sabato 28 febbraio 2015

E.T. L'Extra-terrestre (1982)


Regia: Steven Spielberg
Anno: 1982
Titolo originale: E.T. The Extra-Terrestrial
Voto: 7/10
Pagina: di IMDB (7.9)
Pagina di I Check Movies
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Non so perchè (anzi lo so), ma ogni volta che penso ad Ettì mi viene da fare il paragone con I Goonies. La vedo sempre come una sfida tra due film per famiglie che sono un simbolo per alcune generazioni di ragazzi cresciuti negli anni ottanta. Io vabbeh faccio parte di quelli un tantino più giovani quindi parteggio per la pellicola di Donner che trovo più avvincente ed avventurosa. D'altro canto Spielberg lavora tre anni prima su quello che viene, giustamente, considerato un capolavoro di fantascienza soprattutto in relazione a costumi ed effetti speciali. E' un film romantico, commovente, che non può non lasciare indifferenti. Già con Incontri Ravvicinati Del Terzo Tipo avevamo avuto un'inversione di marcia con il contatto extraterrestre: non venivano per invaderci. Con E.T. si ripropone questa salsa, ma in maniera molto più sentimentale, giocando d'astuzia ed inserendo i giovani come protagonisti. Un successo assicurato che fa leva sui buoni propositi, le emozioni ed i valori personali. Sugli aspetti vincenti però basta (no dai ancora un applauso a Carlo Rambaldi), non servo io per spiegare il perchè di tanta acclamazione e di quattro premi Oscar, voglio parlare di una cosa marginale , ma che non mi è mai andata giù. Elliot lo trovo lagnoso ora come lo trovavo lagnoso prima: è un falso. Con il suo modo di fare stravolge la sceneggiatura, che sarebbe semplice e troppo lineare. Nella normalità delle cose, arriva Ettì, fa amicizia col bimbo e stabiliscono un legame empatico, poi una volta arrivato il momento questo aiuta l'altro a tornare a casa nonostante siano stati amici in quei brevi momenti di convivenza. Così però non avrebbe attirato chissà quali simpatie. Serviva un nemico ed hanno scelto gli adulti. O il Governo. O gli scienziati. Che in sostanza non vogliono assolutamente fare del male alla creatura, anzi la curano. Ma Elliot urla e sbraita come se gli avessero tolto il SUO giocattolo di mano ed in questo modo riesce a dare un senso al fatto che improvvisamente E.T. muoia, rinasca, venga rapito ed inizi una rocambolesca furia.dei bimbi in bicicletta. Ma sia chiaro che nessuno voleva fargli del male, e neanche studiarlo con la vivisezione o la lobotomia. Approfittando in maniera scellerata di una promozione Amazon con il 3x2 dei film da Oscar ho puntato velocemente sulla versione DVD che è ok in audio video (niente di che e niente male), ma che risulta essere la versione originale del 1982 ovvero quella senza scene aggiunte per i suoi venti anni nel 2002. Gli extra poi sono quasi inesistenti con solo 2 minuti di introduzione del regista.

venerdì 27 febbraio 2015

Brodway Danny Rose (1984)


Regia. Woody Allen
Anno: 1984
Titolo originale: Brodway Danny Rose
Voto: 6/10
Pagina di IMDB (7.5)
Pagina di I Check Movies
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E vedi che piano piano mi sto assuefacendo a Woody Allen? Le sue commedie, dall'apparenza leggera, sono un insieme di attenti e studiati dialoghi che muovono le fila di personaggi mai scontati. Ancora una volta protagonista, il regista ed attore di origini ebraiche non manca di portare sul grande schermo un personaggio che ricalca in parte i suoi connotati. Questa volta è un talent scout di New York (eh beh) che si destreggia tra artisti che di talento non hanno poi molto. Un mondo di sfigati che difficilmente arriveranno al successo, e nel caso fortuito in cui questo arrivasse, sono pronti a cambiare manager senza batter ciglio. Ma Danny Rose lo sa, lui è fatto così, animo gentile e dedizione per il proprio lavoro e per i propri assistiti. Fondamentalmente un uomo buono, di quei buoni che purtroppo troppo spesso, vengono definiti come tonti e di cui si parla ridendo alle cene tra amici. Ed Allen riesce a rendere omaggio ad una figura di questo tipo, magari già obsoleta per il mondo dello spettacolo, fatto di arrivismo e denaro. A lui si affianca ancora una volta Mia Farrow che si contrappone in maniera abbastanza netta al suo modo di essere e di fare. La parodia della famiglia italo americana di stampo mafioso è un ulteriore esempio di come riesca ad impreziosire la pellicola con gag e battute sì sottili, ma anche estremamente divertenti. "grazie a Dio sono ateo" oppure "non credo in Dio ma mi ci sento in colpa" sono solo un assaggio della sua vena compositiva

giovedì 26 febbraio 2015

Villaggio Dei Dannati (1995)


Regia: John Carpenter
Anno: 1995
Titolo originale: John Carpenter’s Village Of The Damned
Voto: 4/10
Pagina di IMDB (5.6)
Pagina di I Check Movies
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Uno dei più rappresentativi registi horror si cimenta in un remake de Il Villaggio Dei Dannati, pellicola del 1960 diretta da Wolf Rilla che è divenuta una sorta di cult per un genere che in quegli anni ha trovato molta fortuna. Purtroppo il risultato non è affatto dei migliori: rendere attuale (gli anni novanta li considero ancora contemporanei) una storia che narra di una particolare e silenziosa invasione aliena poteva essere gestito in maniera più consona. Già il film originale non è che mi abbia fatto alzare dal divano per applaudirlo, ed in tutta onestà mi aspettavo da Carpenter una rivisitazione oltre che più consistente, anche più d’impatto. L’inizio del film sembra poter in un qualche modo sopperire alle mancanze del suo predecessore grazie ad una fotografia maggiormente vivida ed un montaggio che sì, richiamava le pellicole a basso costo di alcuni anni prima, ma poteva risultare un omaggio appunto, voluto. Però poi con il passare dei minuti si nota che quel qualcosa in più che ci si aspettava viene a mancare. Gli attori (ultimo film di Christopher Reeve prima dell’incidente) non sono convincenti e non risultano psicologicamente partecipi specie nella seconda parte, i bambini non fanno paura sebbene dovrebbero, alcune scene secondo me fondamentali sono state sostituite da altre, che in potenza avrebbero potuto essere un’ottima scelta, ma che come risultato finale aggiungono davvero poca roba. Anche gli effetti speciali si limitano ad illuminare gli occhi dei dannati e la parte relativa ai costumi si ferma a tingere i capelli di platino ai ragazzini.  A chi dovrebbero far paura? Ad una manciata di paesani inglesi di inizio anni sessanta potrebbe anche darsi. Ma pure ai campagnoli californiani armati di fucile di metà anni novanta? Questi teppistelli, che siano alieni o no, si meritano qualche sculacciata. Poi c’è un salto temporale di circa sei anni che lascia a bocca aperta. Dal lato horror_violenza abbiamo solo la scena della mano nella pentola con l’acqua a bollore, su cui però non ci si sofferma troppo. Il resto è una grossolana copia dell’originale, ma che non può essere ambientato ai giorni d’oggi. I bambini dannati sono inquietanti, ma non abbastanza. Insomma ci sono troppi condizionali, troppi se e troppi ma, per poterlo gradire.

mercoledì 25 febbraio 2015

Paul Auster - L'Invenzione Della Solitudine


Autore: Paul Auster
Anno: 1982
Titolo originale: The Invention Of Solitude
Voto: 4/5
Pagine: 182
Pagina di Anobii
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Trama del libro e quarta di copertina:

Il libro si compone di due scritti speculari. Il primo, "Il ritratto di un uomo invisibile", è una meditazione sulla scomparsa del padre, scritta qualche settimana dopo la sua morte. "Niente è più terribile che trovarsi faccia a faccia con gli oggetti di un morto. Le cose di per sé sono inerti: assumono significato solo in funzione della vita che ne fa uso", scrive Auster nel passare in rassegna le carte e gli oggeti del padre. Nel secondo "pezzo","Il libro della memoria", l'autore sposta la sua attenzione dalla sua identità di figlio a quella di padre: riflette sulla condizione solitaria dello scrittore e prova a immaginare quella che sarà fatalmente la separazione dal figlio che cresce.  

Commento personale e recensione:

Impossibile non restare estasiati da Paul Auster. Anche quando ti ritrovi a leggere un suo saggio, una sorta di biografia per il padre morto, una specie di raccolta di pensieri per affrontare la propria esistenza. Non necessariamente un romanzo quindi, ma pur sempre un qualcosa di leggibile con la solita fluidità di sempre. Credevo di utilizzare questa lettura con quella classica immedesimazione che spesso si crea tra lettore e scrittore, ma non è possibile: il monologo di Auster riporta in vita un padre perennemente assente ed al tempo stesso fa un esame di coscienza e giudica il suo stesso essere genitore. Un’assenza improvvisa che deve essere colmata con l’arte dello scrivere, con la rielaborazione dei ricordi, con il mettere nero su bianco le sensazioni. E questo servirà ad Auster per lasciare una traccia, che non deve essere un continuo rammarico o un’esaltazione insensata sugli aspetti positivi, ma un semplice raccoglitore di ciò che effettivamente il padre era. E mai come in questo momento, lo scrittore ha chiaro il proprio essere se stesso e confrontarsi con chi lo ha generato grazie ad un insieme costante di riflessioni. Il far luce dentro la propria persona è un atto dovuto, automatico, che non può essere tralasciato da un uomo così sensibile allo studio. Puntare la luce là dove c’è un’ombra e scoprire che si sta illuminando anche uno specchio: rivedere quindi il riflesso, forse deformato di se stessi attraverso lo studio del padre.

Arianna (1957)


Regia: Billy Wilder
Anno: 1957
Titolo originale: Love In The Afternoon
Voto: 5/10
Pagina di IMDB (7.4)
Pagina di I Check Movies
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Certe volte è gratificante poter guardare vecchie pellicole degli anni cinquanta che non ricadono assolutamente nei propri gusti personali e cercare di coglierne gli aspetti positivi che le contraddistinguono. E’ il caso di Arianna, il cui titolo originale Love In The Afternoon richiama gli incontri pomeridiani tra i protagonisti Audrey Hepburn e Gary Cooper, che danno il via ad una commedia romantica, che posso definite vecchio stile. Abbiamo infatti la dolce ragazzina alle prime armi con i sentimenti e l’amore, che cade vittima del fascino del più maturo ed elegante rubacuori in circolazione. Materiale da Harmony per certi versi, che ancora oggi farà senz’altro commuovere le più sensibili creature dell'universo femminile, ma che porta con sè anche aspetti originali, divertenti e soprattutto dai modi garbati. Il motivo musicale del valzer “Fascination” è una costante per tutto il film ed accompagna le scene migliori in cui i protagonisti si inseguono e si incontrano per i loro attimi d’amore. Ed il cast si destreggia egregiamente a piccoli passi soavi in quella che risulta essere una storia leggera soltanto nella prima parte e che poi cresce seguendo le note della colonna sonora. Un tocco di classe la presenza degli tzigani musicisti (al secolo zingheri) che compaiono in diverse situazioni al limite del comico. A rendere forse meno appetibile l’implicito riferimento sessuale è la troppa differenza di età tra i due protagonisti che fanno sembrare un gioco per entrambi l’idillio sentimentale. Tra gelosie e bugie bianche spicca in assoluto la bellezza ingenua ed innocente della Hepburn sicuramente a suo agio nella parte. La qualità video del DVD presenta chiari limiti dovuti all'età, ma il bianco e nero è godibile e l'audio è in stereo. Gli extra sono:
  • Vieri Razzini: sul film (18 minuti)
  • Galleria fotografica
  • Trailer
  • Nozioni su Billy Wilder, Audrey Hepburn e Gary Cooper

martedì 24 febbraio 2015

Juventus 2 - Borussia Dortmund 1

#noallegri #noallegri #noallegri. E non potete togliermelo di bocca. Perchè qui è evidente che le responsabilità siano sue: atteggiamento da squadra provinciale, che teme l'avversario. Avversario inoltre che a conti fatti risulta debole ed impacciato, in condizioni normali ci sarebbero almeno quattro reti di distanza. Ed invece eccoci qui, in casa nostra, remissivi ed attendisti lasciando ai tedeschi il possesso palla. Se la costante deve essere quella del rischio, delle disattenzioni, dei passaggi sbagliati, poco importa se il risultato è positivo. Fino ad un certo punto inoltre, perchè subire una rete in casa e farne soltanto due significa rimandare tutto alla gara di ritorno. Il centrocampo che sulla carta avrebbe dovuto surclassare tutti quanti si è dimostrato non all'altezza ed i presunti migliori (Pogba e Vidal) hanno giocato con sufficienza. Ma non quella relativa al voto, bensì quella dell'atteggiamento mentale assolutamente non idoneo ad una partita di Coppa. Non si gioca contro l'Atalanta o il Cesena, questo dovrebbe entrare nella testa di tutti. Non si gioca tanto per fare il numerino o per guardarsi intorno spaesati. Si gioca per vincere ed a costo di fare discorsi da bar, è difficile essere contenti della prestazione che vede solo il risultato in parte favorevole. Speriamo che nel ritorno, almeno mentalmente siano più preparati. Sempre forza Juve!!!