sabato 11 aprile 2026

Ligabue, il ruggito dell'anima, Pisa

 
iciDiciamocelo subito: non è che uno vada agli Arsenali di Pisa aspettandosi di uscire con addosso quella specie di peso specifico che certi artisti ti lasciano dentro. Eppure è andata così. La mostra si chiama Il ruggito dell'anima e il titolo, per una volta, non è una di quelle trovate di marketing che promettono mari e monti: è proprio la descrizione esatta di quello che trovi.
Cominciamo dall'uomo, perché con Ligabue non si può fare diversamente: l'uomo e il pittore sono la stessa cosa, inscindibili. Nasce a Zurigo alla fine dell'Ottocento, figlio di una ragazza madre italiana e di padre ignoto. La madre muore quando lui è ancora bambino. Cresce tra famiglie affidatarie svizzere, istituti per "ragazzi difficili", cliniche psichiatriche. A vent'anni viene espulso dalla Svizzera dopo la denuncia della madre adottiva per maltrattamenti e spedito in Italia senza conoscere una parola di italiano, in un paese di provincia dell'Emilia che non ha mai visto in vita sua.
Pensate un attimo alla scena. Un ragazzo che tutti considerano matto, senza soldi, senza famiglia, senza lingua. I compaesani lo schivano (o schifano) e lui si  porta dietro "el mat" come un secondo nome. Campa di sussidi, fa il manovale, per qualche tempo segue compagnie di circo disegnando cartelloni. Poi comincia a dipingere, prima con mezzi di fortuna, poi grazie a un incontro fortuito con uno scultore del posto che gli vede dentro qualcosa che gli altri non vedono. Da lì non si ferma più, pur tra altri ricoveri in manicomio, miseria, e una solitudine che non lo abbandonerà mai davvero.
Per dipingere gli animali studia libri di zoologia e va al mattatoio ad esaminarne le carcasse. Un metodo di ricerca, diciamo, non convenzionale.
La mostra agli Arsenali porta oltre ottanta opere tra dipinti, sculture, disegni, autoritratti e il percorso è costruito bene: ti accompagna attraverso la vita dell'uomo mentre guardi i quadri, e le due cose si intrecciano in modo che l'una illumina l'altra. Lo spazio funziona: le navate medievali hanno una grandiosità sobria che non schiaccia le opere ma le sostiene.
Davanti ai quadri succede una cosa strana: ti aspetti l'arte naïf, quella roba pittoresca e un po' ingenua, e invece ti ritrovi di fronte a qualcosa di molto più inquieto. Il curatore insiste sul paragone con l'Espressionismo europeo e il paragone regge. Ligabue non ha mai frequentato accademie, non ha mai vissuto vicino ai circuiti dell'arte, eppure dipinge con la stessa urgenza viscerale di quei tedeschi e austriaci tormentati che nel frattempo riformavano la pittura europea. Uno di loro, solo che nessuno glielo ha detto.
Gli animali sono ovunque (tigri, leopardi, aquile, galli in lotta) ma non è zoologia, è autoritratto mascherato. Ogni tigre che balza, ogni rapace che piomba sulla preda: è Ligabue che urla. Il tratto pittorico racconta la forza e il temperamento degli animali, ma quello che emerge davvero è il suo tumulto interiore, la fragilità, la rabbia, la fame di vita di un uomo che il mondo ha respinto fin da quando era in fasce.
E poi ci sono gli autoritratti veri e propri, che sono forse la cosa più devastante della mostra. Ne ha dipinti circa cinquecento nel corso della vita. Cinquecento. Una quantità ossessiva, compulsiva, che racconta da sola tutto quello che c'è da sapere su qualcuno che ha trovato nel farsi ritratto un modo per affermare: io esisto, ci sono, sono reale. E cromaticamente ricordano quelli di Van Gogh... Addirittura. La prima mostra personale arriva quando ha già più di sessant'anni. L'anno dopo un incidente lo lascia paralizzato. Muore poco dopo a Gualtieri, il paese che lo aveva preso in giro per tutta la vita e che adesso gli dedica un museo.
L'audioguida in italiano è inclusa nel biglietto (sconto se siete soci FAI): usatela, perché aiuta non poco.
Vale la visita? Assolutamente sì. Non è una di quelle mostre dove vai, guardi dei quadri carini e torni a casa. È una di quelle che ti seguono per qualche giorno, a rimuginare su un uomo che ha trasformato una vita ai margini in qualcosa che, sessant'anni dopo la sua morte, fa ancora effetto. El Matt aveva ragione su tutto.

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