Visualizzazione post con etichetta Nirvana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nirvana. Mostra tutti i post

lunedì 2 marzo 2026

Nirvana - Bleach

 Color-reversed image of a band playing on a studio. The band's name and the album title are visible in the top center and lower center respectively.
Artista: Nirvana
Anno: 1989
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
 

Bleach è stato l’ultimo album dei Nirvana che ho acquistato, nonostante sia il primo in ordine cronologico. L’ho preso per completezza, quasi per chiudere un cerchio, dopo essere passato attraverso l’impatto di Nevermind e la tensione ruvida di In Utero. Ed è probabilmente quello che conosco meno, quello che ho ascoltato con meno ossessione, forse perché arrivato tardi nel mio percorso con loro.

Qui dentro c’è un’altra band rispetto a quella che avrebbe cambiato gli anni Novanta. Bleach è più grezzo, più diretto, più figlio dell’underground e meno consapevole del proprio potenziale. Si sente l’influenza del punk e di un certo rumore abrasivo che non cerca melodie memorabili, ma impatto immediato. È un disco che non fa sconti e non ha ancora quell’equilibrio tra rabbia e orecchiabilità che renderà i Nirvana universali.

Brani come About a Girl lasciano già intravedere qualcosa di diverso, una sensibilità melodica che si svilupperà meglio in seguito, ma nel complesso l’album resta ruvido, quasi monocromatico. Le chitarre sono sporche, la produzione è essenziale, la batteria picchia senza troppi fronzoli. È un suono crudo, coerente con il contesto da cui proviene.

Forse proprio perché l’ho scoperto dopo gli altri due, Bleach non ha mai avuto su di me l’effetto rivelazione. Non è il disco che associo a un momento preciso della mia vita, né quello che mi ha fatto cambiare prospettiva su di loro. È piuttosto un tassello necessario, un capitolo iniziale che aiuta a capire da dove tutto è partito.

Eppure, riascoltandolo, c’è un fascino particolare in questa versione ancora acerba dei Nirvana. È come osservare una fotografia prima che venga messa a fuoco definitivamente. Non è il loro vertice creativo, almeno per me, ma è un documento sincero, diretto, privo di sovrastrutture. Un album che completa il quadro e che, pur non essendo quello che ascolto di più, resta fondamentale per comprendere davvero la loro traiettoria.

martedì 17 febbraio 2026

Nirvana - In Utero


 
Artista: Nirvana
Anno: 1993
Tracce: 13
Formato: CD 
Acquista su Amazon

In Utero è l’ultimo capitolo di una storia troppo breve. Ogni volta che lo ascolto non riesco a separare la musica da quello che sarebbe successo poco dopo, e questo inevitabilmente cambia tutto. I Nirvana sono durati troppo poco, e anche se li avevo sempre percepiti come antagonisti dei “miei” Guns, col tempo ho capito quanto fosse sterile quella contrapposizione. Erano due mondi diversi, ma entrambi necessari.

Se Nevermind aveva portato il grunge nelle case di tutti con un suono più levigato, In Utero sembra quasi una risposta brusca a quel successo. È più ruvido, più sporco, più diretto. Non cerca di piacere, non cerca compromessi. È un disco che graffia, che a tratti mette a disagio, che sembra voler sabotare l’idea stessa di mainstream che la band aveva involontariamente alimentato.

Canzoni come Rape Me sono diventate iconiche, ma il vero fascino dell’album sta nella sua coerenza emotiva. C’è un senso di tensione costante, di nervi scoperti, di fragilità esposta senza filtri. Kurt Cobain qui non si nasconde dietro melodie rassicuranti: anche quando scrive qualcosa di più dolce, come All Apologies, resta un fondo di inquietudine che non ti lascia mai completamente tranquillo.

Musicalmente è un album meno immediato, ma forse più sincero. La produzione è volutamente meno patinata, la batteria è secca, le chitarre abrasive, il basso presente ma mai invadente. È un disco che suona vivo, quasi crudo, come se fosse stato inciso per necessità più che per strategia.

Oggi mi rendo conto che album come In Utero mancano terribilmente nel panorama musicale. Non perché non esistano band valide, ma perché è raro trovare dischi così coraggiosi, così poco interessati a risultare accomodanti. È un lavoro che non ti prende per mano: ti lascia lì, davanti alle sue crepe.

Forse è anche per questo che avrei voluto che i Nirvana durassero di più. Non per nostalgia, ma per capire dove sarebbero andati dopo un disco così. In Utero resta un finale potente e incompleto allo stesso tempo. Un album che chiude una carriera troppo breve, ma che continua a suonare necessario, ancora oggi.

lunedì 7 aprile 2025

Nirvana - Nevermind



 Autore: Nirvana
Anno: 1991
Tracce: 12 (+1)
Acquista CD su Amazon



C’erano anni in cui scegliere da che parte stare sembrava una questione vitale. O eri con i Guns N’ Roses o con i Nirvana. E io, ovviamente, tifavo per i Guns. In quella logica binaria che oggi fa un po’ ridere, ma che all’epoca era tutto, i Nirvana erano “quei depressi” senza veri assoli, senza virtuosismi, senza piroette alla Slash. E forse c'era stata una litigata tra Axl e Kurt. 

Eppure Nevermind entrò in casa mia. Di nascosto, quasi vergognandomi. Una trasgressione interna, una piccola frattura nel mio tifo metallico. L’occhio – e anche l’orecchio – era stato catturato dalla copertina, quel neonato lanciato sott'acqua verso una banconota, e dal video di Smells Like Teen Spirit che girava in loop su MTV: sudore, capelli lunghi, cheerleader ambigue e quella rabbia che mi parlava anche se non volevo.

Il primo ascolto fu confuso. Non era roba mia, pensavo. Troppo sporca, troppo semplice, troppo… diversa. Ma il seme era piantato. E mentre Lithium martellava la mia stanza, mentre Come As You Are strisciava nel cervello con quel riff ipnotico, mi accorsi che il muro stava crollando. Nevermind non era “meglio” o “peggio” dei miei dischi idolatrati. Era un’altra cosa. Un pugno in faccia al manierismo, una voce rotta che diceva la verità, anche stonata.

A posteriori, si capisce bene perché Nevermind ha spazzato via una certa estetica anni '80 e aperto la porta al decennio successivo. Uscito nel settembre 1991, prodotto da Butch Vig e pubblicato dalla Geffen (un caso?) , è stato il disco che ha traghettato il grunge dal sottosuolo di Seattle alle classifiche mondiali. L’album superò in vendite Dangerous di Michael Jackson nel gennaio '92, diventando il simbolo di una generazione alienata e disillusa, quella del post-Reaganismo, del nichilismo da centro commerciale, delle camicie a quadri e delle Converse sfondate. L' anticommerciale vendeva e parecchio. 

I brani sono diventati inni. Smells Like Teen Spirit, con quel riff alla Pixies reso esplosivo, è considerato da molti il vero inizio degli anni Novanta musicali. In Bloom attacca con sarcasmo chi ascolta la band senza capirla. Breed è un'esplosione di ansia compressa. Polly, acustica e disturbante, racconta con crudezza un caso di cronaca nera, e Something in the Way, cupa e sommessa, chiude l'album come un sussurro esausto.

Con gli anni ho capito che quel disco era un punto di svolta. Non solo per la musica, ma anche per il mio approccio musicale. C'era bisogno di un Kurt Cobain che urlasse il malessere senza metterci troppa scena. E oggi, se penso a quel ragazzino che nascondeva il cd dietro Use Your Illusion II, gli darei una pacca sulla spalla. Bravo, Jack. Hai fatto bene.