è un granché, ma è una fortuna non avere trekking in programma. La meta è Albi, per spezzare un po' il viaggio verso la Provenza. Il mio interludio storico culturale. 

Per risparmiare qualcosa e vedere il paesaggio rurale evito le autostrade e carico nuovamente due autostoppiste, molto giovani stavolta. Anche loro vanno proprio ad Albi, per poi spostarsi a un festival teatrale in qualche altro posto che non so bene individuare. Parlano entrambe un inglese abbastanza buono, al mio livello di oltre la sopravvivenza, e così da Tolosa, per quasi un'ora, ci scambiamo un sacco di parole e piccoli insegnamenti reciproci, anche musicali. Ascoltano i Måneskin oltre alla musica francese, il che dice molto su quanto i nostri siano ormai diventati un fenomeno pop trasversale ai confini.

Una volta scaricate a destinazione, parcheggio e inizio a girare Albi. Pranzo veramente delizioso, la prima volta da quando sono in gita che mi capita, con tanto di foie gras (gnam) e continuo a girare per il paese visitando anche la Cattedrale di Santa Cecilia, la più grande chiesa in mattoni al mondo e capolavoro del gotico meridionale, che da fuori sembra quasi una fortezza inespugnabile più che un luogo di culto. Accanto sorge il Palais de la Berbie, antica residenza fortificata dei vescovi , tra le più antiche di Francia, oggi sede del museo dedicato a Toulouse-Lautrec, che custodisce la più grande collezione al mondo dell'artista nato proprio ad Albi, tra dipinti, disegni e i celebri manifesti che rivoluzionarono la grafica pubblicitaria di fine Ottocento. Una mostra dei suoi lavori l'avevo già vista qualche mese fa a Firenze. Proseguo per viottoli vari e trovo numerosi punti di osservazione panoramici lungo il fiume fino alla bellissima vista di Pont Vieux e la discesa fino al Berges du Tarn. 

Album fotografico Albi 

mercoledì 19 agosto 2026

Tour dei cinque laghi e Gouffre d'Esparros, Pirenei

 

Ultimo giorno sui Pirenei e non potevo che chiudere in bellezza. I paesaggi di montagna che cercavo anche ieri li ho finalmente trovati nella riserva naturale di Néouvielle, con il giro, anzi il tour dei cinque laghi. Parto dal rifugio Chalet d'Oredon e attacco subito la salita tra i pini, un sentiero ripido segnato dai bolli bianchi e rossi del GR10, che porta fino al Col d'Estoudou con una vista già di per sé notevole. Da lì proseguo nel bosco fino al lago di Aumar, che costeggio per un tratto prima di lasciare i segnavia del GR10 e deviare verso il lago di Aubert, e poi scendo in parallelo verso Les Laquettes, una serie di piccoli laghi che costeggio quasi rasente all'acqua.  Continuo la discesa tra i pini, seguendo il fiume nella sua caduta vertiginosa fino al lago di Oredon, dove chiudo l'anello risalendo il breve tratto che riporta al rifugio di partenza. Qui una omelette con i funghi non me la leva nessuno. Me la sono presa con calma, godendomi ogni singolo passo, e sono davvero soddisfatto, la giornata di montagna che cercavo da un po' me la sono presa tutta oggi.

Nel pomeriggio, per non farmi mancare niente, raggiungo il Gouffre d'Esparros, un vero e proprio giardino sotterraneo scoperto nella sua interezza nel 1938 dallo speleologo Norbert Casteret, celebre soprattutto per la quantità e la varietà dei suoi cristalli di aragonite, minerale che qui assume forme che ricordano fiori di pietra, coralli bianchi o piccoli cavolfiori translucidi, cresciuti goccia dopo goccia nell'arco di oltre centosessantamila anni. Dentro si sta sui tredici gradi tutto l'anno, un bel contrasto rispetto al caldo di fuori, e passeggiare tra quelle gallerie silenziose, tra piccoli laghi immobili e colonne di calcite, è un modo perfetto per chiudere le gambe dopo tanti chilometri di sentieri e aprire la mente a un mondo completamente diverso, quello che si nasconde sotto le stesse montagne che ho attraversato in questi giorni.

La gita però è ancora lunga, ma essendo l'ultimo giorno sui Pirenei, questa sera scendo comunque a Saint-Lary-Soulan, dove trovo il paese in festa, tra luci, bancarelle e gente per strada, un piccolo assaggio di vita locale prima di lasciare definitivamente questa catena montuosa che in dieci giorni mi ha regalato davvero di tutto, dal caldo assurdo arrivando dalla Provenza al fresco dei laghi pirenaici, passando per camosci, lupi che poi erano cani, e discese di sassaia che ricorderò a lungo.

Album fotografico stay tuned perché non ho caricato le foto

Edit 13.45

Le sto caricando 

Album fotografico Tour Neouvielle


martedì 18 agosto 2026

Plan d'Adet, Pirenei

 

Oggi parto direttamente da Plan d'Adet, sopra Saint Lary Soule e affronto un bel anello faticoso, un altro migliaio di metri di dislivello sulle gambe che continuano ad accumulare stanchezza giorno dopo giorno. La zona di Saint-Lary è in effetti soprattutto un grande comprensorio sciistico, e questo si sente parecchio lungo il percorso, perché i sentieri per buona parte ricalcano le piste da discesa, ben diverse dai tracciati di montagna più selvaggi che ho macinato nei giorni scorsi. E le salite, con larghi spazi aperti risultano abominevoli e scoraggianti a prima vista. 

Il percorso tocca La Tourette e la Cabane, ma onestamente il posto non mi ha esaltato granché. Non è brutto, intendiamoci, ma manca di quel carattere che avevano gli altri trekking di questo viaggio. Quando arrivi in cima non trovi croci di vetta o punti panoramici che ti fanno dimenticare la fatica, ma gli impianti di risalita, chiusi per la stagione estiva, che tolgono un po' di poesia al momento.

Una giornata più di gambe che di cuore, insomma, ma anche questa serve a completare il quadro di un viaggio che fino a ora mi ha regalato ben altre soddisfazioni.

Nel tardo pomeriggio decido di scendere in auto fino in paese, altrimenti con la teleferica sarei stato impossibilitato a salire per motivi di orario (chiude alle 18.30). Saint Lary è molto viva e piena di gente. Turistica, ma carina. Qui tutti giocano a bocce, petanque in francese. 

Non tutte le foto sono caricate di Album fotografico Plan d'Adet 


lunedì 17 agosto 2026

Le Cirque de Gavarnie, Pirenei

 


Oggi lascio la Spagna e comincia la seconda parte del viaggio: i Pirenei francesi. Il trasferimento da Torla a Gavarnie non è esattamente una passeggiata. La strada attraversa un susseguirsi continuo di vallate, salite, discese e panorami che fanno passare in secondo piano il fatto che, per buona parte del tragitto, io sia semplicemente seduto in macchina. Da Torla scendo verso Broto e Biescas, poi attraverso la zona di Sallent de Gállego e Formigal, prima di entrare definitivamente in Francia dal colle del Portalet. Da lì comincia una delle parti più spettacolari del viaggio: Laruns, il Col d’Aubisque, il Col du Soulor, la discesa verso Argelès-Gazost e poi la valle che porta a Luz-Saint-Sauveur e Gavarnie. Una strada che sembra progettata apposta per ricordarti che i Pirenei non sono soltanto un posto dove andare a fare trekking. Sono anche un gigantesco parco giochi per ciclisti. E infatti ce ne sono ovunque. Ma proprio ovunque. Gente che pedala su queste strade come se fosse una cosa perfettamente normale, mentre io, comodamente seduto in macchina, li guardo e penso che una volta posata aggiungerò la mia fatica alla loro. 

Del resto siamo nel territorio sacro del Tour de France. Il Tourmalet, l’Aubisque, l’Aspin, il Soulor, il Peyresourde: sono nomi che appartengono alla storia del ciclismo e ammetto di averli dovuti cercare incuriosito. E non è soltanto il Tour: anche La Vuelta ha attraversato più volte i Pirenei francesi. Anzi, proprio quest'anno il Tour è passato da queste parti: una tappa è arrivata a Gavarnie-Gèdre, dopo aver affrontato alcuni dei mostri sacri del ciclismo pirenaico. Sull'asfalto compaiono continuamente scritte dedicate ai corridori, ai campioni, alle imprese del passato. A un certo punto ne vedo una che mi fa inevitabilmente sorridere:

FORZA PANTANI.

In mezzo ai Pirenei francesi, a distanza di quasi trent'anni dalle sue imprese, ritrovare il nome del Pirata scritto sull'asfalto è una di quelle piccole cose che raccontano quanto certi personaggi siano diventati patrimonio collettivo dello sport. Pantani, del resto, sulle montagne del Tour ci ha costruito una parte enorme della sua leggenda. Passo davanti al Col d’Aubisque e mi trovo davanti le gigantesche biciclette decorative che celebrano il Tour de France: una specie di piccolo monumento al ciclismo che sembra messo lì apposta per ricordarti dove ti trovi. Finalmente arrivo a Gavarnie. È già pieno di gente. Anzi, pienissimo. Comincio a prepararmi mentalmente a perdere un'ora cercando parcheggio, quando davanti a me succede il miracolo: vedo una macchina che sta uscendo dal parcheggio più vicino possibile alla partenza del sentiero. Non faccio neanche in tempo a formulare il pensiero. Mi infilo. E così posso fare subito quello per cui sono venuto: il Cirque de Gavarnie. Il trekking è semplicemente bellissimo. La parete del circo si apre davanti a me man mano che avanzo e il paesaggio diventa sempre più spettacolare. Il Cirque de Gavarnie è uno di quei posti in cui la fotografia rischia quasi di essere inutile: puoi fare tutte le foto che vuoi, ma dal vivo la dimensione del luogo è un'altra cosa. La cascata, le pareti verticali, i pascoli, le montagne che chiudono la valle. È uno scenario enorme, quasi teatrale. E soprattutto è un ambiente che si presta perfettamente al modo in cui sto vivendo questi giorni: camminare per ore dentro paesaggi che cambiano continuamente, senza dover necessariamente arrivare da qualche parte. Finito il trekking, però, non c'è molto tempo per contemplare l'esistenza. Mi rimetto immediatamente in macchina. Perché Saint-Lary-Soulan non è esattamente dietro l'angolo. E qui la giornata decide di aggiungere un altro piccolo episodio alla collezione. Dietro una curva trovo due ragazzi che fanno autostop. Direzione Lourdes. Sono francesi: lei viene da Grenoble, lui da un posto dalle parti di Andorra che, neanche so riscrivere. La cosa interessante è che sono entrambi completamente fissati con l'atletica leggera. E, soprattutto, sono entusiasti degli italiani. Mi raccontano che i nostri stanno vincendo una quantità impressionante di medaglie e cominciano a esaltare gli atleti azzurri. Io annuisco con grande partecipazione. Il problema è che, di atletica leggera, non so praticamente una sega. Quindi per qualche chilometro cambiamo discorso e sosteniamo una conversazione basata principalmente sui nostri trekking. Li lascio molto vicino alla loro destinazione e riprendo la strada verso Saint-Lary: però non sto esattamente "a Saint-Lary". Sto alla fine della funivia, dove cominciano gli impianti da sci del Pla d'Adet. Il che, è comunque perfetto: domani mattina mi sveglio e sono già praticamente sul posto di partenza del trekking.

PS: non c'è WiFi quindi scrocco una rete aperta che però è lontana almeno duecento metri da casa. Stasera ho caricato le foto. Domani non è detto. 

Album fotografico Cirque de Gavarnie 

domenica 16 agosto 2026

Bujaruello e Laberinto, Pirenei

 

Oggi ultimo trekking sul versante spagnolo dei Pirenei, e devo ammettere che se dovessi stilare una classifica di tutti quelli fatti in questi giorni, risulterebbe il più deludente. Forse perché arrivato per ultimo e carico di aspettative, forse perché troppo simile alla parte extra di ieri lungo il fiume. Sto parlando della valle di Bujaruelo, che per la prima parte, quella che sale un po' in quota lungo la gola scavata dal fiume Ara, è pure divertente, con un breve tratto attrezzato di cavo metallico che regala un po' di brivido, anche se in realtà non presenta vere difficoltà. Il resto però, sempre lungo il corso del fiume e dentro il bosco, è un po' tutto uguale a se stesso.

Si passa anche dal ponte di San Nicolás de Bujaruelo, a un solo arco di tradizione medievale che un tempo segnava la fine di un ospitale per pellegrini e viandanti, oggi ridotto ai resti dell'abside della chiesa, e da lì si prosegue lungo il tracciato che coincide per un buon tratto con il GR-11, il grande sentiero pirenaico che attraversa la catena da un capo all'altro. Lungo il percorso si incontra anche il salto di Carpín, una cascata con più di cento metri di dislivello che precipita a lato della pista. Siccome farlo tutto uguale andata e ritorno mi urtava il sistema nervoso, ho provveduto a creare una sorta di anello fai da te, ma è servito a poco. Ciò non toglie che i panorami montani restano affascinanti, con la valle che si allarga a tratti lasciando intravedere le cime che chiudono il confine con la Francia poco più a nord.

Visto che anche questo l'ho finito in mattinata, e pensando che non piovesse come ieri, ho deciso di andare anche a visitare il Laberinto de los Pirineos. Ho un debole per i labirinti, anche perché sembrano difficili ma in realtà col mio hack riesco sempre a finirli senza problemi. Oggi però c'era il fattore meteo a darmi fastidio, ha iniziato a diluviare e me la son presa tutta, armato solo del cappellino. Lo ho comunque terminato in 32 minuti grazie al mio saggio trucchetto.

Album fotografico Bujaruello e Laberinto 

sabato 15 agosto 2026

Anello del Cotatuero e Faja Recon, Pirenei

 

Oggi la giornata inizia subito con un problema, per fortuna risolto. Come sempre mi sveglio al buio per prendere uno dei primi autobus che salgono a Ordesa, perché l'escursione di oggi prevede di nuovo salite e discese impegnative e voglio affrontarle senza pioggia. Ma quando provo a uscire da Casa Lordán, il portone principale è chiuso a chiave. Sono imprigionato dentro? Cerco un'altra via d'uscita, magari una finestra, ma non trovo nulla. Devo svegliare Manuel, il padrone del bnb, che tra mille scuse e visibilmente imbarazzato per l'accaduto mi apre il portone, e mi dà pure una chiave nel caso dovesse, e perché mai, risuccedere. Corro fino alla fermata e salgo sull'autobus appena in tempo.

Oggi ho in programma di percorrere in quota il versante opposto a quello di ieri, seguendo l'anello del Circo de Carriata e la Faja Racón. Si sale con pendenza costante e diversi tornanti attraverso un bosco di faggi e abeti fino a circa 1.800 metri, un tratto quasi interamente all'ombra, che passa anche da un rifugio libero in legno. Come salita è simile a quella di ieri, ma mi risulta meno impegnativa, forse un po' meno dislivello e qualche tornante in più che alleggerisce lo sforzo, o forse è solo che oggi sono completamente solo lungo questo tragitto meno battuto, e quindi ho una marcia in più.

Arrivato in quota, con il Tozal de Mallo che si staglia imponente da un lato e il Circo de Carriata che si apre alle spalle, ammiro il solito spettacolo mozzafiato e "segno" il territorio, (quando scappa, scappa) prima di imboccare la Faja Racón. Da qui il cammino si fa più comodo, con la vallata di Ordesa che si apre sulla destra e le pareti del Gallinero a fare da quinta sulla sinistra. Evidentemente qualcuno deve aver odorato il mio segnaposto, perché ho la fortuna di vedere a pochi metri un camoscio dei Pirenei che viene a studiarmi e salutarmi. Terminato l'incontro amichevole riprendo il cammino stando sempre attento a dove metto i piedi, perché questo tratto oltre a essere più esposto comporta un paio di traversi che, per quanto larghi rispetto a quelli apuani che sono abituato a percorrere, oggi sono bagnati e quindi scivolosi.

Il paesaggio si apre poi sulla spettacolare cascata di Cotatuero, verso cui scendo gradualmente . Da lì, passando per un altro rifugio libero, il sentiero scende con continuità fino a ricongiungersi alla pradera di Ordesa. Sebbene nel complesso questa sia un'escursione molto più corta rispetto a quella di ieri, questo versante è più tecnico e divertente, con quella Faja Racón che resta uno dei tratti più belli e più esposti di tutto il parco.

Ed a proposito il parco nazionale di Ordesa e Monte Perdido, (since 1918) è uno dei più antichi di Spagna e fa parte, insieme al versante francese del massiccio, di un sito Patrimonio dell'Umanità UNESCO condiviso tra i due paesi, un'area che comprende oltre alla valle di Ordesa anche i canyon di Añisclo, le gole di Escuaín e la valle di Pineta, con il Monte Perdido a fare da spartiacque naturale tra Francia e Spagna. Avendo terminato il percorso abbastanza velocemente, decido di scendere fino a Torla a piedi, tanto è tutto in discesa, non piove, ho le gambe allenate e il tempo a disposizione per godermi un nuovo tratto di circa dieci chilometri aggiuntivi, l'ennesimo regalo di una giornata che, nonostante la partenza complicata, si è rivelata una delle più belle di tutto il viaggio.

Album fotografico Anello del Cotatuero e Faja Recon 

venerdì 14 agosto 2026

Faja Pelay e Cola de Caballo, Pirenei

 

Secondo giorno qui a Torla Ordesa, che già mi aveva incantato con il suo arrivo di ieri sera. Questa mattina, per l'ennesima volta in questo viaggio, sveglia presto, quando per evitare il caldo, quando per evitare la pioggia, ormai ci ho fatto il callo. Prendo il primo autobus che porta al parcheggio di Ordesa, visto che d'estate la strada è chiusa ai mezzi privati proprio per gestire l'afflusso di visitatori, ma stavolta non sono solo. Anzi, arrivo e trovo già una discreta fila di escursionisti che, come me, vogliono partire il prima possibile.

Arrivato alla pradera inizio subito con la frontale accesa perché è ancora buio, e nel bosco lo resterà per un bel pezzo. Dopo il ponte sul fiume Arazas si stacca la senda dei Cacciatori, e da qui parte la salita vera, oltre 600 metri di dislivello concentrati in pochissima distanza, anche se il sentiero fa parecchie svolte che rendono tutto più gestibile del previsto. Arrivo al Mirador de Calcilarruego, incastonato su uno sperone di roccia a quasi duemila metri che dal basso sembrava irraggiungibile, appena in tempo per vedere il sole sorgere sull'altro versante del canyon. Un'esperienza già di per sé bellissima, che vale da sola la sveglia notturna, con la pradera di Ordesa distesa proprio sotto di me e di fronte il circo di Cotatuero con la sua cascata.

Da lì il percorso prosegue lungo la Faja de Pelay, una cengia comoda e priva di passaggi esposti, quasi in piano, da cui iniziano ad aprirsi scorci sempre più ampi, la Brecha de Roland e il Taillón, e poco più avanti le tre cime chiamate le Tres Serols, il Cilindro, il Monte Perdido e il Soum de Ramond, che si stagliano una accanto all'altra a chiudere il fondo valle. Quasi tutto il dislivello positivo della giornata è ormai alle spalle, perché da qui in avanti diventa praticamente una piacevole passeggiata, quasi sempre in discesa costante e mai impegnativa, fino alla Cola de Caballo, la grande cascata che chiude il circo di Soaso e dove, complice l'alta stagione, iniziano a comparire i primi gruppi di turisti saliti dal fondovalle.

Il ritorno segue la via normale lungo il fondo della valle, tra le cascate dell'Estrecho e della Cueva, con una deviazione fino al mirador de los Bucardos sull'altra sponda del fiume, prima di rientrare alla pradera. Concludo i miei ventidue chilometri in meno di sette ore e mi rimetto sull'autobus per tornare a Torla.

E qui, sul pullman, faccio la solita osservazione di questi giorni, tutte queste signore spagnole si sono ridate il profumo pure dopo il trekking e non puzzano, profumano. Io invece ho usato il classico eau de sudór, che rimane sempre il mio inseparabile compagno di viaggio nei sentieri di montagna. A Torla faccio giusto in tempo a mordere il mio bocadillo con jamón serrano che alle 14.15 spaccate inizia il diluvio universale. E non ha ancora smesso. Domani chissà.

Album fotografico Faja Pelay e Cola de Caballo 

giovedì 13 agosto 2026

Camino del Solano, Ainsa e Torla, Pirenei

 

Sesto giorno, giornata di raccordo tra due valli. Lascio Castejón de Sos per raggiungere Torla, dove soggiornerò le prossime quattro notti, ma prima di rimettermi in macchina trovo il tempo per un piccolo trekking extra partendo direttamente dall'hotel, il Camino Solano, un anello tranquillo e piacevole nonostante il pieno agosto, quasi interamente all'ombra tranne il breve tratto lungo la strada, immerso in un ambiente rurale. Il percorso tocca l'ermita del Cueso, la cascata di Liri e l'ermita di Santa Bárbara, una mattinata gradevole per sgranchirsi le gambe prima di una giornata che sarà soprattutto di trasferimento.

Poi si parte davvero, direzione Aínsa, e il tragitto in macchina è bellissimo nonostante i 35 gradi, tra canyon e montagne che accompagnano la strada per tutto il tempo. Ad Aínsa mi fermo il tempo di visitare il piccolo centro storico, uno dei più belli e meglio conservati d'Aragona, arroccato su un promontorio alla confluenza dei fiumi Cinca e Ara. La Plaza Mayor, di origine duecentesca, con i suoi portici e le case in pietra, ha quell'aria di essere rimasta ferma nel tempo, e proprio lì mi fermo per un pranzo veloce, ovviamente con limonata e qualche pincho.

Dopo pranzo riprendo la strada per Torla, che si rivela davvero una chicca, sia il paese che l'accogliente Casa Lordán dove alloggerò. Torla è conosciuta come la porta del Parco Nazionale di Ordesa e Monte Perdido, un piccolo borgo di pietra affacciato sul fiume Ara, con vicoli stretti e case che sembrano non essere cambiate da secoli. Giro un po' per il paese e passo dall'ufficio informazioni per organizzare, salvo maltempo, il trekking di domani. E qui, mentre parlo con l'impiegato, fuori inizia a diluviare sul serio, viene giù di tutto. Resto comunque ottimista, domani partirò molto presto per sfruttare le ore migliori e il fresco della mattina, e in caso di necessità ho già in mente un piano B. Ma al di là del tempo, sono davvero entusiasta della bellezza di Torla e di tutto quello che mi circonda.

Album fotografico Camino del Solano, Ainsa e Torla 

mercoledì 12 agosto 2026

Las Tres Cascadas e Mirador Cerler, Pirenei

 

Altro giro, altra corsa, anzi altro trekking. Oggi, pur essendo tecnicamente più semplice di quello di ieri, ho alzato l'asticella sulla distanza, oltre ventidue chilometri e quasi 1.300 metri di dislivello complessivo. Anche stanotte ha piovuto un po' e stamattina, quando parto da Benasque, ci sono quindici gradi piacevolissimi, la stessa aria fresca e pulita che mi ha accompagnato ieri all'alba. La salita è costante, senza veri strappi, sia nel primo tratto da Benasque verso Cerler, passando dal Mirador del Tozal, sia proseguendo da Cerler verso le cascate.

Cerler è il paese più alto dei Pirenei aragonesi ed è il primo punto fermo della giornata, prima di dirigermi verso le Tres Cascadas, la Mascarada, l'Ardonés e la del Bom, un percorso molto turistico e ben segnato. Fortunatamente anche oggi, , non trovo la calca che spesso caratterizza questo tratto, ma becco fiumi di persone al mio ritorno, che come al solito salgono mentre io scendo. Da qui decido di allungare ulteriormente il percorso rispetto alla traccia originale che avevo preso come riferimento, spingendomi fino al Mirador de Cerler, e qui la salita si fa più ripida perché seguo la strada dritta per dritta sotto la funicolare, una vera direttissima che ripaga la fatica con una vista che vale ogni passo in più. Peccato che al rifugio abbiano solo limonata in lattina (Fanta per giunta). 

Il ritorno segue il camino di Anciles attraverso il bosco, partendo dal parcheggio del Molino, quello della stazione sciistica, più o meno parallelo al torrente Remáscaro. Si entra ad Anciles da sud est (lo so perché era scritto sulla mappa, non sono americano) , attraversando brevemente il centro storico prima di uscire verso la strada che lo collega a Benasque. 

Una giornata lunga ma di quelle che si affrontano bene, tra paesi di quota, cascate e un allungo finale fino al mirador che non era in programma ma che alla fine si è rivelato uno dei momenti migliori di tutto il percorso. La gamba c'è!

Album fotografico Las Tres Cascadas e Mirador Cerler 

martedì 11 agosto 2026

Circular Estós, Pirenei

 


Quarto giorno, e il fulcro di oggi è un trekking vero, il "circular" Estós, Ibonet de Batisielles, Ibón Grande de Batisielles, Ibón de Escarpinosa (da pronunciare come una cantilena in processione) , circa sedici chilometri con mille metri di dislivello. Ieri sera un temporale ha spazzato via un po' di afa e questa mattina, quando parto dal parcheggio di Estós, il termometro segna 13 gradi. Una vera goduria. Affronto la prima parte del percorso, lungo il fiume Estós e poi su tra i boschi verso il Ibonet, con la felpa tecnica a maniche lunghe addosso, e mi godo davvero ogni passo di questa salita iniziale, fresca e regolare. Poi il sentiero cambia carattere e diventa più rognoso, quindi meno godibile, eh eh eh.

Arrivato al primo laghetto, il piccolo Ibonet de Batisielles, incastonato tra prati verdi sotto le pareti delle Agujas de Perramó, decido di percorrere l'anello in senso antiorario seguendo le indicazioni della traccia. Salgo così fino all'Ibón Grande de Batisielles, dove arrivo davvero in solitaria. Non c'è un'anima. Solo io, i monti che circondano il lago e un silenzio di tomba. Qui il turismo è prevalentemente spagnolo, quindi mentre io scendo, loro salgono, e ci si incrocia appena a fine (mia) giornata. 

A proposito di discesa, quella che porta dal Ibón Grande all'Ibón de Escarpinosa è davvero tosta ed epica, soprattutto nel lunghissimo tratto di sfasciume, sassaia e pietrame. Non c'è più una traccia segnata, se non gli omini di pietra che devi individuare o intuire di tanto in tanto, ma tra gruppi di sassi sui sassi non è che aiutino granché a orientarsi. Scendere è reso complicato dal terreno instabile e dal caldo che nel frattempo è tornato a farsi sentire. Se qualcuno arriva su questa traccia da Wikiloc con in programma questa discesa in caso di pioggia o brutto tempo, ci pensi dieci volte prima di affrontarla. All'Ibón de Escarpinosa si arriva anche dall'altro lato, in salita, ed è probabilmente l'opzione più sensata per chi non vuole rischiare sulla pietraia. Anche questo lago merita davvero, con le sue acque che riflettono il Pico Perdiguero e i boschi di pino nero tutt'intorno.

Il ritorno al parcheggio, lungo la discesa normale che ripercorre il valico di Estós, è stato invece riposante, quasi una passeggiata dopo la sassaia. Una giornata di quelle che restano impresse, tra freddo mattutino, solitudine in quota e un po' di sana adrenalina da orientamento.

Album fotografico Circular Estós, Pirenei 

lunedì 10 agosto 2026

Castejon de Sos, Pirenei

 

Terzo giorno, terza avventura, e anche stavolta il viaggio è lungo: da Gréoux-les-Bains a Castejón de Sos si attraversa mezza Francia, ma il vantaggio è che si arriva dritti nei Pirenei senza troppi giri. Superata Tolosa il paesaggio si distende e diventa rilassante, tra colline morbide e un traffico finalmente civile dopo il delirio ligure di due giorni fa. Non faccio fatica ad attraversare il confine, facendo il portoghese: le guardie spagnole credono al mio travestimento e mi lasciano passare. Obrigado. Jack 1 - Sanchez e Meloni 0

Ho scelto Castejón de Sos come base perché costa  meno di Benasque e per i trekking che ho in programma non cambia praticamente nulla in termini di distanza. Il paese in sé non ha niente di particolare, lo giri tutto a piedi in cinque minuti, una specie di Canazei dei Pirenei, ma è conosciuto in tutta la Spagna come la culla del parapendio, con la prima scuola fondata qui nel 1985 e da allora meta di campionati nazionali e internazionali, grazie alla posizione nella valle dell'Esera e alla vicinanza con vette come l'Aneto, che con i suoi 3.404 metri è la cima più alta dei Pirenei. Quelli che credevo fossero storni, son quindi umani che volano. 

Nonostante le oltre sette ore di auto, decido di fare una breve escursione fuori programma andando a esplorare i boschi e la Roqueta, l'eremo che domina il paese da un promontorio roccioso. Praticamente nessun dislivello, e seguo per un tratto il Camino del Esera, che non ho idea di cosa sia ma era ben segnato, giusto per sgranchire le gambe, e faccio otto chilometri. Seguo in parte il percorso del fiume, ammiro i crinali che mi sovrastano e mi spavento quando un lupo mi osserva dalla collinetta. Poco dopo sento fischiare il padrone e capisco che è solo un cane.

Torno con calma al mio Hotel Pirineos, semplice, ma confortevole come un van super accessoriato.

Album fotografico Castejon de Sos, Pirenei