lunedì 14 aprile 2025

Athena - Twilight Of Days



 Autore: Athena
Anno: 2000
Tracce: 12
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Un trasferimento, una nuova città, una nuova vita. Appena arrivato a Siena, con ancora addosso la polvere del trasloco e l’euforia dell’inizio, entrai in un negozio di dischi – uno di quelli in cui il tempo si piega e i pomeriggi svaniscono tra scaffali e custodie rigide. Quel giorno portai a casa Twilight of Days degli Athena. Un acquisto d’impulso? Forse. O forse era già tutto scritto.

Il nome del vocalist, Francesco Neretti, non era sconosciuto.
Lo avevo conosciuto anni prima, ai tempi del liceo. Era più grande, certo, ma tra i corridoi girava voce di un ragazzo che “cantava davvero”, uno di quelli con la voce piena di eco, che sembrava uscita direttamente da un palco europeo. Ritrovarlo anni dopo in un album power-prog italiano – e in un momento tanto personale – fu come chiudere un cerchio senza nemmeno sapere che esistesse.

L’album è un viaggio tra luce e ombra.
Twilight of Days è un disco che affonda le radici nei canoni del power metal sinfonico e del progressive melodico. Le chitarre sono serrate ma mai invadenti, le tastiere tessono un’atmosfera epica e cinematografica, e la voce di Neretti guida tutto con una limpidezza che oggi si fa fatica a ritrovare. Non ci sono brani deboli, solo momenti più intimi e altri più arrembanti.

Highlights personali:

  • The Way to Heaven's Gate – puro pathos melodico, da ascoltare con gli occhi chiusi.
  • Hymn – quel tipo di ritornello che ti resta dentro come un luogo caro.
  • Twilight of Days – il brano che dà il titolo all’album e ne racchiude l’essenza: malinconia, energia e speranza mescolate come in un cielo al tramonto.

Riascoltarlo oggi è come aprire un vecchio diario.
Un disco che non ha rivoluzionato il genere, ma che ha rivoluzionato me in quel preciso momento della vita. È questo che conta. E per questo entra di diritto nel mio percorso tra i CD che mi hanno segnato.




domenica 13 aprile 2025

Quando I Mondi Si Scontrano (1951)


 Regia: Rudolph Matè
Anno: 1951
Titolo originale: When Worlds Collide
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.6)
Pagina di I Check Movies
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Film:
 Se c’è una cosa che il cinema di fantascienza degli anni Cinquanta ha saputo fare bene, è trasformare le paure collettive in spettacolo: atomica, alieni, comunismo, Dio. Quando i mondi si scontrano (When Worlds Collide, 1951) ci aggiunge anche l’apocalisse cosmica, portandola in Technicolor direttamente nel salotto borghese dell’America postbellica. E lo fa con una grazia retrò che oggi puzza di naftalina, ma che allora era puro futuro.

La trama è semplice come una profezia biblica. Un pianeta, Zyra, e la sua stella gemella, Bellus, stanno arrivando dritti verso la Terra con l’intenzione di sfondarla come un proiettile nel burro. La scienza (rigorosamente ben pettinata) se ne accorge, cerca di avvisare l’umanità, ma ovviamente nessuno ascolta. Allora si passa al piano B, che tanto quello A sarebbe stato un casino metterlo in pratica se avessero dovuto salvare tutti: costruire un’arca spaziale per salvare pochi eletti e ripopolare un nuovo Eden su Zyra, che passerà vicino alla Terra prima che Bellus la incenerisca.

Oggi, quando si parla di disaster movie, il pensiero corre subito a titoli come Deep Impact o Armageddon, esplosioni digitali e asteroidi , effetti speciali a palate e budget fuori scala. Ma Quando i mondi si scontrano non è stato da meno, se si considera che è figlio dei primi anni Cinquanta. Gli effetti visivi, premiati con l’Oscar, sono un piccolo miracolo artigianale: modellini, matte painting e trucco ottico che riescono a trasmettere lo stesso senso di catastrofe imminente con mezzi infinitamente più modesti. E proprio per questo, forse, più affascinanti.

Il film non ha paura di mettere sul piatto il dilemma etico: chi merita di salvarsi? Chi decide chi sale sull’astronave? Chi resta a morire in una palla di fuoco? Ma non aspettatevi Sartre. Qui la riflessione è sussurrata, mai affrontata. Alla fine vincono la fede intesa come speranza, la scienza, e qualche colpo di fortuna.

Eppure, Quando i mondi si scontrano non è solo un film-catastrofe: è un racconto morale, un messaggio salvifico travestito da B-movie. L’umanità è condannata, ma può salvarsi se sa ascoltare, cooperare e costruire. E magari amare nel frattempo, perché anche mentre la Terra esplode, ci dev’essere spazio per un bacio hollywoodiano. Visione consigliata con: tazza di caffè americano, pioggia fuori dalla finestra, e voglia di fine del mondo (possibilmente vintage).

Ah, ci sta che la traccia omonima degli Iron Maiden, tolte le metafore sullo scontro tra la band ed il nuovo cantante Blaze Bayley, possa riferirsi al film. Non ho indagato a fondo, quindi non trovo riscontri.

Edizione: DVD
Versione della Paramount con traccia audio in stereo e come extra:
  • Trailer

Forclaz MT500 ghette basse per trekking

 

Chiunque abbia mai fatto un’escursione sotto la pioggia battente, attraverso sentieri fangosi o attraversato un ruscello, sa quanto possa essere fastidioso sentire i pantaloni zuppi e le calze intrise d’acqua già dopo pochi passi. Ecco perché ho deciso di mettere alla prova le ghette basse Forclaz MT500 (si trovano a Decatlon) durante una serie di trekking di inizio primavera, tra pozze, fango e pioggerellina costante. E ne sono uscito – sorprendentemente – asciutto.


Materiali e costruzione

Le MT500 si presentano con un design sobrio, interamente nero, e un tessuto tecnico che al tatto dà subito un’idea di resistenza. Il materiale è dichiaratamente impermeabile e traspirante: nella pratica, confermo che tiene molto bene contro schizzi e pioggia leggera o moderata. Il bordo superiore è elasticizzato e rimane ben saldo senza stringere, mentre la cinghia sottopiede in TPU (termoplastico) appare robusta e ben fissata. C’è anche un gancio anteriore che si attacca ai lacci delle scarpe per impedire lo scivolamento in avanti. Io sono di gamba corta ed ho un 40-42, non so quanto siano utilizzabili in comodità per chi ha una gamba ed un piede più massicci, perchè la fibbia nel mio caso è quasi al limite (terzo foro).


Vestibilità e utilizzo sul campo

Quello che ho apprezzato fin dal primo utilizzo è la facilità d’indosso: niente fronzoli, niente cerniere, solo velcro e un paio di aggiustamenti rapidi. Si calzano in un attimo, anche con mani infreddolite. Il taglio basso copre perfettamente la caviglia e la parte alta dello scarpone, lasciando libertà di movimento ma proteggendo da spruzzi, erba bagnata e piccoli detriti.

Durante un'uscita tra i boschi fangosi delle Colline Metallifere, le ghette hanno impedito che fango e sassolini entrassero nelle scarpe che prediligo BASSE per questi percorsi, cosa che in genere mi infastidisce non poco. Non si sono mai spostate o sfilate, anche in discesa ripida o tra rami bassi.


Resistenza e durata

Dopo diversi utilizzi in condizioni diverse (acqua, fango, neve residua), nessun segno di cedimento. Le cuciture sono ben fatte e il materiale si pulisce facilmente: basta un panno umido per rimuovere il grosso dello sporco. Attenzione però: non sono fatte per affrontare neve profonda o ambienti alpini estremi – per quelli servono ghette alte e più strutturate.


Punti di forza

  • Ottimo rapporto qualità/prezzo (circa 20 euro)
  • Leggere e compatte: perfette da tenere sempre nello zaino
  • Facili da indossare anche sul campo (lascio al fibbia già agganciata)
  • Efficaci contro fango, pioggia leggera e detriti

Punti deboli

  • Non adatte a pioggia intensa o condizioni alpine proprio perchè basse
  • Il velcro può accumulare sporcizia con l’uso frequente

Conclusioni

Le MT500 basse di Forclaz sono un piccolo grande alleato del camminatore. Non rivoluzionano il mondo dell’escursionismo, ma lo rendono decisamente più confortevole, soprattutto nei mesi di mezza stagione, quando il terreno è bagnato ma non serve un assetto invernale completo. Le consiglio a chi fa trekking, cammini o anche semplici escursioni in natura e vuole tenere i piedi asciutti e le scarpe più pulite, con un ingombro minimo nello zaino.


Un accessorio spesso sottovalutato che, una volta provato, si finisce per non lasciare più a casa.




Dark Quarterer - War Tears

 
Autore: Dark Quarterer 
Anno: 1993
Tracce: 8
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Ascoltavo anch’io i gruppi che giravano nei soliti giri di provincia: CD acquistati con fatica, risparmiati uno a uno, pescando titoli tra i pochi disponibili nei negozi di dischi locali. C’erano i Metallica, ovviamente, e poi gli Iron Maiden, i Megadeth, qualche deviazione verso il prog o il doom, ma sempre restando dentro una mappa sonora relativamente sicura.

War Tears, invece, arrivò di lato. Me lo passò mio cugino (e ora quel CD si trova a fatica sempre se ci si riesce) , che prendeva lezioni di batteria. “Ascolta questo, sono di qui.” E quel “di qui” era Piombino, la costa tirrenica che non ti aspetteresti patria di un certo tipo di metal epico e oscuro.

Così scoprii i Dark Quarterer. Band piombinese attiva dalla metà degli anni Ottanta, mai davvero esplosa in Italia — forse troppo raffinati per il pubblico rockettaro medio, troppo “seri” per chi cercava solo l’aggressività del metal più immediato. Eppure, all’estero — soprattutto in Germania — erano (e sono) venerati come pionieri. Non solo per la qualità tecnica, ma per l’impronta personale, colta, tragica, che li distingue da qualsiasi altra band italiana del genere.

War Tears è un concept (?) album del 1993 che non fa sconti. È una discesa nella follia della guerra, ma senza eroismi: solo lacrime, dolore, memoria. La voce di Gianni Nepi è teatrale ma mai caricaturale. È come se recitasse dal fondo di una trincea, raccontando non una storia epica, ma una sconfitta collettiva. “War Tears”, il brano che apre l’album, è già manifesto. Ti prende alla gola. La struttura è imprevedibile, i cambi di tempo non sono virtuosismi, ma strumenti narrativi. Il basso non accompagna: parla. E la batteria, quella del Ninci, costruisce e demolisce, con precisione chirurgica.

Brani come “Out of Line”, “Nightmare” o “Last Paradise ” creano un mondo interiore più che un concept lineare. L’album è un campo minato di emozioni. È metal, certo, ma anche teatro, poesia sporca, requiem. Nessun pezzo è lì per “fare numero”. È tutto necessario.

La mia traccia preferita resta Lady Scolopendra: disturbante, cupa, eppure affascinante. È una creatura che striscia fuori dalle casse e ti fissa negli occhi. Inquietante e magnetica, come se fosse uscita da un sogno malato o da una pagina cancellata di un diario bellico.

War Tears è un’esperienza che ti resta sotto pelle. Una che ti arriva magari per caso, da una stanza accanto, tramite un cugino, o da un vecchio CD che ora custodisci con cura . E che poi non se ne va più.




Chi possiede i bitcoin?

 
I bitcoin mi hanno da sempre affascinato e posso definirmi un pioniere minatore avendoli seguiti dalla loro nascita. Per un nerd mettere il pc a lavorare per poterli creare era una bella sfida. Ovviamente non ci ho creduto, un po' come quelli che potevano comprare azioni Google, Amazon o Nvidia a due centesimi ed hanno preferito Blockbuster o Enron. Ho anche giochicchiato un po' con Binance, ma è da starci dietro con pazienza e pure conoscenze che mi mancano per poter fare un buon lavoro. Ogni tanto mi vengono in mente alcune curiosità così ho chiesto a VIKI di buttar giù alcune righe su come sono attualmente distribuite le riserve di Bitcoin. Non ha fatto un buon lavoro, perché ha cambiato più volte versione, così ho scelto l'articolo che più si avvicina alla realtà.

Chi detiene più Bitcoin? Un viaggio tra le balene delle criptovalute

Nel vasto e spesso misterioso mondo delle criptovalute, il Bitcoin regna come la regina indiscussa. Fin dalla sua nascita nel 2009, ha attirato attenzione, investimenti e speculazioni, diventando un simbolo della finanza decentralizzata. Ma sebbene la sua tecnologia sia pubblica e trasparente, una domanda affascina molti: chi detiene davvero la maggior parte dei Bitcoin in circolazione?

1. Un sistema trasparente, ma non sempre chiaro

Una delle caratteristiche fondamentali della blockchain di Bitcoin è la sua trasparenza: ogni transazione è pubblica e verificabile da chiunque. Tuttavia, gli indirizzi dei portafogli non sono collegati a identità reali, il che significa che, se non dichiarati, i proprietari dei portafogli restano anonimi.

Questa ambivalenza ha dato origine a un fenomeno affascinante: sappiamo esattamente quanti Bitcoin sono conservati in ciascun indirizzo, ma spesso non abbiamo idea di chi li possieda.

2. Le balene del Bitcoin: chi sono?

Nel gergo delle criptovalute, i grandi possessori di Bitcoin vengono chiamati balene. Si tratta di individui, società o enti che possiedono una quantità tale di Bitcoin da poter potenzialmente influenzare il mercato con un’unica mossa.

Secondo i dati disponibili,  tra i principali detentori troviamo:

  • Satoshi Nakamoto: il misterioso (e probabilmente pseudonimo) creatore di Bitcoin. Si stima che detenga circa 1,1 milioni di BTC, mai spostati dal 2010.
  • MicroStrategy e Tesla hanno nel proprio portafoglio un numero considerevole di bitcoin acquistati per ancorare il proprio valore. 
  • Grayscale Bitcoin Trust: uno dei più grandi fondi istituzionali in criptovalute, con oltre 600.000 BTC sotto gestione.
  • Coinbase, Binance e Bitfinex: due delle principali piattaforme di scambio, che custodiscono milioni di BTC nei loro wallet a freddo per conto degli utenti.
  • Entità governative: ad esempio, gli Stati Uniti hanno sequestrato nel tempo diversi milioni di dollari in BTC legati ad attività illecite, conservandoli in wallet controllati dal governo.

3. Distribuzione della ricchezza in Bitcoin

Uno studio della National Bureau of Economic Research del 2021 ha rivelato che il 10% dei miner e investitori possiede il 90% di tutti i Bitcoin esistenti. Questa concentrazione, molto più accentuata rispetto ad altri mercati finanziari, alimenta discussioni e critiche sulla reale decentralizzazione del sistema.

La distribuzione, ad oggi, è grosso modo così:

  • 2% degli indirizzi possiede circa il 95% dei BTC totali
  • Più di 80% degli indirizzi possiede meno di 0,01 BTC ciascuno

Molti di questi grandi wallet, però, appartengono a exchange e servizi di custodia, che rappresentano indirettamente migliaia o milioni di utenti. Quindi la concentrazione è reale, ma va letta con cautela.

4. Bitcoin perduti: quando il valore sparisce per sempre

Una parte significativa dei Bitcoin non è più accessibile. Si stima che tra 3 e 4 milioni di BTC siano stati persi per sempre, a causa di:

  • Smarrimento delle chiavi private
  • Dispositivi distrutti
  • Portafogli dimenticati
  • Morte dei proprietari senza lasciare accesso agli eredi

Uno dei casi più noti è quello di James Howells, l’uomo che avrebbe buttato per errore un hard disk con oltre 8.000 BTC (oggi varrebbero più di 400 milioni di dollari).

Questi Bitcoin non torneranno mai in circolo, riducendo di fatto l’offerta reale disponibile.

5. Perché è importante sapere chi detiene i Bitcoin

Capire la distribuzione del Bitcoin non è solo una curiosità. Ha implicazioni dirette su:

  • Volatilità: le balene possono, con un singolo movimento, causare variazioni enormi nel prezzo.
  • Sicurezza del sistema: un attacco coordinato ai principali detentori potrebbe minare la fiducia nel sistema.
  • Decentralizzazione: se pochi controllano molto, la filosofia stessa di Bitcoin è messa in discussione.

Tuttavia, la trasparenza della blockchain permette agli utenti di monitorare eventuali movimenti sospetti, rendendo l’ecosistema più consapevole.

6. Un sistema ancora giovane

Bitcoin è ancora un sistema in evoluzione. La sua distribuzione è destinata a cambiare con l’adozione crescente da parte di investitori retail, fondi pensione, banche e stati.

Inoltre, col passare degli anni, molte balene storiche hanno venduto o ridotto le loro posizioni. Al contrario, nuovi protagonisti stanno entrando sulla scena, come il Salvador, primo stato al mondo ad adottare il Bitcoin come valuta legale.

7. Conclusione: un equilibrio instabile ma affascinante

Il mondo del Bitcoin è affascinante proprio per la sua complessità e per i tanti livelli di lettura. Sapere chi lo possiede davvero è fondamentale per chi vuole investire, comprendere il mercato e seguire l’evoluzione della finanza decentralizzata.

Sebbene molte risposte restino ancora nebulose, la direzione è chiara: più trasparenza, più accesso, e una crescente democratizzazione dell’uso delle criptovalute.

Per chi si avvicina a questo mondo, il consiglio resta lo stesso: studiare, informarsi, muoversi con prudenza. E magari – perché no – tenere d’occhio le balene.


Fonti e approfondimenti utili:



sabato 12 aprile 2025

Juventus 2 - Lecce 1

 
Non guardiamo soltanto i minuti finali, altrimenti non se ne esce: che sulla Juve ci sia ancora molto da lavorare lo sappiamo da almeno cinque anni, non da ieri. E continuo a dirlo. Così come continuo a dire che non puoi pensare che cambiando in corsa un allenatore, quando avrebbe dovuto esserci un progetto almeno triennale, tu possa invertire una tendenza. E la tendenza qui è che si rischia sempre tanto e ci si fanno scappare le occasioni. Non parlo tanto delle reti non fatte (soltanto 2 su 22 tiri) quanto degli obiettivi da raggiungere e sui tasselli da conquistare per arrivarci. Questa giornata per noi è deliziosamente ghiotta in quanto abbiamo trovato il non certo irresistibile Lecce in casa nostra mentre Roma e Lazio si incontrano nel derby così come Atalanta e Bologna si scontrano tra loro. Insomma tutto da guadagnare. Parlando della partita abbiamo visto una Juve partire a fuoco come nel primo tempo di Roma, fare due reti nel primo tempo e cercare di controllare nel secondo, pur avendo un dominio nella trequarti avversaria. I piccoli o grandi errori di disattenzione però non sono mai mancati e con loro anche i limiti tecnici di alcuni giocatori inadatti alla nostra squadra son venuti fuori a turno. Tanto che abbiamo davvero rischiato di non avere i tre punti. Come dicevo quindi c'è ancora molto da lavorare, a cominciare però anche dai protagonisti schierati tra campo e panchina, perchè di questi nessuno è abituato a vincere. E sarà dura abituarli.