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sabato 19 settembre 2026

R.E.M. - Out Of Time

 

Artista: R.E.M.
Anno: 1991
Tracce: 11
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Con i R.E.M. il percorso è stato quello di chi li ha ascoltati di rimando, per contagio: li ascoltavano soprattutto i miei amici negli anni Novanta, e quando una musica gira intorno a te con quella frequenza finisce inevitabilmente per diventare parte della tua colonna sonora personale, che tu l'abbia cercata o no. Out of Time è il disco che più di tutti ha reso questo meccanismo inevitabile.

Il settimo album degli R.E.M. è quello che li trasforma da band di culto a fenomeno di massa internazionale: numero uno in America e in Gran Bretagna, diciotto milioni di copie vendute nel mondo, 183 settimane nelle classifiche britanniche secondo VIKI. E il motore di tutto questo è un mandolino. Peter Buck ne aveva appena comprato uno e se ne stava in poltrona davanti alla tv strimpellando qualcosa, cercando di capire come funzionasse quello strumento che non sapeva suonare; da quell'improvvisazione nacque il riff di Losing My Religion, il singolo che aprì le porte del mainstream alla band di Athens. Michael Stipe ha spiegato che il titolo riprende un'espressione idiomatica del Sud degli Stati Uniti che significa "perdere la pazienza", non la fede religiosa; il testo parla di un amore non corrisposto che rischia di diventare ossessione, e si ispira dichiaratamente a Every Breath You Take dei Police. Il video, diretto da Tarsem Singh con citazioni da Tarkovskij e Caravaggio, vinse il Grammy e l'MTV Video of the Year. Non male per una canzone nata per caso su una poltrona.

Il disco però vale molto di più del singolo che lo ha oscurato. Il sound è folk rock e chamber pop, con arrangiamenti orchestrali curati dal produttore Scott Litt, e ha una morbidezza e una gradevolezza che lo rendono adatto a qualsiasi ora del giorno senza mai stancare. Shiny Happy People, secondo singolo, è il momento più solare e spensierato; lo stesso Stipe l'ha definita in seguito una canzone scritta per i bambini, e non lo diceva come un complimento. Half a World Away è la perla nascosta del disco, malinconica e toccante in un modo che le tracce più famose non raggiungono. Near Wild Heaven e Texarkana, cantate principalmente da Mike Mills, sono le sorprese del lotto: più leggere, quasi pop, lontanissime dall'immagine austera che spesso si associa alla band.

Non è musica che ho cercato. È musica che mi è entrata addosso per osmosi, passando dai cd degli amici all'aria di un certo periodo. E questi sono i dischi che non muoiono mai, proprio perché non li hai scelti tu: li ha scelti il tempo per te.

mercoledì 30 aprile 2014

The Cell + Losing My Religion: vuoto di memoria

Cavolo, ho avuto un tremendo vuoto di memoria. Mi son messo a guardare The Cell - La Cellula convinto di non averlo recensito. Tra l'altro mentre lo guardavo, qualcosa mi tornava in mente, ma credevo fossero reminiscenze della mia prima volta. Quella che mi spinse a guardarlo per la presenza di Jennifer Lopez. Oggi le cose sono un po' cambiate e non so come, ma ho puntato dritto proprio su questo titolo per rispolverare un horror fantascientifico dai risvolti onirici. Tutto pronto, lo guardo, mi accorgo di una chicca sublima che poi vi spiegherò dopo e vado per scrivere la recensione. Inserisco le etichette e mi accorgo che Tarsem Singh lo ho già utilizzato. Eppure come nome non mi dice quasi nulla ed ha fatto da regista ad una manciata di film... E allora cazzo, vado a vedere che neanche due anni fa ho già visto il film e pure lo ho recensito. Un deja-vu bestiale, di quelli che ti ci fanno rimanere veramente male. Anche perchè leggo la recensione e dice le stesse cose più o meno che avrei detto stasera. Un incubo guardate. Giusto per restare in tema. Comunque torniamo alla stupenda cosa che ho scoperto e che l'altra volta non so come mi era sfuggita. Guardate l'immagine usata per l'articolo: si tratta di quando Jennifer Lopez incontra Carl il serial killer. E' praticamente la stessa stanza usata nel video dei R.E.M. Losing My Religion che potrete apprezzare qui sotto. Il regista, tale Tarsem Singh è il medesimo e nel 1191 aveva appunto girato il video musicale.


martedì 27 settembre 2011

R.E.M. - Up


Artista: R.E.M.
Anno: 1998
Tipo album: studio
Numero tracce: 14
Pagina di MusicBrainz

Un cambio di tendenza nella mia collezione musicale, che si allontana pesantemente dal metal o dall'hard rock, ma che non lascia per niente deluso. Oltre che discostarsi dai miei abituali gusti musicali, UP riesce ad essere sperimentale anche per quanto riguarda la produzione dei R.E.M. stessi, avendo caratteristiche prettamente legate all'elettronica ed abbandonando (per forza di cose) una batteria di tipo fisico. Abbiamo quindi un forte uso del sintetizzatore e note decisamente pulite, cristalline, da campionatura. A leggerla così potrebbe sembrare anche quasi un insuccesso, non fosse per le straordinarie chitarre di Peter Buck e per i testi, vere e proprie poesie, che vengono fuori dalla penna di Stipe. Tracce per lo più lente, ma non soffocate, piuttosto introspettive che lasciano spazio a pensieri e parole. Testi impegnati e rassegnati (Sad Professor e The apologist), romantiche dichiarazioni d'amore (con la mia preferita At my most beautiful) , permettono la presenza anche di sonorità più accattivanti (Lotus, Hope e Walk Unafraid). L'elemento elettronico è presente in ogni traccia, pur non oscurando il lavoro di arpeggi, distorsioni e tastiere pure. Un fiume di parole che si susseguono a ritmi riflessivi che nascondono veri e propri capolavori indimenticabili come anche la più conosciuta Daysleeper. L'immediatezza dei pezzi non è il fulcro dell'album, in quanto per apprezzare ottimi lavori spesso ci si deve dedicare ad ascolti più attenti. Ed è proprio per questo che Up piace a dismisura: le tracce iniziano a far parte di te stesso. Un album minimalista se vogliamo, ma che subentra in punta di piedi, onesto ed educato nella (mia) storia musicale.