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lunedì 21 settembre 2026

The Protégé (2021)



 Regia: Martin Campbell
Anno: 2021
Titolo originale: The Protégé 
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
Pagina di I Check Movies
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The Protégé (miracolo indovinare gli accenti) è un action thriller del 2021 diretto da Martin Campbell, quello di Casino Royale, con Maggie Q nei panni di Anna, la killer più abile al mondo, cresciuta fin da bambina da Moody, un leggendario sicario interpretato da Samuel L. Jackson dopo averla salvata da un massacro a Saigon in cui perse i genitori. Quando Moody viene ucciso, Anna parte per vendicarlo e finisce invischiata con un altro killer enigmatico interpretato da Michael Keaton, con cui il rapporto tra caccia e attrazione diventa via via più ambiguo.

La prima parte, quella con la bambina salvata da un massacro e cresciuta da un assassino solitario che le insegna il mestiere, sembra quasi un incipit alternativo di Léon, con Moody nel ruolo che fu di Jean Reno, anche se qui il rapporto tra i due resta più professionale e meno malinconico di quello tra Léon e Mathilda. Una volta chiuso questo preambolo però il film si trasforma rapidamente in un classico action di vendetta, con Anna che deve fare fuori il cattivo di turno per motivi che, a pensarci con un minimo di logica, non reggerebbero neanche troppo.

Il tandem tra Maggie Q, decisamente convincente nelle coreografie d'azione, e un Michael Keaton che si diverte parecchio nei panni del villain elegante e ambiguo, tiene comunque in piedi il film anche nei momenti in cui la trama scricchiola, e Martin Campbell sa come girare uno scontro corpo a corpo senza perdere ritmo. Non è un film che lascia il segno, ma per una serata action senza troppe pretese fa il suo lavoro egregiamente.

domenica 20 settembre 2026

Concerto Per Pistola Solista (1970)

 

Regia: Michele Lupo
Anno: 1970
Titolo originale: Concerto Per Pistola Solista
Voto: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
Pagina di I Check Movies
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Film:

Concerto per pistola solista (conosciuto all'estero come The Weekend Murders) è un giallo italiano del 1970 diretto da Michele Lupo, con un cast decisamente misto e internazionale che mescola nomi nostrani come Gastone Moschin e Giacomo Rossi Stuart ad attori stranieri come il soprano Anna Moffo, l'inglese Lance Percival e persino Beryl Cunningham, cantante e attrice guyanese. La trama è un giallo di ambientazione British quasi da manuale, con una famiglia aristocratica inglese che si riunisce per la lettura del testamento del capofamiglia, l'eredità che finisce inaspettatamente tutta a Barbara, la figlia preferita, e a quel punto parte una catena di omicidi in stile Agatha Christie, con il maggiordomo pugnalato per primo e a seguire il resto della famiglia.

È un lavoro decisamente minore nel filone del giallo e del poliziesco all'italiana di quegli anni, girato anche in parte in Inghilterra, nella tenuta di Somerleyton Hall, il che gli dà un'ambientazione più autentica del solito rispetto a tanti gialli nostrani spacciati per stranieri con qualche cartello in inglese. Quello che lo rende più interessante della media è la punta ironica quasi da commedia che attraversa tutto il film, con il sergente Thorpe di Moschin che fa un po' da spalla comica mentre le indagini procedono, un tono leggero che stempera la formula un po' rigida del giallo con delitti in serie.

Nel complesso è un prodotto ben fatto per quello che si propone, con un ritmo che non annoia mai nella sua durata contenuta e una colonna sonora di Francesco De Masi che accompagna bene le atmosfere. Non è certo un capitolo memorabile del genere, ma dentro la sua fascia, quella dei gialli minori dell'epoca fatti con un minimo di cura, si difende benissimo.


 
Edizione: DVD 
Oblivion, che difficilmente delude, con questa uscita numero #12 ci ha riportato un ottimo film con qualità medio alta per l'età ed il formato, traccia audio italiana in stereo ed i seguenti extra:
  • Giallo nel Suffolk (30 minuti)
  • Delitto imperfetti (27 minuti)
  •  Comparazione versione italiana vs internazionale (5 minuti)

venerdì 18 settembre 2026

The Assessment - La Valutazione (2024)

 

Regia. Fleur Fortunè
Anno: 2024
Titolo originale: The Assessment
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
Pagina di I Check Movies
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Mi piacciono quei film di fantascienza che non hanno bisogno di astronavi, battaglie intergalattiche o effetti speciali da centinaia di milioni di dollari per costruire un mondo interessante. The Assessment, esordio alla regia di Fleur Fortuné, appartiene proprio a questa categoria: un film semplice, ambientato quasi interamente in pochi spazi, che attraverso una situazione apparentemente ordinaria riesce a introdurre lo spettatore in una realtà futura decisamente curiosa.

In questo futuro, segnato dal collasso ambientale e da una società che ha scelto di regolamentare praticamente ogni aspetto dell'esistenza, avere un figlio non è più una questione privata. Le coppie devono dimostrare di essere adatte alla genitorialità attraverso una valutazione di sette giorni, durante la quale un'esaminatrice osserva ogni loro comportamento. È quello che succede a Mia e Aaryan, interpretati da Elizabeth Olsen e Himesh Patel, quando nella loro casa arriva Virginia, una donna incaricata di sottoporli a una serie di prove sempre più bizzarre, invasive e destabilizzanti.

Il punto di forza del film è proprio questo meccanismo. Non servono grandi ambientazioni futuristiche per creare inquietudine: basta una casa, una coppia che dovrebbe sentirsi al sicuro e una presenza estranea che, giorno dopo giorno, trasforma l'ambiente domestico in una sorta di laboratorio psicologico. La valutazione diventa un gioco perverso nel quale non è mai chiaro cosa ci si aspetti dai protagonisti e quali siano le regole. Virginia può comportarsi come una bambina, mettere alla prova la pazienza della coppia, provocare reazioni imprevedibili. E più si va avanti, più diventa difficile distinguere un esame ufficiale da una manipolazione emotiva.

L'ambientazione, pur non essendo completamente asettica, può ricordare per certi aspetti Ex Machina di Alex Garland. Non soltanto per la fantascienza contenuta e quasi claustrofobica, ma anche per la presenza di Alicia Vikander, che in quel film interpretava l'indimenticabile Ava. Qui l'attrice veste i panni di Virginia e offre una prova particolarmente efficace, capace di passare dal grottesco all'inquietante con una certa naturalezza. Anche qui la stessa Vikander è dentro ad un esperimento controllato, solo che è in un ruolo invertito. Il confronto con Ex Machina, comunque, si ferma soprattutto alle atmosfere e alla costruzione degli spazi: The Assessment segue una strada diversa, più concentrata sui rapporti umani, sul desiderio di avere figli e sul modo in cui un sistema può arrivare a controllare persino gli aspetti più intimi della vita.

Il film funziona anche perché lascia emergere gradualmente il proprio mondo. Non ci viene spiegato tutto subito, e questo contribuisce a mantenere viva la curiosità. Si intuisce che dietro la possibilità di diventare genitori ci sono regole molto più complesse, una società divisa e un passato che continua a pesare sul presente. La fantascienza rimane soprattutto uno strumento per parlare di controllo, conformismo, maternità e bisogno di sentirsi accettati. Temi interessanti, sviluppati attraverso una storia che non ha fretta di mostrare tutte le proprie carte.

Il problema, almeno per quanto mi riguarda, arriva nella parte finale. Non è tanto il fatto che il film allarghi improvvisamente lo sguardo oltre la casa e mostri qualcosa in più del mondo futuro. Anzi, l'idea di aprire la storia a una dimensione più ampia è comprensibile e, sulla carta, anche interessante. È il modo in cui questa apertura viene gestita a lasciarmi un po' perplesso. Alcuni passaggi sembrano meno solidi rispetto a quello che il film aveva costruito fino a quel momento, mentre certe svolte finiscono per apparire un po' slegate dal percorso precedente. La curiosità rimane, ma la sensazione è che la sceneggiatura faccia più fatica a tenere insieme i diversi elementi proprio quando dovrebbe dare loro un significato complessivo.

The Assessment resta comunque una fantascienza intrigante, con un'idea di partenza efficace, pochi ambienti sfruttati bene e una buona capacità di generare tensione attraverso situazioni assurde ma non così lontane, almeno concettualmente, da alcune ossessioni del nostro presente. Non è un film che rivoluziona il genere, né uno di quelli che riescono a chiudere perfettamente tutte le questioni sollevate. Però ha una sua personalità e, soprattutto, riesce a incuriosire. Peccato che, proprio quando decide di mostrare qualcosa in più, perda parte di quella compattezza che aveva reso così interessante la prima metà.
 
 

mercoledì 16 settembre 2026

Lady Vendetta (2005)

 

Regia: Park Chan-wook
Anno: 2005
Titolo originale: Chinjeolhan Geum-ja-ssi (친절한 금자씨
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.5)
Pagina di I Check Movies
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Film:
Lady Vendetta (conosciuto anche come Sympathy for Lady Vengeance) è il film del 2005 diretto da Park Chan-wook che chiude la sua trilogia della vendetta , iniziata con Mr. Vendetta nel 2002 e proseguita con Oldboy l'anno successivo. Protagonista è Geum-ja, interpretata da Lee Yeong-ae, una donna dipinta dai media come un mostro dopo essere stata condannata per l'omicidio di un bambino di sei anni. Passa tredici anni in carcere, dove pianifica nei minimi dettagli la propria vendetta, che una volta uscita mette in atto contro chi l'ha realmente incastrata, il signor Baek, interpretato da Choi Min-sik, lo stesso attore che avevamo visto nei panni del protagonista di Oldboy.

Se Mr. Vendetta era spietato e senza vie di fuga, e Oldboy costruiva la sua vendetta attorno a un mistero da svelare, qui Park Chan-wook sposta il baricentro sul femminile e su un registro quasi spirituale, sommando i temi dei due capitoli precedenti, il rapimento e la prigionia, dentro un'unica figura di madre a cui è stata sottratta la vita. Stilisticamente il film è vicinissimo a Oldboy più che al rigore quasi documentaristico di Mr. Vendetta, con una fotografia curatissima e un montaggio che gioca parecchio con i salti temporali, alternando presente e flashback in modo tutt'altro che lineare.

Ed è proprio qui che il film comincia a scricchiolare. La cura formale è fuori discussione, i campi lunghi e la colonna sonora delicata costruiscono un'atmosfera elegante, quasi ovattata, ma la scelta di raccontare la vicenda per frammenti finisce per rendere la storia più confusa del necessario, con un ritmo che nella parte centrale rallenta fino quasi a spegnersi. Si resta catturati dall'estetica, ma più di una volta ci si sorprende a perdere il filo di chi sia chi e di quando stia succedendo cosa, un difetto che i primi due capitoli della trilogia non avevano.

Il film si riprende alla grande nell'ultima mezz'ora, quando la vendetta si materializza in un processo sommario ai danni del colpevole, orchestrato insieme ai genitori delle altre vittime di Baek. È il momento in cui Park Chan-wook torna a essere quello spietato e lucido che conosciamo, capace di mettere in scena la violenza senza sconti ma anche senza compiacimento gratuito, e in cui il senso ultimo dell'opera, il rifiuto di dividere nettamente il bene dal male, trova finalmente una forma compiuta.

Nel complesso Lady Vendetta resta il capitolo meno riuscito della trilogia, quello che paga di più la ricerca di raffinatezza a scapito della tenuta narrativa, ma anche l'unico che prova a spostare il discorso sulla vendetta verso un territorio più ambiguo, quasi catartico, lasciando aperta la possibilità di una redenzione che nei primi due film era del tutto assente. Non il miglior Park Chan-wook, ma un finale degno per chiudere un percorso che ha ridefinito il genere.

Edizione: 4K e bluray
Edizione bellissima e adesso a prezzi davvero sostenuti della Midnight Factory. Custodia in cartoncino rigido con un artwork e all'interno alloggiamento a libro, sempre rigido con artwork differente. Oltre ai due dischi, 4K e bluray trovano posto una cartolina da collezione della Midnight Classics ed un booklet a colori di 22 pagine. Qualità video impeccabile e per entrambi i dischi traccia audio italiana in DTS HD Master Audio 5.1, mentre gli extra sono tutti contenuti nel disco bluray (nel 4K abbiamo solo il commento audio):
  • Commento audio del regista Park Chan-wook e dell'attrice Lee Young-Ae
  • Making of
  • Interviste a: Lee Young-Ae, Choi Min-Sik, le detenute, i familiari delle vittime 
  • Lo stile di Lady Vendetta: la fotografia, costumi e make up, gli effetti speciali, la computer grafica, la scenografia. 
  • Get together - Film a confronto 
  • Lady Vendetta a Venezia 
  • Park Chan-wook: fotografo sul set 
  • Scene alternative con commento
  • La vendetta secondo Kim Newman 
  • Trailer 


domenica 13 settembre 2026

Ultima Notte A Soho (2021)

 

Regia: Edgar Wright
Anno: 2021
Titolo originale: Last Night In Soho
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.0)
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Ultima notte a Soho è il film del 2021 diretto da Edgar Wright, il regista della trilogia del Cornetto e di Baby Driver, che qui abbandona la comicità per infilarsi in un thriller psicologico venato di horror. Protagonista è Eloise, aspirante stilista appena arrivata a Londra, interpretata da Thomasin McKenzie, che scopre di poter in qualche modo entrare in contatto con gli anni Sessanta, dove incrocia Sandie, aspirante cantante interpretata da Anya Taylor-Joy. Nel cast anche  nel suo ultimo ruolo prima della morte, Diana Rigg.

Il film parte da premesse interessanti, il contrasto tra la Londra swinging idealizzata da Eloise e quella reale, molto più sporca e pericolosa, e per un bel pezzo regge grazie a un'estetica curatissima e a un montaggio che gioca con gli specchi tra le due protagoniste. Il problema è che, a conti fatti, stenta a decollare. Pur potendoci stare qualche segno onirico, tutto risulta troppo fantastico e senza alcun motivo apparente, come se Wright si fosse innamorato dell'idea visiva senza preoccuparsi troppo di darle una logica interna solida.

Il risultato è un thriller casuale e non spiegato, che accumula suggestioni e colpi di scena senza mai chiarire davvero le regole del proprio mondo. Resta un film piacevole da guardare, elegante nella forma, ma che alla fine lascia la sensazione di aver visto tanta atmosfera e poca sostanza.

venerdì 11 settembre 2026

Murder-Set-Pieces (2004)

 

Regia: Nick Palumbo
Anno: 2004
Titolo originale: Murder-Set-Pieces
Voto e recensione: 3/10
Pagina di IMDB
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Film:

Murder-Set-Pieces è uno slasher psicologico americano del 2004, scritto, prodotto e diretto da Nick Palumbo, con Sven Garrett nei panni di un fotografo di moda con un'infanzia devastante alle spalle che di notte gira per Las Vegas rapendo, torturando e uccidendo prostitute e non solo. Basta siano donne. Anzi, femmine. Nel cast ci sono anche alcune facce storiche dell'horror come Tony Todd (Final Destination) e Gunnar Hansen, quello di Non aprite quella porta, buttate lì più come omaggio ai fan del genere che come reale valore aggiunto alla storia. Il film si è guadagnato negli anni una fama piuttosto sulfurea, arrivando a essere bandito in uscita DVD nel Regno Unito per l'eccesso di violenza.

Ed è proprio questo il problema di fondo, un horror di serie inferiore, che cerca di avere una trama che vada oltre alle scene di violenza, ma risulta una sequenza, anche troppo lunga, di queste. Sangue, mutilazioni, torture, nudità, tutto quello che ci si aspetta da un prodotto che vuole essere il più estremo possibile finisce per diventare un elenco ripetitivo più che un racconto. I dialoghi sono sterili e il doppiaggio svogliato, anche io sarei stato poco tentato a metterci impegno su un copione così. La colonna sonora hard rock non aiuta, con tracce troppo lunghe che appesantiscono ulteriormente ritmo già di per sé fiacco.

Fotografia e montaggio sono in realtà migliori rispetto a tanti altri prodotti dello stesso filone, ma restano comunque nel limbo del brutto, senza mai davvero risollevare il livello complessivo. Alla fine resta un film che vuole scioccare a tutti i costi e che, nel farlo, dimentica di costruire qualcosa che valga la pena guardare oltre lo shock stesso.

 
Edizione: DVD
Edizione non di semplicissima reperibilità, ma con traccia italiana stereo e come extra:
  • Trailer 

giovedì 10 settembre 2026

The Belko Experiment - Chi Sopravviverà? (2016)

 

 
Anno: 2016
Titolo originale: The Belko Experiment
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.2)
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The Belko Experiment è un horror action del 2016 diretto da Greg McLean, ma soprattutto scritto e prodotto da James Gunn, quello di Guardians of the Galaxy, che in origine voleva dirigerlo lui stesso ma ha preferito lasciare ad altri il compito di girare tante scene così violente. Il soggetto è semplice e cattivo: ottanta impiegati americani, chiusi nel grattacielo della Belko Industries a Bogotá, si ritrovano intrappolati dopo che una voce misteriosa dagli altoparlanti ordina loro di uccidersi a vicenda, pena l'esplosione dei chip che tutti hanno impiantato nella nuca.

Il paragone che viene naturale è con Battle Royale, e non è un caso, visto che nel trailer risuona addirittura lo stesso Requiem di Verdi. Paragone comunque impietoso secondo me. Qui però il contesto da ufficio, con fotocopiatrici, distributori automatici e riunioni che si trasformano in tribunali sommari, dà tutto un altro sapore alla cosa, quasi una satira feroce della vita da colletti bianchi portata alle estreme conseguenze. Il cast è pieno di facce note in ruoli minori, da Michael Rooker a John C. McGinley, il dottor Cox di Scrubs, ma il protagonista è John Gallagher Jr., che regge bene il ruolo dell'impiegato modello costretto a diventare qualcos'altro pur di sopravvivere.

Il film non si perde in troppi preamboli, parte subito forte e non si tira indietro sul gore, ma proprio per questa fretta di arrivare al dunque finisce per trascurare gli sfondi e le motivazioni, restando più un esercizio di tensione ben congegnato che un'opera che lascia il segno. Si guarda in fretta, novanta minuti scarsi, e si dimentica altrettanto in fretta, ma nel mentre la carneficina fa il suo mestiere.

mercoledì 9 settembre 2026

La Fratellanza (2017)

 

Regia: Rica Roman Waugh
Anno: 2017
Titolo originale: Shot Caller
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.3)
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La fratellanza (titolo originale Shot Caller) è un thriller carcerario del 2017 diretto da Ric Roman Waugh, con Nikolaj Coster-Waldau nei panni di un uomo d'affari di Pasadena che finisce dietro le sbarre dopo un incidente d'auto in cui muore un amico. In galera, per sopravvivere, si allea con la fratellanza ariana e si guadagna il soprannome di Money, salendo di grado fino a diventare uno dei pezzi grossi della banda. Quando esce, però, scopre che quella vita non si chiude semplicemente varcando il cancello del carcere.

Quello che mi ha convinto di più è la struttura a doppio binario, con il presente e il passato che si intrecciano continuamente, mostrando il prima e il dopo dello stesso uomo. Coster-Waldau sparisce completamente dentro un personaggio duro, silenzioso, che si trasforma fisicamente e psicologicamente scena dopo scena. Jon Bernthal, che ritrovo sempre volentieri, fa da spalla credibile in un ruolo secondario ma ben scritto.

Il film non inventa nulla di nuovo nel genere carcerario, la parabola dell'uomo perbene costretto a diventare qualcun altro per sopravvivere l'abbiamo vista in tante salse, ma la messa in scena è secca, senza fronzoli, e non cerca mai la scorciatoia della redenzione facile. È un film che pesa, non ti lascia leggero, e proprio per questo funziona.

lunedì 7 settembre 2026

Europa '51 (1952)



 Regia: Roberto Rossellini
Anno: 1952
Titolo originale: Europa '51
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.4)
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Alcuni film invecchiano male. Altri, semplicemente, cambiano significato mentre invecchiamo noi. Europa ’51, diretto da Roberto Rossellini nel 1952, appartiene alla seconda categoria. È un film profondamente figlio del dopoguerra, della povertà italiana, delle macerie materiali e morali lasciate dal conflitto. Eppure, guardato oggi, continua a porre una domanda tutt'altro che sepolta nel passato: quanto siamo disposti a vedere davvero il dolore degli altri, prima di considerarlo un problema che non ci riguarda?

La protagonista è Irene, interpretata da Ingrid Bergman, una donna dell'alta borghesia che vive a Roma una vita agiata e apparentemente perfetta accanto al marito, un uomo d'affari. La sua esistenza viene sconvolta dalla morte del figlio dodicenne, che accade dopo essersi sentito trascurato dai genitori ed aver tentato il suicidio. È il trauma che manda in frantumi il mondo di Irene. Ma Rossellini non è interessato soltanto al lutto. Gli interessa ciò che quel lutto produce.

Irene comincia a guardare ciò che prima non vedeva: la povertà, la prostituzione, la malattia, la marginalità, la delinquenza, le periferie romane. Inizia ad aiutare concretamente le persone che incontra, fino a trasformare completamente la propria esistenza. E qui Europa ’51 smette di essere semplicemente la storia di una donna sconvolta da una tragedia familiare e diventa qualcosa di molto più ambizioso: un film sulla possibilità, e forse sull'impossibilità, di vivere davvero secondo la propria coscienza.

Rossellini arriva a Europa ’51 dopo aver raccontato la guerra e le sue conseguenze in Roma città aperta, Paisà e Germania anno zero. Ma qui le macerie non sono più soltanto quelle delle città. Sono dentro le persone. Il neorealismo non scompare, ma cambia oggetto. Le borgate romane sono reali, i luoghi sono poveri e spesso abitati da persone comuni. Ed Irene è una figura completamente diversa dagli abitanti delle periferie che incontra. È una donna ricca che entra in un mondo che fino a quel momento aveva potuto permettersi di ignorare.

Rossellini mette continuamente a confronto questi due universi. Da una parte ci sono il salotto, il marito, gli amici, le convenzioni sociali, la rispettabilità. Dall'altra ci sono gli appartamenti miseri, gli ospedali, le prostitute, i delinquenti, i malati. Irene attraversa entrambi, ma progressivamente non appartiene più a nessuno dei due. È qui che il film diventa quasi un'indagine sulla società borghese del dopoguerra: una società che ha ricostruito le proprie case molto più velocemente di quanto sia riuscita a ricostruire i propri valori.

La domanda centrale diventa allora inevitabile: Irene è una santa o una pazza? Quando decide di dedicarsi completamente agli altri, le persone che le stanno intorno non riescono più a interpretare il suo comportamento. Per alcuni è una donna straordinariamente buona. Per altri è semplicemente impazzita. E il confine tra santità e follia diventa progressivamente indistinguibile.

Rossellini costruisce così una sorta di via crucis laica. Irene non cerca più il benessere, il successo o la rispettabilità. Cerca qualcosa che non sa nemmeno definire completamente, ma che passa attraverso la sofferenza degli altri. Come dicevo inoltre è un film laico, non religioso sulla conversione: Irene non trova una chiesa nella quale rifugiarsi. Trova gli esseri umani.

C'è poi Ingrid Bergman. E non è un dettaglio. Nel 1952 Bergman è una delle più grandi star internazionali. Rossellini, invece, la immerge progressivamente in un mondo nel quale la sua aura divistica deve scomparire. All'inizio Irene è elegante, sofisticata, perfettamente inserita nella propria classe sociale. Poi, man mano che il suo percorso procede, anche il volto di Bergman sembra cambiare. Il trucco, gli abiti, gli ambienti e soprattutto la relazione con gli altri personaggi la fanno progressivamente diventare meno “vip” e più persona. È una delle operazioni più interessanti del cinema di Rossellini: utilizzare una delle attrici più famose del mondo per parlare proprio della distruzione dell'immagine sociale. La Bergman non è più semplicemente una star che interpreta una donna. È una donna che deve liberarsi della star che porta addosso.

Europa ’51, però, non è un film perfetto. Anzi, probabilmente è proprio la sua imperfezione a renderlo interessante. Rossellini ha idee enormi e spesso le mette in scena con una certa pesantezza. La sceneggiatura tende talvolta a trasformare i personaggi in strumenti di una discussione filosofica. Ci sono momenti in cui Irene sembra più un'idea che una persona. Alcune situazioni sono talmente programmatiche da rendere evidente quello che Rossellini vuole dimostrare. È un limite che impedisce al film di essere emotivamente perfetto: Rossellini non si accontenta di raccontare Irene, vuole che noi capiamo Irene. E quando un regista insiste troppo perché lo spettatore capisca qualcosa, inevitabilmente perde un po' di quella forza misteriosa che il cinema potrebbe avere.

La cosa più sorprendente, però, è che tolto il contesto storico il problema di Irene non è affatto morto. Anzi. Nel 1952 il film raccontava una società divisa tra ricchi e poveri, tra centro e periferia, tra rispettabilità e marginalità. Una società che cercava di ricostruirsi dopo una guerra devastante. Oggi non abbiamo più le stesse macerie. Abbiamo però altre forme di distanza.

Possiamo vivere circondati dalla povertà senza incontrarla davvero. Possiamo sapere in tempo reale cosa succede dall'altra parte del mondo e contemporaneamente non conoscere il nome del vicino di casa. Possiamo vedere quotidianamente immagini di guerre, migranti, senzatetto, malattie e disastri attraverso uno schermo, trasformando la sofferenza in una sequenza infinita di contenuti. Il problema non è più non vedere. È vedere continuamente senza lasciarsi coinvolgere.

Ed è qui che Europa ’51 diventa sorprendentemente contemporaneo. Irene compie il percorso inverso rispetto a quello che facciamo spesso noi: invece di guardare il dolore degli altri attraverso una distanza di sicurezza, decide di entrarci dentro. E naturalmente la società la punisce. Perché aiutare qualcuno è accettabile finché non mette in discussione il modo in cui tutti gli altri hanno deciso di vivere.

Forse il vero bersaglio di Rossellini non è nemmeno la borghesia, né il capitalismo, né la religione. È la normalità. Quella normalità fatta di comportamenti che tutti consideriamo ragionevoli semplicemente perché li fanno tutti. Lavorare, consumare, mantenere una posizione sociale, rispettare le convenzioni, occuparsi della propria famiglia, evitare problemi. Irene rompe progressivamente questo meccanismo. E quando lo fa, la società deve necessariamente trovare una spiegazione. Se non è normale, deve essere pazza.

È una delle intuizioni più moderne del film: forse la società tollera molto più facilmente la cattiveria che la deviazione dalla normalità.

Guardato nel 2026, Europa ’51 può certamente sembrare lento, didascalico e in alcuni momenti persino ingenuo. Ma è anche uno di quei film che non hanno bisogno di essere completamente condivisibili per essere importanti. Rossellini non offre una soluzione. Non dice che Irene abbia ragione in tutto. Non dice nemmeno che basti essere buoni per cambiare il mondo. Fa qualcosa di più interessante: mette davanti allo spettatore una persona che improvvisamente non riesce più a vivere come prima.

E questa è forse la domanda più inquietante del film. Cosa succederebbe se smettessimo davvero di considerare “normale” ciò che ci circonda? Se vedessimo fino in fondo la povertà che normalmente ignoriamo? Se ascoltassimo davvero le persone che normalmente attraversiamo senza guardare? Se il dolore degli altri smettesse di essere “degli altri”?



mercoledì 2 settembre 2026

La Casa Di Fragola (2021)




Regia: Albert Bitney, Kentucker Audley
Anno: 2021
Titolo originale: Strawberry Mansion
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.5)
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Distopia molto particolare, onirica, che ho amato soprattutto per come riesce a fare del basso budget il suo punto di forza, costruendo una scenografia retrò davvero d'impatto. L'ambientazione e l'estetica sembrano fatte a mano, il futuro improbabile richiama l'analogico pastelloso, e visivamente hanno ottenuto una grana sporca, patinata e leggermente distorta, che rimanda proprio al look delle vecchie cassette.

La palette cromatica è vivace, pastello e contrastata, lontana dai toni cupi di molta fantascienza indie contemporanea. Si vedono cieli rosa, interni saturi, oggetti colorati e una scenografia piena di cianfrusaglie e decorazioni d'epoca, tutte accumulate come in un archivio impossibile da riordinare. La casa stessa è arredata con mobili vintage e oggetti di epoche passate, e ne esce un futuro che sembra fermo nel tempo, come un presente alternativo anni ottanta o novanta proiettato in avanti.

Il tutto ha un'atmosfera da fiaba oscura, un collage di sogni dimenticati fatto di animazioni in stop motion, personaggi grotteschi e inquadrature che sembrano quadri animati più che scene di un film vero e proprio. Ci ho visto dentro parecchio Terry Gilliam, quella stessa capacità di rendere l'artigianale spiazzante invece che dozzinale, quel gusto per il grottesco tenero che non fa mai paura sul serio ma resta comunque perturbante. È un mondo sospeso, né pienamente reale né pienamente digitale, dove il vecchio, inteso come formato, come oggetto, come consistenza fisica, diventa la chiave per rappresentare l'inconscio.

Il rovescio della medaglia è che la trama, purtroppo, è un po' deboluccia, e nonostante il film sia breve alcune sezioni, in particolare quelle più oniriche, si allungano decisamente troppo rispetto a quello che hanno da dire. Resta comunque un'esperienza visiva che vale la pena di farsi, di quelle che si guardano più per lasciarsi attraversare dalle immagini che per seguire una vera storia.

martedì 1 settembre 2026

Vivarium (2019)

 

Regia: Lorcan Finnegan
Anno: 2019
Titolo originale: Vivarium
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (5.8)
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Strepitoso (STRE PI TO SO), per me una vera sorpresa senza alcuna aspettativa. Vivarium può iniziare come una commedia, poi passa al dark, ma la vera ossatura di questo nonsense potrebbe essere invece proprio l'horror. Due protagonisti soltanto nella pratica, una scenografia volutamente finta e costruita, un loop labirintico che riesce a sopprimerti anche grazie al ritmo lento accuratamente scelto. Un film che consiglierò anche nelle serate da intenditori per non tirar fuori sempre i soliti titoli.

Dietro la macchina da presa c'è lo sconosciuto Lorcan Finnegan, che con la sceneggiatura di Garret Shanley costruisce quella che di fatto è una fiaba nera travestita da satira immobiliare. I due protagonisti, Gemma e Tom, interpretati rispettivamente da Imogen Poots e da un Jesse Eisenberg volutamente spento e in modalità pilota automatico, si ritrovano intrappolati in un quartiere di villette a schiera tutte identiche. È un'idea semplicissima, quasi da cortometraggio, eppure Finnegan riesce a tirarla per tutta la durata del film senza farla sembrare mai un artificio sfruttato all'osso.

Quello che mi ha colpito è come il film cambi pelle più volte senza mai perdere coerenza. Parte quasi come una commedia sul purgatorio del mercato immobiliare, con un agente talmente fuori scala da risultare comico nella sua inquietudine e infine si scopre molto più pesante e puro nel momento in cui capisci che quella casa, quel prato tagliato con precisione chirurgica, quelle nuvole finte che sembrano dipinte, non sono un incidente ma una trappola pensata apposta. La scenografia lavora proprio su questo, tutto è troppo pulito, troppo simmetrico, troppo finto per essere vero, ed è proprio quella finzione dichiarata a mettere a disagio più di qualsiasi jumpscare.

Il film costruisce tutto sul senso di ripetizione e di trappola da cui non si può uscire, e diventa il veicolo perfetto per parlare di temi più grandi, la routine domestica che si trasforma in prigione, i ruoli imposti dentro una coppia, l'angoscia di sentirsi osservati e privi di controllo sulla propria vita. Finnegan non spiega mai nulla a parole, lascia che sia il non detto a costruire il disagio, e proprio per questo il film resta addosso molto più a lungo di quanto la sua premessa da un'idea sola farebbe pensare. Non è un film che ti dà risposte, è un film che ti lascia lì con l'ansia addosso, e proprio per questo funziona.

domenica 30 agosto 2026

Perfect Days (2023)


 
Regia: Wim Wenders
Anno: 2023
Titolo originale: Perfect Days
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.9)
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Quando ho iniziato a vederlo e ho notato la combo Jappo + Wenders ho capito subito che sarebbe stato un film da moviola. Non avevo tutti i torti, il film è statico e segue la vita apparentemente ripetitiva di un uomo sui sessanta che, single, vive a Tokyo e pulisce i bagni pubblici. La sua esistenza è scandita da una routine meticolosa, un loop senza verve in cui si dedica con semplicità al suo lavoro e a piccoli hobby quotidiani. Di contrasto a questo tipo di vita che annoierebbe anche un eremita, c'è la tranquillità e la serena spensieratezza con cui riesce ad affrontare ogni situazione che gli capita. Mai un lamento, mai autocommiserazione, ma sempre questo accogliere la bellezza nelle piccole cose. Che si tratti di fotografare le fronde degli alberi o di ascoltare musica anni settanta durante il tragitto casa lavoro, il protagonista sembra non sentirne mai il peso. A proposito piccola parentesi, colonna sonora davvero ben studiata e piacevole con The Animals, Patti Smith, Van Morrison e compagnia.

Il protagonista si chiama Hirayama e per buona parte del film Wenders lo lascia praticamente muto, affidando tutto il racconto al volto di Koji Yakusho, che infatti a Cannes ci si è portato a casa il premio come miglior attore, oltre al premio della giuria ecumenica. Ed è proprio lì che sta il trucco del film, se di trucco si può parlare in un'opera così antiretorica. Hirayama non parla quasi mai, eppure capisci tutto di lui dal modo in cui piega gli asciugamani, dal modo in cui sorride guardando in alto tra i rami, dal modo in cui ogni sera prima di dormire legge qualche pagina di un libro comprato usato. È un cinema che chiede fiducia allo spettatore, gli chiede di rallentare, e se sei disposto a farlo ti restituisce parecchio.

Quello che mi ha colpito di più è come Wenders lasci filtrare il passato di Hirayama col contagocce, senza mai spiegarlo davvero. Arriva la nipote Niko, scappata di casa, e attraverso lei intuiamo che la famiglia di origine del protagonista è benestante, che c'è stata una rottura con la sorella, che la scelta di questa vita umile e ordinata è stata proprio una scelta, non un destino subito. Non lo sapremo mai fino in fondo, e va benissimo così. C'è poi il collega Takashi, sempre in affanno tra debiti e conquiste mancate, che funziona da contraltare comico e un po' patetico alla saggezza silenziosa di Hirayama, e c'è Mama, la gestrice del piccolo bar dove lui va a bere qualcosa, che canta in giapponese "The House of the Rising Sun" in una delle scene più delicate del film.

 Hirayama fotografa ogni giorno lo stesso gioco di luce sugli stessi alberi con una vecchia macchina analogica, consapevole che non sarà mai identico a se stesso, e in questo gesto ripetuto c'è tutta la filosofia del film, l'idea che la bellezza non stia nel nuovo ma nella capacità di guardare con attenzione ciò che già c'è. Wenders, che di documentari su Ozu se ne intende avendone girato uno lui stesso anni fa, prende in prestito da quel cinema la stessa fiducia nei silenzi e negli spazi vuoti, la stessa idea che l'inquadratura fissa su un dettaglio quotidiano possa dire più di un dialogo.

Il finale, con il primo piano di Hirayama in auto mentre sul volto gli passano in sequenza gioia e malinconia, mentre in sottofondo canta Nina Simone, è uno di quei momenti in cui il cinema riesce a farti sentire qualcosa senza dirti esattamente cosa provare. Non è un film per tutti, lo confermo, ma se vi mettete comodi e accettate il suo ritmo, Perfect Days è un piccolo gioiello sulla dignità del poco e sulla possibilità di essere in pace con la propria vita anche quando agli occhi degli altri sembra la più piccola e insignificante del mondo.

sabato 29 agosto 2026

In The Grey (2026)

 


Regia: Guy Ritchie
Anno: 2026
Titolo originale: In The Grey
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.3)
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In the Grey, l'ultima fatica di Guy Ritchie, portava con sé la solita promessa: gente elegante che spara, borse di soldi che passano di mano, un gruppo di specialisti che deve recuperare una fortuna rubata da un tiranno di turno. Sulla carta Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni dei due mercenari, Eiza González e Rosamund Pike a completare il cast, tutta gente che con Ritchie ci ha già lavorato altre volte e che quindi dovrebbe garantire un minimo di affiatamento. E invece io l'ho trovato tendente al brutto, senza anima. Come un compitino fatto su commissione da un freelance con partita Iva.

Il problema non è la messa in scena, che resta quella patinata e un po' fighetta a cui Ritchie ci ha abituati da Snatch in poi. Il problema è la struttura della storia, che butta giù basi confusionarie, si prende tutto il tempo per spiegartele mostrandoti quanto siano complicate da risolvere, e poi le liquida con una risoluzione semplicistica. Tipo: abbiamo il cattivo che ha tutti questi ingranaggi di sicurezza ed economici, ma noi siamo più furbi e facciamo in questo modo, così lo freghiamo. Fine. Tutto qui il colpo di genio che dovrebbe reggere novanta minuti di montaggi esplicativi.

E' un film che riassume tutto come farebbe un riassunto automatico, con le fasi dell'estrazione elencate in grandi liste su schermo, ripetute fino alla nausea in montaggi che dovrebbero sembrare tecnici e finiscono per sembrare solo un modo per allungare il brodo. E il risultato, anche lì, è lo stesso: rendere tutto troppo facile per i buoni, come se il film avesse paura di davvero mettere alla prova i suoi personaggi.

Dei personaggi, va detto, resta ben poco comunque. Sono superfici, involucri con la faccia giusta e il completo giusto addosso, ma dentro non c'è nessuno. È il marchio di fabbrica di Ritchie da sempre, e chi lo segue lo sa, ma qui la cosa pesa di più perché la trama stessa chiede di stare al gioco della complessità, di credere che ci sia della sostanza dietro ai piani elaborati, e invece si scopre che è tutto scenografia. Bello da vedere, vuoto da vivere.

giovedì 30 luglio 2026

I Dominatori Dell'Universo (1987)

 

Regia. Gary Goddard
Anno: 1987
Titolo originale: Masters Of The Universe
Voto e recensione: 3/10
Pagina di IMDB (5.4)
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Mi sono finalmente visto quello "originale" del 1987. Non mi ci ero mai avvicinato, meno male perché probabilmente mi avrebbe traumatizzato la crescita, e ne ho approfittato adesso perché su Prime Video lo tolgono dal catalogo proprio domani sera. Decisamente indegno rispetto a quello del 2026 di cui ho scritto qualche giorno fa, che come sappiamo non è certo un capolavoro. Ma il suo lo fa. Questo del 1987 invece risente troppo di un budget inadeguato, ventidue milioni di dollari che al botteghino ne sono tornati indietro appena diciassette, e di una produzione fin troppo casereccia, diretta da Gary Goddard con Dolph Lundgren nei panni di He-Man e Frank Langella sotto la maschera di Skeletor.

La sceneggiatura non risulta per niente vicina ai personaggi; sono davvero pochi quelli della linea Mattel messi in scena, con una serie di libertà esagerate. He-Man usa più i fucili laser che la spada, quasi tutto si svolge sulla Terra invece che su Eternia, molte situazioni sembrano scopiazzate addirittura da Star Wars, i dialoghi fanno pena. Anche Courteney Cox, anni prima di diventare Monica di Friends, non riesce a salvare granché in un ruolo così scritto male.

Insomma davvero evitabile, se non fosse per la curiosità storica  e per il fascino un po' involontario di certe scelte tanto naif quanto sincere. Ma tra i due film, se dovessi consigliarne uno solo, la scelta è scontata.

mercoledì 29 luglio 2026

Masters Of The Universe (2026)

 

Regia: Travis Knight
Anno: 2026
Titolo originale: Masters Of The Universe
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
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Sono un figlio degli anni Ottanta, quindi per me gli Imén, mica li chiamavo Masters, erano un vero cult. Avevo quasi tutti i personaggi in action figure, castello di Grayskull compreso (ne avevo pure parlato tempo fa in un articolo sui giochi dell'infanzia). Guardavo i cartoni e leggevo i mini fumetti a corredo delle confezioni. I miei preferiti erano sempre i cattivi, anche se poi nei giochi di fantasia in camera mia non c'erano vere fazioni, tutti quanti, Skeletor compreso lottavano per un unico obiettivo: farmi divertire per un pomeriggio intero.

Torniamo al film però. Ho passato abbondantemente i quaranta, quindi non mi è venuta voglia di gridare "per il potere di Grayskuuuull" davanti allo schermo, ma la visione è stata comunque piacevole. L'effetto nostalgia ha avuto la meglio sugli aspetti negativi che un film del genere può portarsi dietro. 

È una boiata? Senza dubbio. Ma fatta bene. Simpatica, forse un po' troppo calcata in alcune gag, ma strizza l'occhio a una trama volutamente puerile in cui puoi riconoscere praticamente tutti i personaggi della serie originale. Qui He-Man è un po' troppo legato al lato bonaccione di Adam, però ci sta che si sia voluto sviluppare un solo protagonista invece di disperdersi su due identità. Un po' dubbioso sulle parti ambientate nel mondo reale, che fortunatamente sono poche, mentre ho apprezzato il bombardamento di CGI nella parte fantasy e fantascientifica di Eternia. Anche i costumi sono coerenti e pure come vengono rappresentati i vari coprotagonisti. Secondo me il lavoro è stato abbastanza epico su questo lato, cattivi in primis.

Colonna sonora cool, che sa quando calcare la mano epica e quando lasciar respirare le scene più leggere. E che altro dire: lo consiglio a chi vuole sorridere per due ore con la piena consapevolezza di guardare un film che probabilmente non dirà ai quattro venti di aver apprezzato.

martedì 21 luglio 2026

Odissea (2026)

 
Regia: Christopher Nolan
Anno: 2026
Titolo originale: The Odyssey
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (8.4)
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Sono uscito dal cinema con quella sensazione che provo raramente, quella di aver visto qualcosa che valeva davvero la pena vedere su un grande schermo e non su un divano tra sei mesi in streaming. The Odyssey di Christopher Nolan era uno dei film che aspettavo con più curiosità di questa stagione, anche perché l'idea stessa di affrontare Omero al cinema, con tutto il peso culturale che si porta dietro, mi sembrava un azzardo persino per uno come Nolan, abituato a costruire i suoi film su idee originali più che su testi sacri della letteratura occidentale.

E qui parte già la prima differenza, quasi banale ma che mi ha accompagnato per tutta la visione: l'Odissea di Omero non è mai stata pensata per essere raccontata in un arco temporale di due ore e mezza o tre, con un inizio e una fine chiusi dentro i confini di un film. Era un poema pensato per essere recitato, ascoltato in più serate, dilatato, con digressioni continue e un pubblico che già conosceva a memoria buona parte della storia. Nolan deve quindi necessariamente scegliere, tagliare, comprimere dieci anni di guerra e altrettanti di viaggio in qualcosa che stia in piedi come esperienza cinematografica unica, e la cosa che mi ha colpito è che invece di annacquare tutto sceglie di intensificare, di rendere ogni tappa un blocco quasi autonomo, un piccolo film nel film.

Il montaggio a flashback o il giocare sui tempi, che in altri film di Nolan è quasi un marchio di fabbrica usato per spiazzare lo spettatore o giocare con la percezione del tempo, qui è più contenuto, più al servizio della storia che della sperimentazione. La cosa buffa è che leggendo qualche articolo ho scoperto che questa struttura non è nemmeno un'invenzione sua, perché l'Odissea originale è già così, con Ulisse che racconta in prima persona alla corte dei Feaci buona parte delle sue disavventure, cliclope compreso. Quindi in un certo senso Nolan non ha imposto la sua ossessione per la memoria e il tempo non lineare sul materiale di partenza, l'ha semplicemente trovata già lì, pronta all'uso, ed è un dettaglio che mi ha fatto sorridere pensando a quanto le sue ossessioni degli ultimi vent'anni di cinema potessero avere vita facile qui dentro.
Detto questo, è innegabile che qui Nolan giochi meno con i tempi rispetto a Tenet (vabbeh) o a Inception e Dunkirk dove la sceneggiatura era tutta sua e quindi libera di piegarsi come voleva lui senza dover rendere conto a nessun testo di partenza. Lì il tempo stesso era il soggetto del film, qui diventa uno strumento narrativo, usato con più misura, quasi con rispetto verso la materia che sta adattando. Devo dire che questa scelta mi ha convinto, perché i flashback non sono buttati lì per confondere ma arrivano sempre nel momento in cui serve un chiarimento, e alla fine la trama, che è lunghissima e piena di personaggi e di tappe, risulta comunque comprensibile senza bisogno di prendere appunti.

Sul fronte del cast, che è a dir poco stellare, mi aspettavo il solito rischio dei troppi nomi noti messi lì solo per attirare pubblico, e invece devo ricredermi. Matt Damon costruisce un Ulisse pieno di contraddizioni, un uomo di guerra segnato nel corpo e nella testa da quello che ha visto e fatto a Troia, devoto agli dei ma allo stesso tempo pronto a sfidarli quando la devozione diventa un ostacolo al ritorno a casa, e questa ambiguità psicologica secondo me è il cuore vero del film, più delle battaglie con i mostri. Ma se devo essere onesto, la figura che mi ha convinto ancora di più è quella di Penelope, interpretata da Anne Hathaway con una compostezza che diventa quasi politica, una donna che deve tenere in piedi un regno mentre aspetta un uomo che potrebbe non tornare mai più, e che gestisce corteggiatori, sospetti e lutto con un controllo che sullo schermo funziona benissimo. Tom Holland nei panni di Telemaco, Zendaya (forse la più "inutile") come presenza quasi eterea di Atena, Robert Pattinson e Charlize Theron in ruoli che non voglio rovinare a chi non ha ancora visto il film, tutti restano dentro il personaggio senza mai strafare, cosa rara quando hai un cast così pieno di volti che il pubblico riconoscerebbe ovunque. Menzione speciale per Samantha Morton nei panni di Circe, che riesce a rendere inquietante e magnetica allo stesso tempo una scena che potrebbe facilmente scivolare nel ridicolo, quella della trasformazione dei compagni di Ulisse in maiali.

Le parti più propriamente fantastiche, il ciclope Polifemo, i giganti Lestrigoni, le sirene, sono trattate con un approccio  come agnostico rispetto al testo originale: gli dei qui non sono presenze dirette e onnipotenti come in Omero, ma esistono più che altro nel modo timoroso in cui gli uomini ne parlano, e persino i mostri sono girati con un piglio quasi documentaristico, effetti pratici, poca computer grafica, come se Nolan volesse convincerti che queste creature avrebbero potuto davvero esistere in un passato remoto invece di trattarle come pure invenzioni fantasy. Questa scelta mi è piaciuta proprio per questo approccio così fisico e concreto alla materia mitologica, sebbene siano presenze quasi timide, come se  volesse liquidarle in fretta per tornare al dramma umano. Ho trovato che queste sequenze si inseriscano bene nel racconto, senza mai avere la sensazione di un intermezzo forzato buttato lì per lo spettacolo fine a se stesso.

Sulla durata, che è quella tipica di un Nolan ambizioso, avvicinandosi alle tre ore, non ho sentito il peso che temevo. È un film che scorre, forse anche perché ogni tappa del viaggio ha un tono diverso dalla precedente, si passa dall'horror quasi puro della caverna del ciclope alla malinconia sospesa delle sirene, dalla tensione bellica dei flashback su Troia al dramma quasi da camera delle scene a Itaca. 

Non posso chiudere senza spendere due parole sul comparto tecnico, che è probabilmente il livello più alto che Nolan abbia mai raggiunto senza utilizzare esplosioni o artefatti fantascientifici.. La fotografia  sceglie toni desaturati, quasi spogli di qualsiasi nostalgia dorata verso un'epoca mitica, e restituisce un mondo antico che sembra vero, sporco, faticoso da attraversare. Le musiche  accompagnano senza mai sovrastare, sapendo quando ritirarsi e lasciare spazio al silenzio. I costumi hanno quella cura filologica che si nota senza diventare mai un esercizio da museo. E gli effetti pratici, con le riprese dal vero e pochissima grafica digitale, danno a tutto il film una consistenza fisica che oggi si vede sempre più raramente nel cinema di grande scala.

Chi conosce l'Odissea originale (ed io non mi metto tra quelli) noterà ovviamente parecchie libertà, inevitabili quando si trasforma un poema fatto di digressioni infinite in un racconto cinematografico con un suo arco chiuso, ma trovo che Nolan abbia saputo rispettare lo spirito del testo più che la sua lettera, mettendo al centro non tanto le imprese eroiche quanto il conflitto interiore di un uomo diviso tra il dovere verso gli dei, il senso di colpa per i compagni perduti e il desiderio quasi ostinato di tornare a casa. Un'epica nel senso più pieno del termine, sia per respiro visivo che per ambizione tematica, e uno dei rari casi in cui l'aggettivo epico non sembra usato a sproposito.

giovedì 9 luglio 2026

Il Grido (1957)

 

Regia: Michelangelo Antonioni
Anno: 1957
Titolo originale: Il Grido 
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (7.6)
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Il grido  è uno dei film più intensi e dolorosi di Antonioni, un'opera che racconta la solitudine umana con una forza silenziosa, senza mai ricorrere a facili sentimentalismi. È un viaggio nell'animo di un uomo che, dopo la fine della relazione con la donna che ama, vede sgretolarsi ogni certezza e si lascia trascinare in un lento e inesorabile vagabondaggio nella pianura padana, alla ricerca di un nuovo equilibrio che sembra non arrivare mai. Tutto ha origine da una frase tanto semplice quanto devastante: "Ti voglio bene, ti voglio ancora bene. Ma non è più come prima." In poche parole Antonioni racchiude la fine di un amore e, allo stesso tempo, l'inizio dello smarrimento del protagonista. Non c'è un litigio furioso né un colpo di scena: c'è soltanto la dolorosa presa di coscienza che alcuni sentimenti, pur rimanendo autentici, possono cambiare irrimediabilmente.

La trama, in sé, è estremamente semplice. Proprio questa apparente essenzialità gli permette  di concentrarsi quasi esclusivamente sui personaggi, sui loro silenzi, sugli sguardi e su quei vuoti emotivi che diventano il vero cuore del racconto. Il protagonista non affronta soltanto la perdita dell'amore, ma sembra perdere progressivamente anche il proprio posto nel mondo. Ogni incontro lungo il cammino offre una possibilità di rinascita che, puntualmente, si rivela fragile e destinata a dissolversi.

Uno degli aspetti più affascinanti del film è il modo in cui il paesaggio diventa parte integrante della narrazione. Le campagne della Pianura Padana non fanno semplicemente da sfondo agli eventi, ma riflettono lo stato d'animo di Aldo (Steve Cichran). La presenza costante della nebbia, della pioggia, delle strade fangose, dei cieli grigi e delle campagne di periferia contribuisce in maniera decisiva ad alimentare il profondo pessimismo che attraversa l'intera opera. Ogni inquadratura sembra trasmettere un senso di freddo, immobilità e smarrimento, come se il mondo stesso fosse incapace di offrire una via d'uscita. È un ambiente che soffoca nonostante i campi larghi, che accompagna la lenta discesa psicologica del protagonista e rende tangibile la sua disperazione.

Antonioni costruisce tutto questo con una regia rigorosa e misurata. I dialoghi sono ridotti all'essenziale e spesso è l'immagine a raccontare ciò che le parole non riescono a esprimere. I lunghi tempi d'attesa, i silenzi e i movimenti apparentemente ordinari assumono così un peso emotivo enorme, invitando lo spettatore a condividere il senso di alienazione del protagonista anziché limitarsi a osservarlo.

Pur essendo stato realizzato alla fine degli anni Cinquanta, Il Grido appare sorprendentemente moderno. I temi dell'incomunicabilità, della crisi dell'identità e dell'incapacità di trovare un proprio posto nella società o nella coppia anticipano molti degli elementi che diventeranno normalità nel cinema successivo. Non è un film che cerca di consolare o di offrire risposte rassicuranti: accompagna invece lo spettatore in un percorso amaro, lasciandolo immerso nelle stesse domande esistenziali che tormentano il soggetto principale.

Il grido è un'opera che richiede pazienza e disponibilità ad accettarne il ritmo contemplativo, ma sa ricompensare con una straordinaria profondità emotiva. Un film cupo, malinconico e profondamente umano, capace ancora oggi di raccontare la fragilità dell'individuo con una sensibilità rara e con immagini che restano impresse nella memoria molto tempo dopo i titoli di coda.

Anche il finale, ambientato tra le operazioni di esproprio e un paesaggio ormai trasformato, assume un forte valore simbolico. Non è soltanto un luogo che cambia volto, ma sembra essere lo stesso protagonista a non trovare più uno spazio nel mondo, come se la sua crisi personale e quella del territorio finissero per riflettersi l'una nell'altra.

domenica 5 luglio 2026

L'Ultima Missione: Project Hail Mary (2026)


 Regia: Phil Lord, Chris Miller
Anno: 2026
Titolo originale: Project Hail Mary
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (8.2)
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Ero arrivato a vedere "L'ultima missione: Project Hail Mary" con le aspettative parecchio gonfiate, lo ammetto. Non ho letto il romanzo di Andy Weir da cui è tratto, ma le recensioni che avevo letto in giro erano quasi tutte entusiaste, con paragoni pesanti tirati in ballo (

Qui invece, nonostante un budget che si vede tutto sullo schermo, Ryan Gosling praticamente da solo per gran parte del film, ed effetti speciali di livello alto, mi sono annoiato in maniera sorprendente. Il film dura quasi due ore e mezza, e si sente tutto: ci sono passaggi che si dilungano senza reale necessità (tipo la scena del karaoke) , con la sensazione di guardare l'orologio molto prima della fine.

Quello che mi ha infastidito di più però è l'approccio tutt'altro che scientifico con cui vengono trattati i problemi che il protagonista deve affrontare. Penso alla facilità con cui si inventa soluzioni a catena per ogni ostacolo, o al modo in cui l'astrofago, il microrganismo alla base di tutta la minaccia solare, si comporta in maniera funzionale alla trama più che a una qualche logica biologica plausibile: si muove, si riproduce, reagisce agli stimoli in modo che sembra scritto apposta per risolvere la scena successiva, senza che nulla venga davvero giustificato. Lo stesso vale per certi salti logici nella costruzione dell'astronave o nel sistema di comunicazione con l'alieno, tutti risolti con un colpo di genio improvviso del protagonista che arriva sempre al momento giusto.

E poi c'è quel tono da commedia che ho trovato francamente irritante. Capisco la scelta di alleggerire un racconto di sopravvivenza spaziale con battute e ironia, la stessa cosa funzionava benissimo in The Martian, ma qui è calcata così tanto che ogni momento di tensione viene smontato da una gag o da una battuta, come se il film avesse paura di prendersi sul serio anche per pochi minuti di fila. Il risultato è che la storia, che pure avrebbe elementi di dramma e di scoperta interessanti, resta sempre in superficie, senza mai lasciarmi davvero coinvolto.

Alla fine mi sono ritrovato a chiedermi se le recensioni entusiastiche che avevo letto prima non abbiano semplicemente alzato troppo l'asticella. Resta un film tecnicamente ben fatto, con Gosling sempre convincente nel suo ruolo, ma per me lontanissimo dall'esperienza che mi aveva lasciato Sopravvissuto, ma io. 

venerdì 3 luglio 2026

JustWatch: La bussola definitiva per non perdersi nella giungla dello streaming

 


Alzi la mano chi non ha mai passato più tempo a scorrere i cataloghi delle varie piattaforme streaming piuttosto che a guardare effettivamente un film. Tra Netflix, Prime Video, Disney+, Apple TV+, RaiPlay e chi più ne ha più ne metta, trovare qualcosa da vedere — e soprattutto capire dove sia disponibile — è diventato un lavoro a tempo pieno.

​In questo caos c’è uno strumento che, senza troppi giri di parole, cambia la vita quotidiana di ogni cinefilo e serializzatore seriale: JustWatch. (anche versione web

​Se non la conoscete ancora, o se la usate solo superficialmente, ecco perché questa applicazione è diventata la bussola indispensabile per orientarsi nell'oceano dell'intrattenimento digitale.

​Cos'è JustWatch e come risolve il "grande problema"

​Il concetto alla base di JustWatch è di una semplicità disarmante: è un motore di ricerca per lo streaming. Digiti il titolo di un film o di una serie TV e l'app ti dice istantaneamente se è incluso in uno dei tuoi abbonamenti, se è disponibile solo a noleggio o per l'acquisto digitale, e a quale prezzo.

​Niente più accessi a vuoto su tre app diverse per scoprire che quel grande classico che volevate rivedere stasera è appena scaduto da una parte ed è comparso dall'altra.

​Le funzioni chiave che fanno la differenza

​L'app non si limita a fare da "pagine gialle" dei film, ma offre una serie di feature che la rendono un vero e proprio hub dell'intrattenimento personalizzato:

  • La Watchlist Universale: Forse la funzione migliore. Potete creare un'unica lista dei desideri che unisce titoli sparsi su piattaforme diverse. State guardando una serie su Netflix, una su Prime e avete tre film da recuperare su Disney+? Tutto è centralizzato qui.
  • Filtri Potenti e Intelligenti: Non sapete cosa guardare? Potete filtrare i cataloghi combinati per anno di uscita, genere, valutazione (IMDb o Rotten Tomatoes), prezzo e, ovviamente, solo tra i servizi che pagate realmente.
  • La sezione "Novità": Un feed aggiornato quotidianamente che vi mostra gli ultimi arrivi sulle piattaforme selezionate. Perfetto per capire subito se è uscita quella nuova stagione che aspettavate da mesi.
  • Tracciamento degli episodi: Se seguite molte serie TV, JustWatch vi aiuta a tenere il conto di dove siete arrivati, segnalandovi quando escono nuovi episodi.

​L'Interfaccia: Promossa o Rimandata?

​L'esperienza d'uso è decisamente fluida. Sia la versione web che l'applicazione per smartphone (e Smart TV) sono intuitive e molto visive, dominate dalle locandine. Un grande punto a favore è la rapidità di reindirizzamento: basta un clic sul logo della piattaforma trovata e l'app vi catapulta direttamente sulla pagina del film all'interno di Netflix o Prime Video, pronti per premere Play.

C'è un piccolo contro? A volte la schermata home può sembrare leggermente affollata di suggerimenti, e la divisione tra contenuti "in abbonamento" e quelli "a noleggio/acquisto" richiede un minimo di attenzione per non cliccare per sbaglio su un contenuto a pagamento. Ma ci si fa l'abitudine dopo cinque minuti.

​JustWatch Pro: Vale la pena pagare?

​La versione base di JustWatch è completamente gratuita (finanziata da un po' di pubblicità mai troppo invasiva). Esiste però una versione Pro in abbonamento.

​Cosa offre in più? Filtri ancora più avanzati (come la ricerca per casa di produzione o per specifici voti degli utenti), la possibilità di nascondere i titoli già visti dal feed e l'eliminazione delle pubblicità. Per l'utente medio la versione free è già più che eccellente, ma per i veri accumulatori seriali di storie, il Pro può essere un investimento interessante.

​Il Verdetto di VER 

Voto: 9 / 10

​JustWatch è quell'applicazione che una volta installata ti fa chiedere: "Ma come facevo prima?". Risparmia tempo, riduce la frustrazione da "catalogo infinito" e ottimizza i costi, ricordandoci spesso che quel film che stavamo per noleggiare a 3,99€ è in realtà già incluso in uno dei servizi che paghiamo ogni mese.

​Se amate il cinema e le serie TV, è il miglior compagno di divano che possiate desiderare.


mercoledì 24 giugno 2026

Grandi Speranze (1946)

 

Regia: David Lean
Anno: 1946
Titolo originale: Great Expectations
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.8)
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Film:
 Il Grandi Speranze di David Lean del 1946 è un film profondamente figlio del tempo in cui è stato diretto, un'opera in cui il bianco e nero rigoroso e i dialoghi dal sapore antico trasportano immediatamente lo spettatore in un'altra epoca del cinema. Visto con gli occhi di oggi, l'artificio delle scenografie e dei costumi può risultare poco credibile, tradendo quella messinscena tipica degli studi cinematografici degli anni Quaranta. Eppure, nonostante questi segni del tempo, la pellicola funziona ancora magnificamente e si fa guardare con immenso piacere. Gran parte del suo fascino risiede probabilmente in quella carica quasi teatrale delle interpretazioni, capace di dare corpo e spessore a ogni singola inquadratura. A questo si aggiunge la forza intrinseca e immortale della storia di Charles Dickens, che David Lean riesce a tradurre sullo schermo con un ritmo e un'atmosfera gotica straordinari, soprattutto nella memorabile sequenza iniziale nelle paludi e nel cimitero. È il classico esempio di grande cinema del passato: un film che, pur mostrando i suoi anni nella forma, resta potentissimo nella sostanza e dimostra come una narrazione solida e una regia sapiente non invecchino mai davvero.
 
Edizione: bluray
Questa edizione non si trova facilmete, anche se in fin dei conti si tratta di un semplice blueay. C'è da dire che la qualità video e buona e che la traccia italiana è in multicanale. Gli extra sono soltanto:
  •  Galleria fotografica