domenica 31 agosto 2025

Ultimo giorno prima del rientro

 


Dopo una mattinata dedicata a sistemare le solite faccende post-viaggio, tra Norvegia e Val Pusteria, nel pomeriggio mi ritrovo nuovamente con Zizzy per un’altra piccola avventura. La meta scelta è la Riserva Naturale di Monterufoli-Caselli, nei dintorni di Canneto, un’area protetta di quasi 5.000 ettari che si estende tra le Colline Metallifere e la Val di Cecina. Un polmone verde considerato wilderness di livello europeo, con boschi di querce, cerri e lecci, resti di miniere, tracce di antiche ferrovie e una biodiversità di tutto rispetto che include orchidee selvatiche, iris tirrenici e persino tassi e agrifogli nei microclimi più umidi.

Peccato che, stavolta, di umido non ci fosse proprio nulla. Tutti i corsi d’acqua e le cascatelle che rendono celebre la zona erano completamente secchi. Niente pozze cristalline, niente ruscelli da attraversare: solo il ricordo di quello che dovrebbe scorrere nei mesi più piovosi. In compenso, l’aria era piena di tafani, che hanno reso la passeggiata un continuo balletto di schivate e manate.

Eppure, tra bosco fitto, profumo di muschio e tracce di storia nascosta, anche questa è stata un’esperienza da ricordare. Un piccolo trekking trasformato in esplorazione, avventura e scoperta. Non certo un buco nell’acqua, anche perché, l’acqua, non c’era proprio.

La giornata si è conclusa a Casino di Terra, dove una piccola fiera di artigianato etico ci ha accolti con luci, bancarelle e profumi irresistibili. Cena semplice ma di sostanza: fegatini e porchetta di cinta senese, gustati con soddisfazione e spirito conviviale.

Anche così, tra tafani pomeridiani e porchetta serale, si costruiscono le giornate da ricordare: fatte di boschi silenziosi, camminate condivise e tavolate genuine che riconciliano con il mondo.


sabato 30 agosto 2025

Dai monti al mare (mosso)

 
Saluto i monti dell'Alto Adige questa mattina sotto la pioggia. Credo di farlo abbastanza presto, parto alle 8.30, per poter arrivare con calma subito dopo pranzo. Accantono subito l'idea di fare una capatina a Bolzano per il terzo museo di Messner, e meno male. Impiego circa tre ore solo per uscire dal Trentino e rimpiango di non avere una Tesla o almeno un cambio automatico, o un autista. La storia si fa lunga e pesante pure a Carpi e sulla Firenze Bologna. Arrivo stanco al sole del tramon.. No, questa è un'altra storia. Arrivo a Piomba ancora carico di energie, doccia, tenuta estiva e via a Baratti per vedere la luminara di San Cerbone. Ahinoi purtroppo c'è troppo vento. Un ponentaccio che smuove il mare ed impedisce la rievocazione con le barchetta. Chi se ne frega, il passaggio è comunque fantastico. E le onde sono uno spettacolo. 

venerdì 29 agosto 2025

Dal lago di Dobbiaco al lago di Landro

 

Dopo giorni di trekking impegnativi, oggi scelgo un percorso più semplice ma non per questo meno affascinante: dal Lago di Dobbiaco al Lago di Landro, andata e ritorno, lungo circa venti chilometri. È uno di quei giri che non puntano tanto alla fatica quanto al piacere di camminare immersi nella natura, con lo sguardo costantemente catturato dalle Dolomiti.

Il Lago di Dobbiaco è la porta d’ingresso perfetta: uno specchio d’acqua verde smeraldo a 1.251 metri, nato da una frana preistorica che sbarrò il torrente Rienza. È raccolto, quasi intimo, incorniciato da boschi e con passerelle che permettono di costeggiarlo da vicino. Qui Gustav Mahler passava le sue estati, trovando ispirazione per alcune delle sue sinfonie, e non è difficile capire perché: il silenzio, il riflesso delle cime sull’acqua, il senso di quiete assoluta.

Da qui imbocco il sentiero che costeggia in gran parte la vecchia ferrovia delle Dolomiti (oggi pista ciclabile). È un cammino scorrevole, quasi pianeggiante, che si snoda tra boschi di abeti, radure erbose e qualche scorcio improvviso verso le vette. Lungo il percorso appaiono cartelli e resti che ricordano il passato ferroviario di questa tratta, un tempo collegamento strategico tra Dobbiaco e Cortina.

Dopo circa dieci chilometri arrivo al Lago di Landro (1.406 m). Più ampio e aperto rispetto a Dobbiaco, meno scenografico nei colori ma di grande fascino per l’ambiente circostante. Qui lo sguardo corre dritto verso il Gruppo del Cristallo, che si riflette nelle acque poco profonde. E soprattutto si alza verso nord, dove tra le nubi fanno capolino le Tre Cime di Lavaredo: intramontabili, anche viste da lontano, con la loro sagoma che da sola vale la gita.

Il meteo è stato un compagno ambiguo: durante il trekking mi ha graziato, niente pioggia nonostante le previsioni. Camminata asciutta, con solo qualche nube a giocare con i panorami. Appena però rientro a Dobbiaco mi accoglie un bell’acquazzone, e lo stesso copione si ripete a Brunico: la pioggia mi trova quando ormai non serve più.

In totale una ventina di chilometri percorsi, senza difficoltà tecniche, in un ambiente che unisce natura, storia e panorami dolomitici. Due laghi diversi e complementari: il primo più raccolto e musicale, il secondo più selvaggio e aperto. Una giornata meno “ignorante” rispetto alle precedenti, ma non meno gratificante.


Album fotografico Dal lago di Dobbiaco al lago di Landro 


giovedì 28 agosto 2025

Brunico

 

La pioggia oggi è stata compagna fissa, e allora meglio non intestardirsi con dislivelli assurdi. Ho deciso di prendermela con calma, limitandomi a un piccolo trekking di circa 9 km nei dintorni di Brunico, dentro e fuori dal bosco che avvolge la città come una cornice naturale. Atmosfera diversa dal solito: sentieri bagnati, silenzio rotto solo dal tamburellare della pioggia e dal profumo intenso di resina.

Il percorso mi ha portato fino al Cimitero Monumentale di Guerra sul Kühbergl, poco sopra il centro. Un luogo che tocca subito corde profonde: più di 600 soldati austro-ungarici della Prima Guerra Mondiale riposano qui, provenienti da varie regioni dell’impero. Croci in legno scuro allineate, circondate da alberi alti e dal tappeto di aghi di pino. Non c’è monumentalità retorica, ma un silenzio potente che racconta la tragedia della guerra in maniera più forte di qualsiasi discorso. Camminare tra quelle tombe, sotto la pioggia, è stato come ritrovare un tempo sospeso: la montagna che custodisce le storie di chi non è mai tornato a casa.

Dal colle ho poi proseguito fino al Castello di Brunico, che domina dall’alto l’abitato. Ed è qui che ho trovato riparo e cultura: all’interno delle sue mura si trova infatti il MMM Ripa, un altro dei sei musei di Messner, dedicato ai popoli di montagna del mondo. Tibetani, sherpa nepalesi, mongoli, indios andini, ma anche culture alpine più vicine a noi: abiti tradizionali, oggetti di vita quotidiana, strumenti musicali, immagini e racconti. Un viaggio etnografico che, grazie alla cornice medievale del castello, diventa doppiamente suggestivo.

Il castello stesso, poi, è una piccola perla: costruito nel XIII secolo dai Principi Vescovi di Bressanone, conserva ancora torri, cortili interni e affreschi. Le finestre si aprono sulla città e sulla valle, oggi avvolta dalle nubi basse: un contrasto perfetto tra il grigio del tempo e i colori delle case laggiù.

La pioggia, insomma, non ha guastato la giornata: l’ha semplicemente resa diversa. Meno fatica fisica, più introspezione. Dalla memoria dei caduti nel bosco al viaggio tra le culture del mondo in un castello medievale, Brunico ha mostrato un volto più intimo e raccolto, da vivere senza fretta.

Per finire il pomeriggio ho avuto la stressa idea dei sette milioni di turisti presenti in Trentino, oltre a quelli arrivati in Alto Adige: andare ad una spa. C'è da dire che meno male sono organizzati bene. E per cena spatzle! 

Album fotografico Brunico 


mercoledì 27 agosto 2025

Plan de Corones

 



Dopo la giornata titanica alla Croda del Becco di ieri, oggi ho deciso di non lasciare nulla al caso: il meteo dei prossimi giorni dava piogge forti e quindi il secondo trekking impegnativo andava piazzato subito. Stanchezza o no, bisognava approfittarne.

Parto da Riscone, dove parcheggio l’auto. Qui molti prendono la funivia per risalire fino al Plan de Corones, ma io preferisco risparmiare i 35 € del biglietto e guadagnarmi la cima con le mie gambe. La salita è dura ma regolare: un dislivello “ignorante”, come direbbe qualcuno, ma che scorre bene.

I primi 500 metri di dislivello sono un continuo zig-zag su tornanti nel bosco, avvolto dal profumo di resina e con il terreno ancora fresco del mattino. I successivi 300 diventano più gentili: il sentiero si apre a tratti, regala scorci sulla valle e permette di riprendere fiato senza perdere il ritmo. Poi arrivano gli ultimi 500, ancora più severi ma con un paesaggio che cambia radicalmente: prati larghi, quasi praterie alpine, che accompagnano fino alla vetta.

Arrivato in cima, le nuvole giocano a nascondino con il sole, ma il cielo resta variabile e la vista è spettacolare: un panorama a 360 gradi sulle Dolomiti, con cime che spuntano da ogni lato come denti aguzzi e vallate profonde che si perdono all’infinito.

Non contento della conquista, decido di non fermarmi e inizio un saliscendi tra vari sentieri. Il più noto è quello che porta al Concordia 2000, un monumento inaugurato nel 2003 per celebrare la pace e l’unione tra i popoli. Al centro c’è una grande campana in bronzo, collocata a 2.275 metri di quota, con incise parole che richiamano alla fratellanza universale. Ogni giorno, alle 12.00, la campana viene suonata e il suo rintocco si diffonde nella valle. Davvero un simbolo suggestivo in un luogo così sospeso tra cielo e terra.

Camminando trovo anche la “via artis”, un percorso costellato di installazioni artistiche contemporanee. Sono opere spesso fatte con materiali naturali o che dialogano con l’ambiente circostante: sculture, strutture lignee, giochi di forme e colori che spuntano lungo il sentiero, trasformando la camminata in una piccola galleria d’arte a cielo aperto. Una contaminazione riuscita, che spezza la monotonia del verde con spunti di riflessione e curiosità.

La giornata non finisce qui: al Plan de Corones ci sono anche due musei che meritano una visita. Il primo è il Lumen, un museo dedicato alla fotografia di montagna. Modernissimo, ospitato all’interno di una ex stazione della funivia, racconta la storia delle prime immagini alpine fino all’arte fotografica contemporanea, con installazioni multimediali e mostre temporanee. Interessante e ben curato, riesce a far vedere la montagna sotto una lente inedita eppure ormai parte delle nostre vite: quella dell’obiettivo fotografico.

Il secondo è uno dei sei musei della rete Messner: il MMM Corones. Ideato ovviamente da Reinhold Messner, è stato progettato dall’archistar Zaha Hadid e si sviluppa in gran parte sottoterra, con enormi vetrate che si affacciano nel vuoto. Qui il tema è l’alpinismo tradizionale: attrezzature d’epoca, racconti delle prime ascensioni, riflessioni filosofiche sul rapporto tra uomo e montagna. Non è un museo neutrale: è la visione di Messner, con la sua impronta forte e personale, e proprio per questo affascina.

Dopo un lungo giro, tra boschi, prati, arte e musei, scendo di nuovo a Riscone a fine giornata. Gambe stanche, sì, ma il cuore pieno: oggi il Plan de Corones non è stato solo una cima conquistata, ma un vero crocevia di natura, cultura e panorami.

Album fotografico Plan de Corones 

Album fotografico Museo Messner e Museo Lumen 


martedì 26 agosto 2025

Croda del Becco dal Lago di Braies

 

Dopo l’ottima partenza di ieri, oggi è stato il giorno del grande trekking: quello che ti rimane addosso non solo nelle gambe ma anche negli occhi e nella memoria. Meta: Croda del Becco (Seekofel), partendo dal leggendario Lago di Braies.

Sveglia presto, ancora una volta. Tre motivi, stavolta: il primo, banalmente pratico, riguarda il parcheggio del lago. Per chi arriva prima delle 9.00 non serve prenotazione, ma molti posti erano già bloccati online. Qualcuno però resta sempre libero per i mattinieri: io alle 6.20 ero già sul posto. Secondo motivo: l’escursione è tosta, quasi 20 km con 1.500 metri di dislivello positivo e passaggi attrezzati, quindi volevo avere tutta la giornata davanti. Terzo motivo: il sole. Ho studiato il giro e l’ho fatto in senso orario: così la lunga salita l’ho percorsa quasi tutta all’ombra, e nella discesa ho avuto il sole sempre alle spalle. Strategia vincente.

Il punto di partenza è il Lago di Braies, uno degli specchi d’acqua più famosi delle Dolomiti, a 1.496 metri di quota. Un lago glaciale che sembra disegnato: acque color smeraldo, boschi che lo abbracciano e le cime che si specchiano dentro come in un dipinto. Oggi, a quell’ora del mattino, era ancora quasi addormentato: silenzio interrotto solo dalle  barchette di legno ferme e dalla mia partenza verso il sentiero.

Il primo tratto è la parte più impegnativa fisicamente: salita decisa, con tratti ripidi e qualche passaggio attrezzato con cavi metallici, che ti ricorda che sei in Dolomiti e non su una passeggiata domenicale. La fatica, però, viene ripagata passo dopo passo: il bosco lascia spazio a panorami sempre più aperti, con viste che si allargano sulla valle e sul lago che pian piano resta alle spalle. Tutto segnato e segnalato magnificamente tranne il tratto per raggiungere la punta: circa due km in cui si va un po' a sensazione. 

Dopo circa 8 km arrivo alla protagonista della giornata: la Croda del Becco (2810 m). La cima si erge massiccia e bianca, un balcone naturale che domina l’intera Val Pusteria. Da lassù la vista è semplicemente incredibile: non solo il lago laggiù, piccolo come una pietra preziosa incastonata tra i boschi, ma tutto l’altopiano di Fanes-Senes-Braies, un mondo sospeso fatto di prati, torbiere e cime dolomitiche a perdita d’occhio. Una vetta che sa di conquista.

Poco più sotto si incontra il Rifugio Biella (Seekofelhütte, 2327 m), posto in una radura che sembra scolpita apposta per accogliere l’escursionista. È uno dei rifugi più antichi della zona, costruito nel 1907, e ancora oggi mantiene un’atmosfera autentica, quasi spartana. Qui ci si ricarica: acqua fresca, la mitica limonata e lo sguardo che corre tra pascoli e crode.

La discesa continua tra paesaggi sempre diversi: prati, boschi e infine di nuovo il lago, che mi accoglie dopo quasi 10 ore totali di cammino (7 ore e mezza effettive di movimento). Le gambe sentono la fatica, ma il cuore no: questa escursione è stata esaltante, di quelle che ti fanno dire “ne è valsa la pena” dal primo all’ultimo passo. Da non sottovalutare neanche la discesa per il sentiero 23.

Un anello perfetto, dove natura, tecnica e bellezza si mescolano in modo armonico: il Lago di Braies come punto di partenza e arrivo, il Rifugio Biella come tappa intermedia e la Croda del Becco come regina della giornata.

Una delle escursioni più belle che abbia fatto negli ultimi tempi. “Abbestia”, per dirla senza troppi giri di parole.


Album fotografico Croda del Becco dal Lago di Braies