Visualizzazione post con etichetta Iron Maiden. Mostra tutti i post
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martedì 5 maggio 2026

Iron Maiden - Seventh Son Of A Seventh Son

 
Artista: Iron Maiden
Anno: 1988
Tracce: 8
Formato: CD
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Tra tutti gli album degli Iron Maiden che ho ascoltato e recensito nel corso degli anni, Seventh Son of a Seventh Son  occupa un posto particolare. Non è il più celebrato, non è quello che si cita per primo quando si parla di loro, eppure è uno di quelli che tornano in testa più spesso, con quella sua atmosfera sospesa tra il mistico e il progressivo che lo rende unico nella loro discografia.

È il primo vero concept album della band con un unico filo narrativo che attraversa tutto il disco, ispirato ad un certo folklore quasi fantasy e costruito intorno alla figura del settimo figlio di un settimo figlio, un essere con poteri profetici condannato a vedere il futuro senza poterlo cambiare. Non è un pretesto narrativo buttato lì: la storia si sente, brano dopo brano, con una coerenza che tiene tutto insieme dall'apertura alla chiusura.

Le tastiere  e soprattutto i synth , già presenti anche in Somewhere In Times, danno al suono una dimensione quasi eterea che all'inizio sorprende e poi si rivela perfettamente coerente con il tema. Infinite Dreams non è uno dei brani più belli che la band abbia mai scritto eppure a mio avviso è di una eleganza disarmante, con quella melodia che si apre lentamente e poi esplode senza preavviso. The Clairvoyant è immediata e potente, uno di quei pezzi da live che funziona ancora meglio dal vivo. Can I Play with Madness il singolo, forse il più accessibile del disco  ha un ritornello che resta appiccicato in modo quasi irritante, nel senso migliore. E poi c'è la title track, lunga, stratificata, con Bruce Dickinson al massimo della sua forma teatrale.

È un disco che chiede un ascolto completo, dall'inizio alla fine, senza saltare. Non funziona a pezzi (infatti è difficile trovare una traccia che ho voglia di ascoltare singolarmente) funziona come un tutto unico, e in questo senso è forse l'album in cui i Maiden si sono avvicinati di più all'idea di opera rock. Mistico, come lo definisco io, è la parola giusta.

mercoledì 8 aprile 2026

Iron Maiden - Virtual XI

 
Artista: Iron Maiden
Anno: 1998
Tracce: 8
Formato: CD
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C'è un periodo nella storia degli Iron Maiden che i fan tendono a sorvolare rapidamente, e Virtual XI ( ne è forse il momento più emblematico. È il secondo disco con Blaze Bayley alla voce, uscito in un momento in cui la band stava cercando una direzione dopo l'addio di Bruce Dickinson, e si sente. Anche se siamo al suo secondo album con il gruppo.

Bayley non è il problema. Va detto chiaramente: è un cantante con la sua identità, la sua potenza, il suo stile. Il problema è che quella voce più bassa, più terrigna, meno teatrale di Dickinson , non si sposa naturalmente con il suono Maiden, e l'album non trova mai un modo convincente per risolvere questa tensione. Alcuni brani sembrano scritti pensando a un cantante diverso, altri suonano come tentativi di adattarsi a qualcosa che non si adatta del tutto.

C'è però un tentativo di sperimentazione che va riconosciuto. The Clansman è probabilmente il pezzo più riuscito del disco poichè risulta epico, lungo, con una costruzione che ricorda i momenti migliori della band, e Bayley che ci mette dentro tutto quello che ha. Lightning Strikes Twice funziona come brano diretto e senza fronzoli. Qualcosa, insomma, si salva. Ma il disco nel complesso suona come una band che sta cercando se stessa senza ancora trovarsi, con qualche lungaggine di troppo e una produzione che non aiuta.

Non è una bocciatura definitiva. È un disco rimandato, uno di quelli che si ascolta con rispetto per il tentativo, sapendo però che i Maiden sapevano fare molto di meglio. E che di lì a poco avrebbero dimostrato di saperlo ancora.

martedì 10 marzo 2026

Iron Maiden - Somewhere In Time



 Artista: Iron Maiden
Anno: 1986
Tracce: 8
Formato: CD 
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Somewhere in Time arriva nel 1986, due anni dopo Powerslave, e segna un cambio di rotta abbastanza netto rispetto a quanto i Maiden avevano costruito fino a quel momento. La prima cosa che colpisce, ancora prima di mettere su il disco, è la copertina: Derek Riggs porta Eddie in un futuro distopico e cyberpunk, tra neon, ologrammi e skyline fantascientifici. Per chi ama la fantascienza è un invito immediato, quasi una promessa di quello che troverà dentro. La novità principale, e anche la più discussa, è l'ingresso massiccio delle chitarre sintetizzate: Steve Harris e Dave Murray le usano per costruire tappeti sonori, atmosfere, tessiture che nell'heavy metal classico non avevano molto spazio. Per qualcuno fu un tradimento, per altri un'evoluzione. Per me è semplicemente uno dei tratti che rendono questo disco riconoscibile e, a modo suo, unico nella discografia della band. Inoltre io li ho ascoltati almeno una decina (se non di più) di anni dopo l'uscita, quindi ero già preparato a certe sonorità. 

Non è il disco più immediato dei Maiden. Non ha l'esplosione frontale di Aces High né la monumentalità di Rime of the Ancient Mariner. Qui il gioco è diverso: l'album ti entra dentro gradualmente, costruisce strati, ti chiede un po' più di pazienza prima di restituire quello che ha da dare. E quelle sonorità più moderne, quelle tastiere e quei synth che a primo impatto potevano sembrare estranei al mondo Maiden, alla fine si rivelano coerenti con l'immaginario del disco: quasi una colonna sonora di quella città futuristica in copertina. L'apertura con Caught Somewhere in Time è già un segnale: il riff sintetico in intro potrebbe disorientare chi si aspettava il solito attacco diretto, ma poi la chitarra di Adrian Smith e Murray si fa largo e il disco prende quota. Wasted Years, scritta da Smith, è forse il brano più radiofonico che i Maiden abbiano mai pubblicato in quel periodo, e non è un difetto: è un pezzo che funziona a qualsiasi volume, con un ritornello che resta addosso senza chiedere permesso. Heaven Can Wait ha quel coro da stadio quasi insolente, il tipo di brano pensato per essere cantato da diecimila persone all'unisono.

Il disco vive però anche di momenti più oscuri e profondi. Sea of Madness e The Loneliness of the Long Distance Runner  ispirata al romanzo di Alan Sillitoe  mostrano una band capace di usare la complessità senza appesantire. E poi c'è Alexander the Great, l'epica conclusiva di oltre otto minuti dedicata ad Alessandro Magno: un brano che, come già Rime of the Ancient Mariner o To Tame a Land, dimostra che i Maiden sanno raccontare storie, costruire archi narrativi, fare del metal qualcosa che ha a che fare anche con la storia e la letteratura.

Somewhere in Time non è il mio Maiden preferito in assoluto , ma è un disco che rispetto molto, e che ogni riascolto rivela qualcosa di nuovo. È la prova che una band al vertice del proprio successo può permettersi di rischiare senza perdere se stessa.

mercoledì 25 febbraio 2026

Iron Maiden - Powerslave

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 1984
Tracce: 8
Formato: CD 
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Powerslave è l’album degli Iron Maiden che più di tutti, per me, incarna gli anni Ottanta. Non solo per il suono,  ma per quell’idea di grandezza quasi smisurata che attraversa ogni brano. È un disco che non conosce mezze misure: è epico, teatrale, ambizioso e orgogliosamente sopra le righe. E io l’ho amato moltissimo non solo per l’estetica egizia monumentale. 

Qui i Maiden sono nel pieno della loro potenza creativa. La formazione classica, la sicurezza nei propri mezzi, la capacità di scrivere brani lunghi e articolati senza perdere mordente. L’apertura con Aces High è un decollo immediato, un’esplosione di energia che ti mette in chiaro che non ci saranno pause di cortesia. Subito dopo 2 Minutes to Midnight porta il disco su territori più riflessivi ma altrettanto incisivi, con un riff che resta incollato addosso.

Il cuore dell’album, però, è quella combinazione perfetta tra potenza e narrazione. La title track Powerslave è monumentale, solenne, quasi rituale, con un crescendo che sembra costruito per un’arena. E poi arriva Rime of the Ancient Mariner, tredici minuti abbondanti di racconto, atmosfera, cambi di tempo e tensione. Un brano che oggi pochi avrebbero il coraggio di scrivere in quel modo, con quella libertà e quella fiducia nel pubblico.

È un album che non ha paura di essere “troppo”: troppo lungo, troppo elaborato, troppo epico. Ma è proprio questo eccesso controllato a renderlo così rappresentativo di un’epoca in cui il metal non si scusava per la propria grandiosità. Ogni assolo è scolpito, ogni linea vocale di Dickinson è teatrale senza diventare caricatura, ogni sezione ritmica è solida e pulsante.

Riascoltarlo oggi significa tornare a un tempo in cui l’heavy metal era spettacolo, immaginario, avventura. Non nostalgia sterile, ma consapevolezza di quanto quel suono fosse identitario. Powerslave per me non è solo uno dei migliori album dei Maiden: è un simbolo di un periodo in cui il metal sembrava invincibile, sicuro di sé, capace di riempire stadi e di far viaggiare la fantasia verso deserti, battaglie e oceani maledetti.

L’ho amato e continuo ad amarlo perché è diretto ma mai banale, tecnico ma mai freddo, epico senza perdere anima. È uno di quei dischi che metti su e ti ricorda perché ti sei innamorato dell’heavy metal. E non serve aggiungere molto altro.

venerdì 6 febbraio 2026

Iron Maiden - Dance Of Death

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 2003
Tracce: 11
Formato: CD
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Dance of Death è stato il mio ultimo album acquistato degli Iron Maiden, e già questo dice molto. Non perché sia un brutto disco, anzi, ma perché con lui ho iniziato ad avere la sensazione che qualcosa si fosse incrinato, che l’heavy metal stesse andando avanti più per inerzia che per reale urgenza creativa.

Il lavoro svolto è comunque solido e innegabile: la band è compatta, suona bene, sa ancora costruire brani lunghi e articolati senza perdere del tutto la bussola. Canzoni come Paschendale restano tra le migliori della loro produzione recente, intense, drammatiche, con quella capacità narrativa che solo gli Iron Maiden sanno rendere così epica e coinvolgente.

Ho anche avuto modo di vederli dal vivo in quel periodo, a Firenze, e l’impatto sul palco era ancora devastante. Dal vivo funzionava tutto, come sempre: energia, presenza scenica, cori, un pubblico completamente rapito. Ma proprio questo contrasto ha iniziato a farmi riflettere, perché l’esperienza live sembrava compensare qualcosa che su disco iniziavo a sentire meno.

Ascoltando Dance of Death ho avuto per la prima volta la chiara impressione che l’heavy metal, almeno quello storico, stesse continuando a muoversi seguendo traiettorie già tracciate, senza il bisogno reale di reinventarsi. Non è mancanza di qualità, è mancanza di sorpresa. Tutto è al posto giusto, ma proprio per questo appare prevedibile.

Resta un album che rispetto e che ascolto senza fastidio, ma che segna per me una sorta di confine personale: il momento in cui ho smesso di comprare automaticamente ogni uscita dei Maiden e ho iniziato ad ascoltarli più con affetto che con entusiasmo. Dance of Death non chiude un cerchio per la band, ma probabilmente ne chiude uno per me.

giovedì 5 febbraio 2026

Iron Maiden - Fear Of The Dark



 Artista: Iron Maiden
Anno: 1992
Tracce: 12
Formato: CD
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Fear of the Dark è l’album degli Iron Maiden con cui ho iniziato davvero (avevo addirittura audio cassetta) , quello che mi ha fatto entrare nel loro mondo e a cui sono inevitabilmente legato più di altri, anche solo per una questione emotiva e generazionale. Non è un disco perfetto, non è nemmeno uno dei più solidi della loro discografia, ma per me resta fondamentale perché rappresenta un punto di partenza, una porta spalancata sull’universo Maiden.

Il cuore di tutto, inutile girarci intorno, è la title track. Fear of the Dark è diventata quasi un marchio di fabbrica personale, una canzone che intonavo alle feste in spiaggia da ragazzo, tra chitarre  immaginarie e falò , cori improvvisati e quella sensazione di libertà assoluta che solo certi pezzi riescono a evocare. Ancora oggi basta l’intro per riportarmi lì, ed è incredibile quanto un brano possa marchiare così a fondo un periodo della vita.

Il resto dell’album è più disomogeneo, figlio di un momento non semplicissimo per la band, e si sente. Bruce Dickinson lasciò proprio in quell'anno e prosegui per un po' di tempo da solista, forte anche del fatto che aveva già rilasciato un proprio album. Ci sono brani riusciti, altri meno ispirati, qualche passaggio che sembra quasi di routine, ma anche episodi che mantengono alto il livello e mostrano comunque la capacità degli Iron Maiden di scrivere pezzi memorabili anche quando non sono al massimo della forma.

Proprio per questo Fear of the Dark non lo difenderei mai come uno dei migliori dischi del gruppo in senso assoluto, ma lo difenderò sempre come uno dei più importanti per me. È l’album che mi ha fatto cantare, scoprire, approfondire, andare a ritroso e in avanti nella loro discografia. È il disco che associo all’estate, al mare, alla voce alzata fino a perderla, a un’epoca in cui bastava un riff per sentirsi invincibili.

Alla fine Fear of the Dark è questo: un album imperfetto, sì, ma carico di ricordi, e per questo impossibile da giudicare con distacco. Alcuni dischi non si ascoltano soltanto, si vivono. E questo, per me, è uno di quelli.

giovedì 20 novembre 2025

Iron Maiden - The Number Of The Beast

 
Artista: Iron Maiden
Anno: 1982 
Tracce: 8
Versione: CD
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Ci sono album che segnano una band, e poi ci sono quelli che cambiano proprio il destino di un genere. The Number of the Beast appartiene alla seconda categoria. È il 1982, gli Iron Maiden sono reduci dai primi due dischi, ancora sporchi e affamati, e decidono di fare il salto nel buio: dentro Bruce Dickinson, fuori Paul Di’Anno, e via verso un territorio dove il metal non è più solo velocità e rabbia, ma anche teatralità, melodia, identità.

Quello che colpisce di The Number of the Beast non è tanto la “tecnica” – quella arriverà più avanti, nei dischi in cui suoneranno come se avessero sei mani a testa – quanto l’impatto. È un album che ti arriva addosso compatto, senza fronzoli, come una dichiarazione di esistenza: siamo gli Iron Maiden, e da oggi si fa sul serio.

Bruce Dickinson è la chiave di volta. Non è solo una voce: è un personaggio. Ti apre scenari, ti alza la tensione, ti rende epici anche i passaggi che, con un altro cantante, sarebbero rimasti semplici riff da pub londinese. Con lui il gruppo passa dall’essere una promessa ad avere un vero frontman, uno capace di piantarsi al centro del palco e trasformare ogni pezzo in un rituale.

A livello musicale è un disco che bilancia alla perfezione la spinta della NWOBHM con una cura melodica che, fino a quel momento, gli Iron Maiden non avevano mai sfiorato. È heavy, sì, ma è anche molto più “pensato”: i ritornelli funzionano, le linee di basso di Steve Harris sono già una firma riconoscibile, la batteria di Clive Burr tiene tutto insieme con una naturalezza che oggi fa quasi tenerezza da quanto era avanti per i suoi tempi.

E poi c’è la copertina, un simbolo che ormai va oltre l’album stesso. Eddie, il diavolo, il burattinaio dei burattinaio… un gioco di specchi che ha fatto arrabbiare preti, associazioni, genitori impressionabili e mezzo mondo. Ovvio che i Maiden ci sguazzassero: poche cose alzano le vendite come un bell’allarmismo moralista. Ma, al di là delle polemiche, quella copertina è un manifesto. Dice: non abbiamo paura di niente, nemmeno del vostro sdegno.

Il bello è che l’album regge ancora oggi. Non è nostalgia, non è “suonava bene negli anni ’80”: è che i pezzi hanno qualcosa di universale. Hallowed Be Thy Name è ancora uno degli apici del metal narrativo. Run to the Hills è un cavallo di battaglia che non invecchia mai. La title track è un rito collettivo ogni volta che parte.

C’è una frase che mi torna sempre in mente quando rimetto su questo album: a volte un disco arriva nel momento perfetto, nel posto giusto, con le persone giuste. The Number of the Beast è proprio questo: il punto esatto in cui gli Iron Maiden smettono di essere una “band emergente” e diventano un’icona.

E noi, oggi, possiamo riascoltarlo senza tutta la zavorra delle polemiche, delle accuse di satanismo, dei moralismi d’epoca… e goderci semplicemente un album che ha scritto un pezzo di storia. Con foga, con immaginario, con un’estetica che non chiedeva scusa a nessuno.

Se la storia del metal fosse un libro, The Number of the Beast sarebbe un capitolo intero. Uno di quelli che rileggi volentieri. Sempre ad occhi aperti, sempre con lo stesso brivido.



lunedì 12 maggio 2025

Iron Maiden - Iron Maiden



 Autore: Iron Maiden
Anno: 1980
Tracce: 9 (edizione del 1998)
Formato: CD 
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Dopo i Metallica con l'omonimo album, perché non arrivare al primo degli Iron? Non è stato il primo album degli Iron Maiden che ho avuto, ma è uno di quelli che devi avere se la tua collezione si gonfia di metal come la mia. Presi direttamente il CD (l'edizione del 1998 che contiene anche Sanctuary) , senza passaggi intermedi: sapevo cosa stavo andando a cercare. E non ho mai pensato fosse un disco “acerbo”, come ogni tanto si legge in giro. È grezzo, sì, ma nel senso giusto.

Iron Maiden è l’esordio con cui la band di Steve Harris si presenta al mondo. La voce non è ancora quella di Bruce Dickinson m, ma quella di Paul Di’Anno (che resterà anche in Killers) : più stradaiola, più punk, più sgraziata. E per questo perfetta. Perché questa incarnazione degli Iron Maiden era fatta di chiodi, pub londinesi e rabbia in levare. Non ancora epici, ma già inarrestabili.

Apre Prowler, che è praticamente un manifesto: velocità, riff taglienti, basso galoppante. Poi arriva Remember Tomorrow, la prima ballad malinconica della band, con aperture melodiche che fanno già intravedere quello che saranno. Running Free è un inno da live, Phantom of the Opera è un delirio strutturale pieno di cambi, un classico assoluto. E la title track, Iron Maiden, è già da allora la chiusura fissa di ogni concerto.

Il suono è più ruvido rispetto a quello degli album successivi, e anche la produzione (Will Malone, poi “corretta” da Harris) non è certo patinata. Ma proprio per questo ha un fascino autentico, come certe demo che sembrano suonare meglio perché meno perfette.

La copertina, firmata Derek Riggs, presenta per la prima volta Eddie in tutto il suo ghigno: non sarà ancora quello zombie/mascotte raffinato dei dischi successivi, ma è già un’icona.

Iron Maiden è un inizio che non fa prigionieri. Non è il mio primo disco loro, ma è uno di quelli che metti su quando hai bisogno di ricordare perché questa musica ti fa battere il cuore più forte.


venerdì 14 marzo 2025

Iron Maiden - Piece Of Mind

 

Autore: Iron Maiden
Anno: 1983
Numero tracce: 9
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Ci sono album che segnano un’epoca, e poi ci sono album che segnano la tua storia personale. Piece of Mind degli Iron Maiden è entrambi. Pubblicato nel 1983, è uno di quei dischi che ho ascoltato e riascoltato fino allo sfinimento, in ogni formato possibile: il CD, ma anche il vinile, un regalo speciale dell’amico Musampa che ancora oggi custodisco con cura perché non reperibile facilmente. Gli Iron Maiden sono stati il mio gruppo heavy metal preferito, e questo album rappresenta una delle loro vette artistiche, un perfetto equilibrio tra tecnica, potenza e atmosfere epiche.

Tra tutti i brani, quello che per me ha un significato particolare è To Tame a Land. Non solo è un pezzo monumentale, con un crescendo strumentale ipnotico e una delle prove vocali più evocative di Bruce Dickinson, ma è anche un omaggio a Dune, il capolavoro di Frank Herbert, uno dei miei romanzi preferiti. La storia dietro il brano è nota: la band voleva chiamarlo Dune, ma l'autore negò il permesso, ritenendo gli Iron Maiden troppo "rumorosi e brutali" per rappresentare il suo mondo. Ironia della sorte, il pezzo è invece una trasposizione perfetta dell’atmosfera del libro, con i suoi ritmi desertici e l’epicità degna di un viaggio attraverso Arrakis.

Ma Piece of Mind è molto più di un solo brano. Where Eagles Dare apre il disco con un drumming innovativo di Nicko McBrain, alla sua prima prova con la band, mentre Revelations è uno dei momenti più intensi e sfaccettati, tra riff memorabili e cambi di atmosfera. The Trooper è un inno immortale, capace di incendiare ogni concerto, e Flight of Icarus una delle melodie più iconiche della band.

C’è qualcosa di speciale in questo album, qualcosa che va oltre la tecnica e la composizione: è l’energia pura e l’immaginario che evoca. È il suono di una band al massimo della creatività, con un’identità ormai ben definita e un songwriting che riesce a coniugare complessità e immediatezza. Forse è per questo che, ancora oggi, quando faccio girare il vinile  lancio Spotify e parte To Tame a Land, mi sembra di essere trasportato in un altro mondo. Un mondo di sabbia, di battaglie e di visioni, dove la musica degli Iron Maiden è la colonna sonora perfetta.


lunedì 12 marzo 2012

Musica e copertine

Max Gazzè, che possiamo anche definire geniale senza vergognarsi di esagerare, c'ha scritto una canzone su cosa una musica può fare ; sebbene non sia mai finito sotto l'armadio (ad ascoltare la radio) ho deciso che la musica può anche arredare. Così già lo scorso anno venni a conoscenza di ArtVinyl ed adesso la parte di una parete vede appese cover di album che per me hanno fatto la storia. o almeno la storia della mia vita. Anche se adesso è difficile che ascolti un determinato pezzo, voglio ricordarli come parte di una lunga colonna sonora durata tutta un'adolescenza. Il mio primo gruppo straniero sono stati i Queen (e di chi non lo sono stati?) e tra tutti i dischi che hanno fatto, uno in particolare mi ha colpito per la sua copertina: News of the World. Per questo acquistai, da un venditore di Stoccolma la pagina di una rivista in cui venivano pubblicizzati con l'indimenticabile illustrazione di Frank Kelly Freas. In ordine temporale, sono passato ai Guns n' Roses e senza alcun dubbio il mio preferito è sempre stato Appetite for Destruction. Come la maggior parte delle persone avevo il cd, la cui cover è una croce con i teschi raffiguranti i componenti della band. Originariamente però l'LP uscì con la copertina disegnata da Robert Williams, successivamente censurata perchè troppo spinta. Non potevo farmi mancare la cornice con tutto il vinile, che fa l'accoppiata con quello di Piece of Mind (Iron Maiden) disegnata da Derek Riggs. A breve, gettons permettendo, il disco d'oro di Images and words dei Dream Theater.

venerdì 24 giugno 2011

Iron Maiden - Killers


Artista: Iron Maiden
Anno: 1981
Tipo: album studio
Tracce: 11
Pagina di MusicBrainz



Nella mia fase "riscoperta della buona musica" ho deciso di iniziare a recensire quelli che ritengo i migliori album. Quelli da ascoltare, non da sentire. Quelli che per un verso o per l'altro possono essere le tracce della colonna sonora della mia vita. Perchè partire proprio da Killers? Sebbene da qualche parte bisogna pur che inizi, ho scelto volutamente questo album nonostante si tratti di un lavoro di secondo piano, non solo nel panorama heavy metal, ma anche proprio tra tutti gli album degli Iron Maiden. Perchè diciamocelo chiaramente, se qualcuno pensa ad un album qualsiasi di questa band inglese, non gli viene in mente di certo Killers come primo nome. Ed oggettivamente, non è neanche tra i miei preferiti. Lo ho scelto però perchè silenziosamente rappresenta una svolta epocale per il mio gruppo preferito. E' l'album della conferma. La prova del nove, la consolidazione dell'heavy metal e del NWOBHM più nello specificio,  l'ultimo con Paul Di'Anno alla voce ed il primo con Adrian Smith alla chitarra. Insomma di cose da raccontare ne ha molte. E non è semplice parlarne per chi come me è stato in adorazione per quanto riguarda il genere ed il gruppo. C'è il rischio dell'esaltazione dell'opera da parte di un fan.