domenica 31 maggio 2026

Anello del Conero e Ancona

 
Secondo giorno nelle Marche e si cambia decisamente registro: si abbandona l’asfalto con suzukina e si infilano le comode Quechua basse. La sveglia suona presto per anticipare il meteo per quanto possibile, direzione Promontorio del Conero. L'obiettivo della mattina è  un bell'anello tosto da circa 15 chilometri che si snoda nel cuore del Parco Regionale.
​Il percorso parte subito senza troppi complimenti, regalando un profilo altimetrico che non concede sconti. Si parte dai circa 180 metri di quota per arrampicarsi subito, ma dolcemente su una prima gobba importante che sfiora i 560 metri, non lontano dalla cima del Monte Conero, per poi picchiare di nuovo giù quasi a livello del mare e risalire su un secondo dente intorno ai 400 metri. Un dislivello complessivo che si fa sentire nelle gambe, ma fortunatamente il tracciato concede una tregua climatica: gran parte della fatica si consuma sotto la fitta cupola di ombra della macchia mediterranea, tra lecci, corbezzoli e il profumo pungente della pineta. Ogni tanto, però, il bosco si apre all'improvviso e la vista si spalanca sul blu verticale dell'Adriatico, con le falesie bianche che si tuffano dritte nel mare sottostante. Il famoso sentiero del Lupo è però interrotto nel tratto finale in quanto inagibile (a detta della politica, ma sappiamo che sarebbe stato nelle mie corde se non ci fossero state le guardie sotto a fare le multe). Mi godo comunque la Spiaggia delle Due Sorelle da posizione invidiabile. D'altra parte è domenica, tempo da spiaggia ed i turisti sono veramente tanti. 
​Proprio durante una delle salite più arcigne, sotto i rami ma con un’umidità che si taglia col coltello, mi sono imbattuto in una scena da "soccorso alpino": una ragazza, visibilmente  stremata dal ripido dislivello, si era accovacciata svuotando gli ultimi sorsi della sua borraccia. Sentendomi improvvisamente investito del ruolo di angelo custode dei sentieri, ho tirato fuori la mia riserva e le ho donato metà della mia acqua. Un piccolo gesto di solidarietà escursionistica che le ha probabilmente evitato un brutto quarto d'ora, e che mi ha permesso di riprendere il cammino con qualche etto in meno nello zaino e un buon karma in più. Jack Salvavite. 
​Chiuso l’anello e recuperata l’auto, la seconda parte della giornata è dedicata ad Ancona. Qui mi ritrovo a camminare in una città che mi ha stupito per una sua strana, caldissima familiarità. Sarà per il carattere portuale, per quell'aria di mare mista ad un paio di canali , o per la parlata verace e scanzonata della gente, ma Ancona mi è sembrata a tratti incredibilmente "simil labronica". Ha la stessa anima ruvida, accogliente e un po' caotica di Livorno.
​Anche qui il sole non scherza, ma la camminata merita tutta la fatica, specialmente quando si sale verso la cattedrale di San Ciriaco, che domina il promontorio Guasco. Da lassù il porto antico si snoda come un serpente di ferro e cemento, e lo sguardo spazia su tutto il golfo. È una città di salite e discese calme, di scorci monumentali che si alternano a vecchi rioni di scaricatori e marinai. Dopo aver respirato un po' di questa atmosfera di mare e di porto, è tempo di riprendere la strada verso l'entroterra. Jesi mi aspetta per la serata, ottima base per tirare il fiato in vista delle vette di domani.

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