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mercoledì 6 maggio 2026

Savatage - Dead Winter Dead

 
Artista: Savatage
Anno: 1995
Tracce: 13
Formato: CD
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Con i Savatage avevo già capito da Handful of Rain in poi che la band stava andando da un'altra parte rispetto alle origini: più sinfonica, più teatrale, con un piede sempre più vicino all'opera rock. Dead Winter Dead  è il passo successivo, e forse più ambizioso: un concept album ambientato durante la guerra in Bosnia, con Sarajevo assediata come sfondo e una storia d'amore impossibile come filo narrativo.

Il punto di partenza è reale. Jon Oliva e il produttore Paul O'Neill si ispirano a due episodi di cronaca che li colpiscono nel profondo: i cosiddetti Romeo e Giulietta di Sarajevo cioè una coppia di innamorati, lui serbo e lei bosniaca, morti abbracciati sul ponte di Vrbanja nel tentativo di fuggire dalla città  e il violoncellista Vedran Smailović, che suonava in mezzo alle rovine per onorare le vittime, sfidando le bombe con la musica classica. Da questa immagine nasce il cuore del disco: un anziano musicista che ogni notte scende in piazza e suona, mentre intorno tutto brucia. I due protagonisti ovvero il soldato serbo Serdjan e la partigiana musulmana Katrina che si ritrovano uniti da quella melodia nel caos della guerra.

Musicalmente è il disco in cui i Savatage abbandonano definitivamente l'etichetta heavy metal nel senso tradizionale. Le chitarre  affidate questa volta ad Al Pitrelli e a Chris Caffery diventano spesso un supporto alla struttura orchestrale piuttosto che il centro di tutto. Le tastiere di Jon Oliva, i cori, gli arrangiamenti classici con richiami a Mozart e Beethoven prendono sempre più spazio. Overture apre il disco con una solennità che prepara bene a quello che viene. This Is the Time e Not What You See sono i momenti emotivamente più alti, con Zak Stevens alla voce che in certi passaggi dà il meglio di sé. E poi c'è Christmas Eve (Sarajevo 12/24): strumentale, con melodie natalizie trasfigurate in qualcosa di maestoso e malinconico  il brano che avrebbe ispirato direttamente la nascita della Trans-Siberian Orchestra.

Non raggiunge le vette emotive di Streets: A Rock Opera, che rimane un loro capolavoro irripetibile. Ma tra Sirens, Handful of Rain, Wake of Magellan e Poets and Madmen, Dead Winter Dead si inserisce perfettamente in quel percorso che ha reso i Savatage una delle band più uniche e sottovalutate dell'intera storia del metal. Un disco che parla di guerra senza retorica, che trasforma la brutalità in poesia senza perdere il peso. Uno di quelli che si ascoltano dall'inizio alla fine, senza saltare niente.

venerdì 13 marzo 2026

Savatage - The Wake Of Magellan

 

Artista: Savatage
Anno: 1997
Tracce: 13 + 2
Formato: CD 
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Con i Savatage il percorso nella loro discografia è uno di quelli che non si fanno per obbligo ma per piacere, e The Wake of Magellan è uno di quei punti di arrivo che aspetti con curiosità crescente. Dopo la crudezza emotiva di Handful of Rain, il 1997 porta un concept album costruito intorno a un'idea precisa: una nave senza nome che solca mari sconosciuti, un equipaggio che potrebbe essere l'umanità intera, un viaggio verso qualcosa che non viene mai definito completamente. È il tipo di concept che funziona proprio perché non spiega troppo, lascia che la musica colmi gli spazi.

Jon Oliva aveva già dimostrato con i dischi precedenti di saper pensare in grande, ma qui si percepisce una maturità compositiva ulteriore. Il disco è orchestrale senza essere pesante, drammatico senza essere retorico: un equilibrio che non è per niente scontato nel metal sinfonico di quegli anni. Zak Stevens alla voce è in splendida forma: sa quando spingere e quando trattenersi, e nei momenti più intensi del disco quella sua capacità di stare sul limite senza cadere dall'altra parte è uno degli elementi che tiene tutto in piedi.

I brani che restano di più sono quelli che sanno mescolare il peso epico con qualcosa di più intimo. The Wake of Magellan   stabilisce  le coordinate del viaggio con una tensione che non allenta mai del tutto. Another Way ha quella melodia che si deposita dentro e non se ne va. E poi c'è Anymore, il brano che più degli altri mostra la capacità dei Savatage di scrivere ballad che non scadono nel facile sentimentalismo ma mantengono una loro dignità emotiva.

martedì 3 marzo 2026

Savatage - Power Of The Night

 

Artista: Savatage
Anno: 1985
Tracce: 10
Formato: CD 
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Da grande estimatore dei Savatage, Power of the Night è stato uno di quegli album arrivati dopo, quando ormai il mio cuore era già pienamente conquistato dai lavori degli anni Novanta. Non è stato un colpo di fulmine iniziale, ma un tassello che ho voluto aggiungere con convinzione alla mia collezione, per dare completezza a un percorso che sentivo mio.

Rispetto a Sirens il salto è evidente. Qui la band suona più compatta, più consapevole, decisamente più matura. C’è ancora quell’energia ruvida e notturna degli esordi, ma è incanalata meglio, strutturata con maggiore attenzione. Le canzoni non sono più solo istinto e velocità, ma iniziano ad avere una forma più definita, una direzione più chiara.

L’anima heavy metal è ancora centrale, con riff diretti e un’impostazione che guarda alla scena americana dell’epoca, ma già si percepiscono quei semi melodici e quella vena drammatica che esploderanno pienamente negli anni successivi. È come osservare un artista nel momento in cui sta trovando la propria identità, ancora legato alle radici ma pronto a qualcosa di più ambizioso.

Non è l’album dei Savatage che ho ascoltato di più, e non è quello che associo immediatamente al mio legame con loro. Però è stato un compagno musicale onesto, solido, capace di accompagnarmi senza mai sembrare un riempitivo. Ogni volta che lo rimetto su ritrovo quella dimensione più diretta, meno orchestrale, meno concettuale, ma comunque sincera.

Power of the Night non rappresenta il vertice creativo della band, almeno non per me, ma è un passaggio fondamentale. È il ponte tra l’irruenza degli inizi e la maturità compositiva che li renderà unici negli anni a venire. E proprio per questo, pur non avendolo consumato come altri loro dischi, lo considero una presenza necessaria nella mia storia con i Savatage.

lunedì 19 gennaio 2026

Savatage - Handful Of Rain

 
Autore: Savatage
Anno: 1994
Tracce: 10
Formato: CD
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Handful of Rain esce nel 1994 ed è uno di quei dischi che, se ami davvero i Savatage, prima o poi ti si incastrano sotto pelle. Non ti prende a schiaffi come Sirens, non ti travolge con l’ambizione di Streets, ma lavora più in profondità. È un album crepuscolare, introspettivo, segnato da un’assenza che pesa come un macigno: quella di Criss Oliva.

La sua morte aleggia ovunque, anche quando non viene mai nominata apertamente. Eppure Handful of Rain non è un disco funerario. È piuttosto un album di resistenza emotiva, il tentativo di andare avanti senza tradire ciò che i Savatage sono stati. Jon Oliva prende il timone in modo totale, artistico e spirituale, e lo fa senza cercare scorciatoie o facili mitizzazioni.

La copertina è già una dichiarazione d’intenti: pioggia, colori spenti, un’atmosfera malinconica ma mai disperata. Non c’è teatralità eccessiva, non c’è l’epica barocca che arriverà dopo. Qui domina una sensazione di stanchezza lucida, di consapevolezza adulta. È una cover che non vuole sedurre, ma prepararti.

Musicalmente il disco segna una svolta netta. Handful of Rain è più diretto, più compatto, meno stratificato rispetto ai lavori precedenti. Le orchestrazioni e gli elementi progressivi restano sullo sfondo, mentre emerge un heavy metal solido, oscuro, a tratti quasi rabbioso. È come se la band avesse deciso di spogliarsi degli orpelli per concentrarsi sull’essenziale: riff, atmosfera, peso emotivo.

Stevens, alla voce, è il vero fulcro del disco. Non cerca la perfezione tecnica, ma l’espressività. Canta spesso al limite, con una tensione palpabile, e proprio per questo risulta autentico. Qui non c’è alcun tentativo di “sostituire” Criss: la sua chitarra non viene imitata, viene onorata andando altrove. Una scelta coraggiosa, che all’epoca spiazzò molti fan ma che oggi appare inevitabile.

Riascoltato oggi, Handful of Rain è un album che cresce col tempo. Non è immediato, non è accomodante, e forse per questo è stato a lungo sottovalutato. Ma è uno dei dischi più sinceri dei Savatage, uno di quelli in cui senti davvero la band fare i conti con se stessa. È il suono di una ferita ancora aperta, ma anche della volontà di non fermarsi.

Non è il Savatage più spettacolare, né il più celebrato. Ma è uno dei più veri. Un disco che non cerca consenso, che non ammicca, che non semplifica il dolore. Handful of Rain è questo: una manciata di pioggia, sì, ma anche la prova che i Savatage, nel loro momento più buio, hanno scelto di restare fedeli a se stessi. E non è poco.

lunedì 15 dicembre 2025

Savatage - Sirens

 

Autore: Savatage 
Anno: 1983
Tracce: 9
Formato: CD 
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Partiamo da una verità: Sirens non è solo il primo album dei Savatage, è praticamente la loro prima botta di vita nella scena heavy metal americana — un debutto che ancora oggi, quasi 45 anni dopo, fa girare la testa a chi ama il metallo vecchia scuola. Pubblicato nel 1983, Sirens arriva da Tampa, Florida, registrato praticamente in un giorno a Morrisound Studio con i brani appena finiti di scrivere. Roba da far impallidire qualsiasi calendario di produzione odierno.

Siamo nella fossa primordiale del metal — niente fronzoli prog, niente concetti filosofici da colonna sonora Netflix: qui c’è metallo grezzo, veloce, sanguigno, con riff che ti colpiscono come una secchiata di ghiaccio in faccia. Jon Oliva alla voce e piano, il fratello Criss Oliva alla chitarra — già qui sai che non stai ascoltando roba da discoteca, ma roba che pretende di scuoterti l’anima oltre che il collo.

La prima cosa che salta all’occhio (letteralmente) è la storia della copertina. L’uscita originale aveva un artwork con una nave in mezzo a un mare tempestoso, gothica e sinistra, che calza perfettamente con il mood ancor grezzo e avventuroso del disco. Magari avere quella edizione originale...  Ma poi, nelle ristampe europee e americane più diffuse, la cover cambia completamente: un’illustrazione tratta dal libro per bambini The Borribles Go For Broke, con figure quasi fiabesche, che sembra un’esca giocosa in un mare di chitarre taglienti. Questa incongruenza estetica tra copertine è ormai parte del folklore da collezione tra fan e vinilomani — trovare la versione originale fa la gioia di chi colleziona prime edizioni.

E qui arriva l’aneddoto da bar: secondo alcune leggende metallo-popolari del web, l’album doveva essere molto più lungo — quasi un doppio — ma la limitazione fisica dei vinili dell’epoca costrinse la band a separare parte del materiale e darlo poi alle stampe come EP The Dungeons Are Calling l’anno successivo. Jon Oliva stesso ha parlato di questa scelta, e l’espediente alla fine ha fatto la felicità dei fan, regalando due pietre miliari della band invece di una. Esiste comunque, più diffusa oggi ed a prezzi umani, la versione doppia con una tracklist più lunga. 

Parliamo del sound: non è ancora il Savatage progressivo che conosceremo nei dischi di metà anni Ottanta e Novanta, ma è già ironclad nella sua foga. La title track che apre il disco è una cannonata che ti lascia senza fiato — riff serrati, ritmica a tutta birra, voce aggressiva e cori che sembrano gridare battaglia. Da lì in poi il disco non si ferma: le tracce scorrono come un treno in corsa tra power metal, speed e accenni di oscurità rituale, ritratto di una band che sta ancora cercando la sua anima ma lo fa con una determinazione feroce.

Ascoltandolo oggi, Sirens ha quel sapore di unicità storica che pochi debutti riescono a evocare: senti l’energia di una band che non ha ancora niente da perdere e tutto da conquistare. Per i fan del metal duro, è una tappa quasi obbligata — non tanto perché sia perfetto, ma perché racconta chi erano i Savatage prima di diventare ciò che poi sarebbero diventati. In un certo senso è come guardare un giovane gladiatore prima della  grande arena: con ancora qualche imperfezione, ma con una voglia di spaccare il mondo che ti raggrinza le dita se tieni il volume troppo alto.

Insomma: Sirens non è solo un debutto. È una dichiarazione di guerra colta nel mezzo di una tempesta di chitarre e sudore. 

lunedì 17 marzo 2025

Savatage - Poets And Madmen

 
Autore: Savatage 
Anno: 2001
Numero tracce: 11
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Ci sono album che non sono necessariamente i migliori di una band, ma che rimangono impressi per il momento in cui li abbiamo scoperti. Poets and Madmen è stato il primo album dei Savatage che ho acquistato e ascoltato, e per questo conserva un posto speciale nella mia esperienza musicale.

Uscito nel 2001, Poets and Madmen è un lavoro particolare, segnando sia il ritorno di Jon Oliva come unico cantante, sia l’ultimo album in studio della band prima di un lungo silenzio discografico. Il disco è un concept ispirato alla storia vera di Kevin Carter, il fotografo vincitore del Pulitzer per lo scatto di un bambino sudanese sotto la minaccia di un avvoltoio. Tematicamente cupo e drammatico, Poets and Madmen si inserisce nella tradizione dei Savatage con la sua narrazione teatrale e i cori stratificati, che qui assumono un ruolo di prim’ordine.

Musicalmente, l’album mantiene l’impronta progressive e sinfonica che la band aveva affinato negli anni ’90, ma con un ritorno a un sound più grezzo e diretto. Brani come Stay with Me a While e Commissar mostrano il lato più aggressivo, mentre Morphine Child incarna l’epicità dei Savatage, con una struttura articolata e quei cori maestosi che mi hanno colpito fin dal primo ascolto. The Rumor e Man in the Mirror completano un viaggio sonoro in bilico tra poesia e follia, proprio come suggerisce il titolo dell’album.

Pur non essendo il mio preferito della band, Poets and Madmen è stato la mia porta d’ingresso nel mondo dei Savatage, e ancora oggi lo considero un album affascinante, ricco di passaggi memorabili e con un concept avvincente. Forse non ha la stessa magia di capolavori come Gutter Ballet o Streets, ma è comunque un degno canto del cigno per una delle band più originali della scena metal.


domenica 4 settembre 2011

Savatage - Edge of Thorns


Autore: Savatage
Anno: 1993
Tipo album: studio
Numero tracce: 14 (13 + acoustic bonus track)
Pagina di MusicBrainz

Per la musica non vado in ordine cronologico, e neanche inserisco subito i miei preferiti, e ci sta che non vada neanche a caso. C'è una mano invisibile che preme il play e tutto il resto viene da sè. I Savatage per un bel periodo hanno monopolizzato le mie orecchie e devo fare uno sforzo sovrumano  per trovare qualcosa di loro che non mi piaccia. Con Edge of Thorns erano già arrivati gli enormi successi che li hanno catapultati nell'Olimpo dell' heavy metal. E' un album molto particolare, di quelli che riletti a distanza di anni ti creano un magone interiore ed hanno un valore simbolico eccezionale. E' l'ultimo in cui ha suonato Criss Oliva, prima dell'incidente stradale in cui è morto, ed il primo in cui manca alla voce il fratello Jon, presente però alle tastiere. La conduzione familiare che è stata un caposaldo del gruppo è venuta meno, ma non è mai avvenuto il declino. Di sicuro se i due fratelli avessero continuato a lavorare, suonare e cantare insieme, il successo sarebbe stato mondiale. Il fato non ha voluto ciò. Stevens alla voce risulterà però una gradita sorpresa ed un'esperienza senza alcun tipo di rammarico o rimorso: voce potente, sebbene un po' più melodica di quella di Jon Oliva. Quindi non è successo come per la sostituzione di Dickinson con Bayley tanto per intenderci. Qualche arrangiamento c'è stato, ma nessuno stravolgimento. Una costante che possiamo trovare in tutte le composizioni è la perfetta fusione e sincronia tra tastiere e chitarre. Le introduzioni di piano (vedi ad esempio proprio la title track o  Exit Music) o quelle di chitarra ed arpeggi o ancora create dal cantato (All that I bleed), servono poi a lanciare un sound più cattivo e pieno. Nell'album non mancano i capolavori da diversi punti di vista. Ritmicità e cori, voci che si frappongono a riff , un basso di quelli ignoranti che non può non estasiare ed i colpi di batteria un po' diversi da solito ma che riempono la sala musicale. Gli assoli non mancano e possiamo stabilire che Criss Oliva è un dio (può darsi che sia il lavoro in cui dà del suo meglio, prima della triste scomparsa) e che la scelta dello sconosciuto Stevens è la più azzeccata della storia (ascoltate Conversation Piece), poichè sembra che si trovino alla grande. La sua non è un'imitazione è solo un essersi integrato a musica e testi in modo sublime. Nella versione che ho del cd vi è anche la versione acustica della loro canzone più conosciuta: Believe. Altro capolavoro in una versione da brivido. Puro metal che lascia spazio ad un progressive dove le ballate non fanno storcere il naso. Grazie Savatage.