Dopo aver esplorato le sabbie rosse e retro-futuristiche di Kage Baker con L'Imperatrice di Marte, sono tornato a frequentare le pubblicazioni della Delos Books dedicate all'autrice californiana con "Benvenuto nell'Olimpo, signor Hearst!" (Welcome to Olympus, Mr. Hearst, del 2003). Se la precedente lettura mi aveva lasciato piuttosto tiepido, questa novella agile e molto breve ha saputo agganciarmi decisamente di più; intendiamoci, la storia in sé non è niente di trascendentale o particolarmente originale, ma la narrazione ha quel ritmo e quell'atmosfera capaci di tenerti incollato alla pagina e si divora in un paio di pomeriggi al mare. La vicenda si muove tra il 1926 e il 1933, in piena Grande Depressione e nel bel mezzo del passaggio epocale dal cinema muto al sonoro, ruotando attorno a William Randolph Hearst, il leggendario e spietato magnate dei media che ispirò il Quarto Potere di Orson Welles. Hearst vive nel suo sfarzoso e bizzarro castello di San Simeon, ribattezzato "l'Olimpo", ed essendo ormai anziano è ossessionato dal declino fisico, cercando in ogni modo un espediente per ingannare la morte. Ed è qui che entra in gioco la fantascienza: alla sua corte si muovono Joseph e Lewis, due facilitatori della Compagnia del Tempo, un'organizzazione del XXIV secolo che ha scoperto il viaggio temporale e crea cyborg immortali per viaggiare nelle varie epoche, con lo scopo di saccheggiare opere d'arte o reperti prima che vadano perduti nella storia. Joseph deve stringere un patto con Hearst, ma tra finti medium, imprevisti dell'ultimo minuto e cammei di attori dell'epoca d'oro di Hollywood come Greta Garbo e Clark Gable, la missione prenderà una piega inaspettata anche per un immortale. Una delle curiosità più interessanti di questo volume riguarda proprio la sua collocazione editoriale, poiché pur muovendosi nello stesso identico universo narrativo del celebre (ma a me totalmente sconosciuto) Ciclo della Compagnia del Tempo, si tratta a tutti gli effetti di una storia separata e del tutto autonoma, un "dietro le quinte" autoconclusivo che non richiede affatto di aver letto i romanzi principali della saga per essere goduto appieno. La Baker usa la cornice fantascientifica quasi come un pretesto per fare quello che le riesce meglio in questo formato, ovvero ironizzare sulla malleabilità della verità e della stampa e mettere in scena il contrasto tra l'immutabilità dei cyborg e la decadenza dell'essere umano. Analizzando la trama a mente fredda ci si rende conto che è davvero un filo sottile che si dipana senza grandi picchi o colpi di genio fantascientifici, eppure la scrittura scorre che è un piacere; l'ambientazione nella Hollywood anni '30 è resa con una vivacità e un'ironia sottile che mi hanno preso molto più rispetto alle atmosfere marziane dell'altra opera, rendendola una lettura fantascientifica leggera, densa di atmosfera d'altri tempi e con un pizzico di ottima satira storica.
domenica 14 giugno 2026
Kage Baker - Benvenuto Nell'Olimpo Signor Hearst!
sabato 7 giugno 2025
Kage Baker - L'Imperatrice Di Marte
Pubblicato nel 2007 grazie a Delos, ma con l’aria di qualcosa uscito da una fiera del libro del ’76, questo racconto è il classico esempio di “nonostante tutto… no”. Nonostante sia ambientato su Marte, con colonie, birrerie improvvisate e monache spaziali, non c’è nulla che riesca davvero a catturare. Nonostante voglia essere ironico, graffiante, pieno di personaggi sopra le righe, l’effetto è più simile a quello di una cena andata male: tutto ti rimane lì, indigesto.
La protagonista, Mary Griffith, ex dipendente della corporazione diventata ostessa marziana con annesso pub (che dovrebbe essere l’anima del racconto), è un personaggio che poteva essere carismatico. Poteva. Perché invece è immerso in descrizioni stanche, dialoghi scoloriti e un umorismo che arranca. Alcune scene sembrano scritte con l’idea che tanto i lettori capiscono la parodia, ma purtroppo non basta strizzare l’occhio per far ridere.
Nonostante il contesto sia dichiaratamente fantascientifico, lo stile e le dinamiche sembrano prese di peso da un western polveroso e impolverato, senza però la forza di un vero mash-up o la coerenza di un omaggio. Sembra di leggere una fan fiction di Firefly, ma senza il carisma della ciurma, senza i colpi di scena, senza… energia. E sì, senza il resto
Insomma, L’Imperatrice di Marte è uno di quei titoli che ti attraggono con la promessa di leggerezza intelligente e che invece ti mollano lì con l’ennesima battuta che non fa ridere e un mondo che non ti interessa. Un racconto che – paradossalmente – riesce a sembrare troppo breve e troppo lungo allo stesso tempo.
Se volete andare su Marte, fatelo pure. Ma portatevi un altro libro.
