martedì 17 febbraio 2026

Nirvana - In Utero


 
Artista: Nirvana
Anno: 1993
Tracce: 13
Formato: CD 
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In Utero è l’ultimo capitolo di una storia troppo breve. Ogni volta che lo ascolto non riesco a separare la musica da quello che sarebbe successo poco dopo, e questo inevitabilmente cambia tutto. I Nirvana sono durati troppo poco, e anche se li avevo sempre percepiti come antagonisti dei “miei” Guns, col tempo ho capito quanto fosse sterile quella contrapposizione. Erano due mondi diversi, ma entrambi necessari.

Se Nevermind aveva portato il grunge nelle case di tutti con un suono più levigato, In Utero sembra quasi una risposta brusca a quel successo. È più ruvido, più sporco, più diretto. Non cerca di piacere, non cerca compromessi. È un disco che graffia, che a tratti mette a disagio, che sembra voler sabotare l’idea stessa di mainstream che la band aveva involontariamente alimentato.

Canzoni come Rape Me sono diventate iconiche, ma il vero fascino dell’album sta nella sua coerenza emotiva. C’è un senso di tensione costante, di nervi scoperti, di fragilità esposta senza filtri. Kurt Cobain qui non si nasconde dietro melodie rassicuranti: anche quando scrive qualcosa di più dolce, come All Apologies, resta un fondo di inquietudine che non ti lascia mai completamente tranquillo.

Musicalmente è un album meno immediato, ma forse più sincero. La produzione è volutamente meno patinata, la batteria è secca, le chitarre abrasive, il basso presente ma mai invadente. È un disco che suona vivo, quasi crudo, come se fosse stato inciso per necessità più che per strategia.

Oggi mi rendo conto che album come In Utero mancano terribilmente nel panorama musicale. Non perché non esistano band valide, ma perché è raro trovare dischi così coraggiosi, così poco interessati a risultare accomodanti. È un lavoro che non ti prende per mano: ti lascia lì, davanti alle sue crepe.

Forse è anche per questo che avrei voluto che i Nirvana durassero di più. Non per nostalgia, ma per capire dove sarebbero andati dopo un disco così. In Utero resta un finale potente e incompleto allo stesso tempo. Un album che chiude una carriera troppo breve, ma che continua a suonare necessario, ancora oggi.

domenica 15 febbraio 2026

Da Prata al Romitorio

 
La giornata di ieri ci ha visti impegnati nella degustazione alla Birreria Opicio delle Saline (BOS), in un aperitivo da 19 Rosso a Casale Marittimo nell'ottima cena da Io Cucino a Bibbona. Così era naturale che oggi dovessimo smaltirla. Da Prata partono numerosi sentieri, ma uno dei più suggestivi e quello che porta al Romitorio. Posto incantevole e panoramico che già avevo raggiunto prima da San Vincenzo e poi da Sassetta. Oltre alla bellezza di raggiungerlo nuovamente in una giornata soleggiata come oggi, c'è la tranquillità ed il benessere in crescita di arrivarci con Zizzi. che ne aumenta dismisura il valore. Quindici chilometri tra andata e ritorno e non li abbiamo neanche sentiti, tanto che abbiamo poi rimesso a nuovo ed a lucido home 2.0...
 
Album fotografico  Da Prata al Romitorio

Visite alle Saline di Volterra

 
Ho sempre avuto un debole per vedere e conoscere realtà produttive o artigianali e capire il loro funzionamento e quando si è presentata la possibilità ho sempre cercato di approfittarne. Ci sono poi luoghi industriali che raccontano il territorio quanto i monumenti o i musei. Le Saline di Volterra sono uno di questi. E ammetto senza vergogna che visitare realtà produttive, specie se del nostro territorio mi entusiasma sempre: vedere come nascono le cose, capire i processi, annusare l’aria di lavoro vero. Qui il sale non arriva dal mare, ma da profondità sotterranee. Già in epoca etrusca e poi romana si conoscevano le zone salmastre del sottosuolo volterrano, ma è tra Ottocento e Novecento che la produzione assume una dimensione industriale. Il sistema moderno nasce grazie alla perforazione dei pozzi che intercettano salamoie naturali: un patrimonio geologico unico. Dopo oltre un secolo di Monopolio di Stato oggi la produzione è gestita dal gruppo Locatelli Saline di Volterra, che ha trasformato l’impianto in uno dei poli più importanti d’Europa per il sale ad altissima purezza. Il processo è affascinante nella sua apparente semplicità:
  • Pompano acqua calda nel sottosuolo 
  • l’acqua salata viene estratta da profondità di centinaia di metri;
  • viene purificata;
  • evaporata in grandi cristallizzatori sotto vuoto;
  • si ottiene cloruro di sodio purissimo (fino al 99,99%).
Questo livello di purezza rende il sale adatto non solo all’alimentazione, ma anche a settori farmaceutici, chimici e industriali. Ci fanno essenzialmente le pasticche per gli addolcitori. Però, qui hanno avuto molte buone idee per sfruttare il sale in diverse forme commerciali. La sorpresa più gustosa arriva quando si scopre che qui il sale non è solo materia prima industriale. È identità, ingrediente, sperimentazione.
All’interno dell’opificio abbiamo fatto una degustazione del Birrificio BOS, dove il sale delle saline entra in alcune produzioni artigianali creando profili aromatici inaspettati: sapidità misurata, finale minerale, carattere territoriale.
Non solo birra: il sale viene utilizzato anche per prodotti gastronomici sviluppati ad hoc (miele, cioccolato, specialità gourmet) in un’ottica che unisce tradizione e innovazione. Visitare le saline significa vedere come una risorsa naturale diventa cultura produttiva, economia locale e sperimentazione contemporanea.
E sì, queste cose mi gasano parecchio.
Perché dietro ogni granello di sale c’è una storia lunga migliaia di anni, tecnologia avanzata e una visione capace di trasformare un elemento primordiale in qualcosa di vivo, attuale e sorprendentemente creativo.

Album fotografico Saline di Volterra 

sabato 14 febbraio 2026

Pink Floyd - Atom Heart Mother

 A cow in a field, with its back in the view. The head of the cow is seen facing towards the camera.
Artista: Pink Floyd
Anno: 1970
Tracce: 5
Formato: vinile
Acquista su Amazon (vinile o CD
 
Sono decine gli album storici o addirittura i gruppi musicali di cui non ho ancora scritto neanche due righe. Mi dico che è arrivato il momento, e ci provo, sebbene non sia il loro album più rappresentativo, ma che posseggo nel formato da "intenditori".

Atom Heart Mother è uno di quei vinili che ho guardato (soprattutto), toccato e ascoltato (in tempi remoti) più volte con rispetto, pur non venerando i Pink Floyd come una divinità. È un disco che appartiene a un’altra epoca della band, una fase in cui stava ancora cercando se stessa e provando strade che non sempre tornano facili o immediate per l’ascoltatore. Si tratta del disco con la mucca in copertina, senza nome del gruppo o titolo. Abbastanza famosa ed iconica come immagine.

Qui i Floyd si lanciano in qualcosa di ambizioso e strano: la suite che dà il titolo all’album prende tutta la prima facciata del vinile ed è lunga quasi ventiquattro minuti, con orchestra e coro che si intrecciano a un rock psichedelico che respira, sospira, esplode e si ritrae. Non è il loro percorso più “pulito” o più vicino alla perfezione, ma ha uno spirito di sperimentazione che lo mette in una categoria a parte, meno canonica e cerca di spingersi oltre i confini del suono. 

Da quella parte spigolosa e lunghissima, escono passaggi di grande suggestione e altri che suonano decisamente meno immediati. È un rischio che la band ha corso: un pezzo così lungo, così libero da strutture tradizionali, ti chiede attenzione e tempo, e non tutti vogliono concedergliene tanto. La storia della suite è famosa proprio per questo — nacque lenta, si allargò con l’orchestra e il coro, e per qualcuno resta un esperimento curioso più che una sinfonia rock memorabile. 

Il lato B, invece, è un piccolo caleidoscopio di momenti diversi: c’è la delicatezza di If, l’ironia serena di Summer ’68 e la delicatezza acustica di Fat Old Sun, fino alla divertente e quasi surreale Alan’s Psychedelic Breakfast, che sembra più un collage sonoro che una canzone. Tutto questo lato è più “comprensibile” per chi ama il Pink Floyd e vuole un equilibrio tra rock e psichedelia, e si lascia ascoltare con piacere senza troppe resistenze.

Amo questo vinile per quello che rappresenta: non il capolavoro assoluto, non il disco con le canzoni più belle, ma un punto di passaggio. Un lavoro in cui i Pink Floyd mostrano lati curiosi del loro ambito creativo e una sincera voglia di esplorare senza la bussola della forma canzone tipica. Alcuni lo trovano confuso, altri distante, e anche gli stessi membri della band in seguito lo hanno definito un esperimento non del tutto riuscito — e forse proprio per questo mi affascina. 

Atom Heart Mother resta un disco che non ascolto da secoli ma che possiedo con una certa venerazione non reverenziale. Non lo metto sul piedistallo, ma ne riconosco l’audacia, la sua stranezza e quel suo equilibrio tra orchestra, improvvisazione e rock. Un album che va vissuto al di là delle aspettative e delle etichette, e che ti ricorda che i Pink Floyd non sono mai stati la band più facile da cantare a memoria — e forse è proprio per questo che vale la pena tenerlo nel giradischi.  

venerdì 13 febbraio 2026

Father Mother Sister Brother (2025)

 
Regia: Jim Jarmusch
Anno: 2025
Titolo originale: Father Mother Sister Brother
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.7)
Pagina di I Check Movies
 
 
Stasera sono andato al cinema, non per vedere un film o uno spettacolo, ma per vedere Zizzi. Arrivato in ritardo con la pellicola abbondantemente verso la fine, nella pratica ho guardato solo l'ultimo episodio. Ho dato un bel 5 politico sulla fiducia e per rispetto, anche se devo ammettere che non mi abbia preso molto. Beh, in realtà neanche lo ho trovo soporifero però e per non lasciare un vuoto nella storia delle recensioni ho chiesto a VIKI di spiegarmelo o quantomeno farmi un'analisi:
 

Father Mother Sister Brother è un film a episodi che usa la famiglia come lente per parlare di identità, potere, dipendenza emotiva e incapacità di comunicare. Non è un melodramma classico e non cerca la lacrima facile: è un’opera asciutta, quasi clinica, che osserva i rapporti più intimi come fossero un campo minato.

La struttura è divisa in tre segmenti autonomi ma tematicamente collegati.

1. Father

Il focus è sulla figura paterna, spesso rappresentata come autorità silenziosa, presenza ingombrante o assenza che pesa quanto una presenza. Non c’è il padre eroico: c’è l’uomo con le sue fragilità, il suo bisogno di controllo o la sua incapacità di amare senza condizioni.

Tema centrale: il potere. Il padre è il primo modello, ma anche il primo conflitto.

2. Mother

È probabilmente il segmento più emotivamente ambiguo. La madre non è solo accudimento: è ambivalenza, è protezione che può diventare soffocamento. Il film evita qualsiasi santificazione e mostra una figura materna complessa, profondamente umana.

Tema centrale: la dipendenza affettiva. Chi protegge chi? E a quale prezzo?

3. Sister / Brother

Qui le relazioni diventano orizzontali. Il film passa dal potere verticale (genitore-figlio) alla competizione, alla rivalità, alla complicità tra pari. Il fratello o la sorella diventano specchi deformanti: ricordano chi eri, cosa non sei diventato, cosa ti è stato tolto o cosa hai sottratto.

Tema centrale: identità e confronto. Non c’è mai un vero equilibrio, solo adattamenti.

Cosa tiene insieme tutto

  • Dialoghi essenziali
  • Lunghi silenzi
  • Atmosfere intime, quasi teatrali
  • Assenza di musica manipolatoria
  • Finali aperti

Il film non offre soluzioni. Non c’è una riconciliazione epica né una morale rassicurante. C’è piuttosto una constatazione: la famiglia è il luogo dove impariamo ad amare, ma anche dove impariamo a ferire.

Perché può lasciare spiazzati

È un film che lavora per sottrazione. Se ci si aspetta colpi di scena o un arco narrativo tradizionale, si rischia la delusione. Qui conta più il sottotesto che l’evento. È un cinema che richiede attenzione e pazienza.

In sintesi

Un’opera compatta, cerebrale, emotivamente trattenuta. Non sempre calorosa, ma coerente e lucida nel raccontare le crepe invisibili della famiglia contemporanea. Non è un film che “piace” a tutti: è un film che resta addosso, magari non subito, ma qualche ora dopo, quando ripensi a uno sguardo o a una frase non detta.

mercoledì 11 febbraio 2026

Korn - Follow The Leader

 A child hopscotching off a cliff and a gathering of kids waiting to follow
Artista: Korn
Anno: 1998
Tracce: 25
Formato: CD
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Era l'album in scaletta per ieri, ma non cambia assolutamente niente e lo scrivo tanto per ricordare.  

Follow the Leader dei Korn arriva in un momento per me contraddittorio, perché il nu metal era un genere che inizialmente guardavo con parecchio sospetto. Venivo da altri suoni, altre strutture, altre ossessioni musicali. Eppure il primo album omonimo dei Korn aveva già iniziato a scalfire quelle resistenze, mostrando qualcosa di diverso, di disturbante e sincero, che non riuscivo a liquidare come semplice moda.

Con Follow the Leader quella curiosità si è trasformata in ascolto vero e proprio. È un disco più consapevole, più strutturato e anche più ambizioso, che prende quanto di buono c’era agli inizi e lo espande senza snaturarlo. Le atmosfere restano cupe, opprimenti, spesso sgradevoli nel senso buono del termine, ma acquistano una dimensione quasi cinematografica, capace di trascinarti dentro un disagio che non cerca consolazione.

Jonathan Davis è il perno emotivo di tutto: voce spezzata, urlata, sussurrata, sempre sull’orlo del collasso. Non canta per piacere, canta per sopravvivere, e questo resta uno degli elementi che più mi ha fatto rivalutare i Korn rispetto ad altre realtà del genere. Anche musicalmente il disco funziona: riff ossessivi, basso ipnotico, groove che ti resta addosso e una produzione che rende tutto più massiccio senza perdere quell’aura malsana. E anche con le prime 12 tracce silenziose, di 5 secondi l'una: un minuto di silenzio in omaggio a Justin, un ragazzo malato terminale. 

Follow the Leader non mi ha fatto amare il nu metal in senso lato, ma ha consolidato il mio rispetto per i Korn. È uno di quei dischi che ascolti perché ti mette a disagio, perché non cerca approvazione e perché, nel bene e nel male, suona sincero. Per me rappresenta il momento in cui ho smesso di respingerli per principio e ho iniziato ad ascoltarli senza pregiudizi, riconoscendo che, almeno in questo caso, dietro l’etichetta c’era molta più sostanza di quanto volessi ammettere all’inizio.

martedì 10 febbraio 2026

Dark Quarterer - The Etruscan Prophecy

 The Etruscan Prophecy
Artista: Dark Quarterer
Anno: 1989
Tracce: 6
Formato: CD
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Avevo pronta un'altra recensione, ma appena saputo della morte di Fulberto Serena, storico chitarrista dei Dark Quarterer, ho deciso di buttare giù due righe per omaggiarlo. Oltre allo splendido War Tears, ho il privilegio di avere anche The Etruscan Prophecy, il secondo album della band heavy metal piombinese, in cui era presente questo splendido chitarrista che ci ha appena abbandonati. 

Quando mi sono imbattuto in The Etruscan Prophecy, ho avuto la netta sensazione di entrare in un luogo sonoro dove il tempo non corre come altrove. Non è un disco comodo, né immediato, e proprio per questo porta con sé un fascino tutto suo, un po’ oscuro, un po’ misterioso, profondamente radicato nella tradizione più epica e nello stesso tempo stranamente fuori dal tempo. 

La formazione, allora composta da Gianni Nepi (voce e basso), Fulberto Serena (chitarra) e Paolo Ninci (batteria), il disco si muove con passi lunghi e solenni, come se fosse concepito per raccontare storie antiche attorno a un fuoco collettivo. La title track, quasi dieci minuti di suono lento e narrativo, è l’esempio più chiaro di questo approccio: non è solo una canzone, è una piccola saga metallica che si sviluppa tra riff evocativi e cambi di atmosfera. 

L’apertura con “Retributioner” ti piomba addosso con un riff deciso, quasi telegrafico, che ti dice subito che qui non si viene a fare il semplice “metal da ascolto”, ma una musica che richiede attenzione. Brani come “Piercing Hail” e la spettrale “Devil Stroke” (tra le mie preferite) ampliano questo immaginario con tessiture più complesse, dove momenti acustici e passaggi quasi progressivi si intrecciano senza mai perdere quel senso epico e leggermente malinconico che sembra essere il filo rosso dell’intero lavoro. 

La produzione lascia chiaramente intravedere il suo tempo e i limiti dello studio in cui fu registrato, ma curiosamente questa imperfezione contribuisce all’atmosfera: c’è una sorta di patina vissuta che rende tutto più autentico, come se stessi ascoltando un documento emerso da qualche archivio dimenticato.

Il punto di forza dell’album, almeno per me, è proprio questa sua doppia natura: da una parte c’è la tecnica e la costruzione di canzoni lunghe e articolate, dall’altra una tensione evocativa che raramente suona gratuita o fine a se stessa. È un disco che cresce con l’ascolto, che si svela a piccoli strati, e che riesce a restituire un senso di epica metal lontana dai cliché più moderni, più vicina a un’idea di racconto sonoro che ti accompagna e ti cattura.

Proprio nel suo essere un po’ ostico, un po’ lontano dalle mode (di fine ani ottanta), sta la sua forza. È un disco che ti ricorda che il metal può essere narrativa, mito, profezia — e che a volte vale la pena lasciarsi trasportare in territori dove la musica sembra voler raccontare più storie di quante tu sia pronto ad ascoltare al primo impatto.

 Ciao Fulberto Serena. 

lunedì 9 febbraio 2026

Paul Auster - Nel Paese Delle Ultime Cose

 

Autore: Paul Auster
Anno: 1984
Titolo originale: In The Country Of The Last Things
Voto e recensione: 3/5
Pagine: 176
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Trama del libro e quarta di copertina:
Immaginate un posto dove le persone (la nonna, il droghiere, il vicino di casa) e gli oggetti (le auto, lo spazzolino, la caffettiera, la gomma da cancellare) sono a rischio di estinzione. Una mattina ti alzi e non c'è più il postino o lo schiaccianoci. E non solo il tuo, ma quello di tutti. Qualsiasi rimasuglio diventa allora l'oggetto più prezioso del mondo, soprattutto per i "cacciatori di oggetti", persone in grado di uccidere per accaparrarsi, che so, un mozzicone di matita. La prima edizione italiana di questo romanzo è stata pubblicata nel 1996 da Guanda.

Commento personale e recensione:
Capita, ogni tanto, di sentire il bisogno di una pausa. Nel mio caso, una tregua dalle letture di fantascienza più dichiarate, anche se non necessariamente quelle piene di astronavi, futuri ipertecnologici e mondi lontani. Così ho deciso di virare su Paul Auster, autore che apprezzo moltissimo, e di affrontare Nel paese delle ultime cose, romanzo breve ma tutt’altro che leggero.
Peccato (o forse no) che la pausa sia durata pochissimo: dopo poche pagine è evidente che ci troviamo comunque dentro una distopia. Non fantascienza in senso stretto, certo, ma uno di quei territori di confine che spesso ne condividono l’anima più cupa e riflessiva. Una società collassata, un mondo che si sta letteralmente spegnendo, e l’umanità che sopravvive per inerzia, giorno dopo giorno.
La lettura, però, non mi ha conquistato subito. Anzi. Nonostante la brevità del romanzo, ho incontrato diversi scogli già all’inizio. Il testo è scritto in prima persona (sigh), in forma simil-epistolare (sigh di nuovo) e con una protagonista che si rivolge continuamente a un “tu” indefinito (e qui il sigh diventa corale). Una scelta stilistica che, almeno per i miei gusti, appesantisce la prima parte e contribuisce a una sensazione di lentezza e ripetitività. In più, per buona parte del romanzo, sembra quasi mancare quel “soave modo di scrivere” che spesso associo ad Auster.
Col senno di poi, però, viene da pensare che sia tutto voluto. Un trucco, se vogliamo chiamarlo così. Perché nella seconda parte il libro cambia passo: la narrazione si fa più viva, più tesa, emotivamente più coinvolgente. I personaggi acquistano spessore, il mondo raccontato smette di essere solo una cornice opprimente e diventa materia viva, dolorosa, concreta.
E poi c’è il finale. Bello davvero. Toccante senza essere ricattatorio, coerente con il tono del romanzo ma capace di lasciare il segno. È lì che Nel paese delle ultime cose mostra fino in fondo la sua forza: non tanto come distopia, quanto come riflessione sulla resistenza umana, sulla speranza che sopravvive anche quando tutto il resto è andato perduto. E viene automaticamente pensare a Gaza o Mariupol o Mogadiscio o decine se non centina di altre che hanno visto il terrore. 
Un libro non perfetto, almeno per chi fatica con certe scelte stilistiche, ma che alla fine ripaga la pazienza richiesta. E che conferma come Auster sappia parlare della fine del mondo senza mai dimenticarsi delle persone che lo abitano.

domenica 8 febbraio 2026

Juventus 2 - Lazio 2

 
Rase out, Cicce out, Ikkio out. Ma non importa e mi siedo al bancone, come un veterano del Viet fottuto Nam dopo aver spaccato legna nel pomeriggio. Anche la Juve spacca legna nel primo tempo: gioca in attacco, crea, fraseggia ed è proprio bella. Non una bellezza da superarmodella perché non segna (in realtà si, ma il VAR annulla), però una bellezza tranquilla. Come sappiamo però, Tranquillo morì inculato. Ed infatti sullo scadere del primo tempo, vaccata stratosferica di Locatelli e la Lazio passa immeritatamente in vantaggio senza mai aver creato niente. Ma la palla è tonda e si sa che può andare così. Il secondo tempo inizia subito con un incubo, ovvero il raddoppio dei laziali. Incredibile. Continuiamo comunque ad attaccare come forsennati, ma ci mancano le vere punte, quindi facciamo affidamento sul texano che come al solito segna. Sempre più fondamentale. E finalmente allo scadere il pareggio di Kalulu. Meglio di niente sebbene l'assedio sia stato continuo e costante. 

sabato 7 febbraio 2026

Satispay: paga in tre rate e Satispay Plus

 
Aprendo Satispay mi son accorto oggi che ci sono due novità. La prima riguarda il tanto atteso pagamento in tre rate (che però non è utilizzabile per i Micro pagamenti che hanno reso famosa la app) e la possibilità di fare un piano "plus" a pagamento per avere maggiori vantaggi. Mi son fatto scrivere l'articolo da VIKI per la prima parte:

Satispay entra ufficialmente nel club del “compra ora, paga dopo” e lo fa con una formula ormai super collaudata: il pagamento in tre rate, a tasso zero. Se vi suona familiare, tranquilli: sì, funziona esattamente come PayPal e Klarna. Stessa filosofia, stessa tentazione.

Il meccanismo è semplice: al momento del pagamento (online o nei negozi fisici abilitati) si seleziona “Paga in 3”, si inserisce l’importo totale e si conferma. La prima rata viene pagata subito, mentre le altre due vengono addebitate automaticamente nei due mesi successivi.

L’esercente riceve immediatamente l’intero importo, mentre l’utente diluisce la spesa senza interessi. Almeno sulla carta: TAEG 0%.

Limiti e condizioni

Non si tratta però di un liberi tutti. La funzione è soggetta ad alcune limitazioni:

  • Importo minimo: 30 euro
  • Importo massimo variabile, visibile direttamente in app
  • Funzione riservata a utenti maggiorenni
  • Disponibile solo su alcuni negozi, non ovunque
  • Non utilizzabile con buoni pasto o buoni acquisto

In breve: comoda, ma non universale.

È davvero una novità?

La risposta onesta è: no. Satispay non reinventa nulla, ma si allinea a uno standard ormai consolidato. PayPal, Klarna, Scalapay: il mercato spinge tutto nella stessa direzione, rendere la spesa più leggera oggi e rimandare il fastidio a domani.

Comodità sì, ma attenzione

Il pagamento rateizzato senza interessi è una grande comodità se usato con criterio. Diventa un problema quando smette di essere uno strumento e diventa un’abitudine. Tre rate da 100 euro sembrano poca cosa… finché non diventano tre rate da 100 euro moltiplicate per cinque acquisti diversi.

Satispay lo specifica chiaramente: un finanziamento è un impegno vincolante. Non è una frase messa lì per bellezza, ma un invito a fare due conti prima di premere “conferma”.

Conclusione

Il “Paga in 3” di Satispay è intuitivo, ben integrato e coerente con l’evoluzione dell’app, già ampiamente utilizzata nella quotidianità. Non è una rivoluzione, ma una scelta quasi obbligata per restare competitivi.

Usato bene, è una mano santa.
Usato male, è solo un modo elegante per spendere soldi che non abbiamo ancora.

Come spesso accade, la tecnologia non è il problema. Il problema siamo noi… e il dito facile sullo smartphone.

Ora ritorno io a scrivere, ma velocemente per Satispay Plus. Costa 3,99€ al mese o 39,99€ all'anno e promette di:

  • Fare cinque ricariche istantanee gratuite al mese
  • Azzerare le commissioni per cinque pagamenti oltre disponibilità al mese
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  • Assistenza clienti prioritaria 

venerdì 6 febbraio 2026

Iron Maiden - Dance Of Death

 

Artista: Iron Maiden
Anno: 2003
Tracce: 11
Formato: CD
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Dance of Death è stato il mio ultimo album acquistato degli Iron Maiden, e già questo dice molto. Non perché sia un brutto disco, anzi, ma perché con lui ho iniziato ad avere la sensazione che qualcosa si fosse incrinato, che l’heavy metal stesse andando avanti più per inerzia che per reale urgenza creativa.

Il lavoro svolto è comunque solido e innegabile: la band è compatta, suona bene, sa ancora costruire brani lunghi e articolati senza perdere del tutto la bussola. Canzoni come Paschendale restano tra le migliori della loro produzione recente, intense, drammatiche, con quella capacità narrativa che solo gli Iron Maiden sanno rendere così epica e coinvolgente.

Ho anche avuto modo di vederli dal vivo in quel periodo, a Firenze, e l’impatto sul palco era ancora devastante. Dal vivo funzionava tutto, come sempre: energia, presenza scenica, cori, un pubblico completamente rapito. Ma proprio questo contrasto ha iniziato a farmi riflettere, perché l’esperienza live sembrava compensare qualcosa che su disco iniziavo a sentire meno.

Ascoltando Dance of Death ho avuto per la prima volta la chiara impressione che l’heavy metal, almeno quello storico, stesse continuando a muoversi seguendo traiettorie già tracciate, senza il bisogno reale di reinventarsi. Non è mancanza di qualità, è mancanza di sorpresa. Tutto è al posto giusto, ma proprio per questo appare prevedibile.

Resta un album che rispetto e che ascolto senza fastidio, ma che segna per me una sorta di confine personale: il momento in cui ho smesso di comprare automaticamente ogni uscita dei Maiden e ho iniziato ad ascoltarli più con affetto che con entusiasmo. Dance of Death non chiude un cerchio per la band, ma probabilmente ne chiude uno per me.

giovedì 5 febbraio 2026

Atalanta 3 - Juventus 0

 
Partita di Coppa Italia ed entrambe le compagini con la migliore formazione. Fa tutto la Juventus: attacca, spinge, gioca, tira, prende traversa. Ma segnano i bergamaschi su un rigore richiesto dal VAR (o dal BAR) per un tocco di mano discutibile. Ma le regole queste sono e continuiamo a giocare per ribaltare il risultato. L'Atalanta non risulta mai pericolosa neanche nella ripresa, dove è sempre la Juventus a fare la partita. Proprio però durante un contropiede improvviso arriva il raddoppio micidiale che pone la parola fine alla gara. Ed il terzo arriva sul finale quando ormai ci sbilanciamo. Peccato perché il controllo c'è sempre stato, a differenza di una vera punta che invece ci manca come il pane. Primo obiettivo stagionale che se ne va. 

Iron Maiden - Fear Of The Dark



 Artista: Iron Maiden
Anno: 1992
Tracce: 12
Formato: CD
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Fear of the Dark è l’album degli Iron Maiden con cui ho iniziato davvero (avevo addirittura audio cassetta) , quello che mi ha fatto entrare nel loro mondo e a cui sono inevitabilmente legato più di altri, anche solo per una questione emotiva e generazionale. Non è un disco perfetto, non è nemmeno uno dei più solidi della loro discografia, ma per me resta fondamentale perché rappresenta un punto di partenza, una porta spalancata sull’universo Maiden.

Il cuore di tutto, inutile girarci intorno, è la title track. Fear of the Dark è diventata quasi un marchio di fabbrica personale, una canzone che intonavo alle feste in spiaggia da ragazzo, tra chitarre  immaginarie e falò , cori improvvisati e quella sensazione di libertà assoluta che solo certi pezzi riescono a evocare. Ancora oggi basta l’intro per riportarmi lì, ed è incredibile quanto un brano possa marchiare così a fondo un periodo della vita.

Il resto dell’album è più disomogeneo, figlio di un momento non semplicissimo per la band, e si sente. Bruce Dickinson lasciò proprio in quell'anno e prosegui per un po' di tempo da solista, forte anche del fatto che aveva già rilasciato un proprio album. Ci sono brani riusciti, altri meno ispirati, qualche passaggio che sembra quasi di routine, ma anche episodi che mantengono alto il livello e mostrano comunque la capacità degli Iron Maiden di scrivere pezzi memorabili anche quando non sono al massimo della forma.

Proprio per questo Fear of the Dark non lo difenderei mai come uno dei migliori dischi del gruppo in senso assoluto, ma lo difenderò sempre come uno dei più importanti per me. È l’album che mi ha fatto cantare, scoprire, approfondire, andare a ritroso e in avanti nella loro discografia. È il disco che associo all’estate, al mare, alla voce alzata fino a perderla, a un’epoca in cui bastava un riff per sentirsi invincibili.

Alla fine Fear of the Dark è questo: un album imperfetto, sì, ma carico di ricordi, e per questo impossibile da giudicare con distacco. Alcuni dischi non si ascoltano soltanto, si vivono. E questo, per me, è uno di quelli.

mercoledì 4 febbraio 2026

Muse - Absolution

 

Artista: Muse
Anno: 2003
Tracce: 14
Formato: CD 
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Absolution è stato il mio primo album dei Muse: li conoscevo già, ero indeciso con Origin Of Symmetry, ma questo era appena uscito.  Il punto di ingresso in un universo che, in quel momento storico, sentivo disperatamente necessario. Mi ci sono avvicinato incantato da Hysteria e, ovviamente, da Time Is Running Out, due brani che mi colpirono subito come qualcosa di diverso, di vitale, di ancora possibile.

Erano anni strani, musicalmente parlando. L’hard rock, per come lo avevo conosciuto e amato, mi sembrava ormai esaurito. Il progressive che apprezzavo non era certo roba che trovavi ovunque, l’heavy metal arrancava faticosamente verso una sorta di fine annunciata, mentre il Nu Metal occupava quasi tutto lo spazio disponibile. In quel contesto, i Muse mi apparvero come un faro in lontananza, qualcosa che prometteva ancora emozioni, intensità, dramma musicale.

Absolution mi colpì subito per voce, ritmo, chitarra e basso. Bellamy aveva un’impostazione vocale teatrale ma mai gratuita, sempre tesa, sempre sull’orlo dell’esplosione. Il basso era pulsante, protagonista, fisico, mentre la chitarra alternava potenza e melodia con una naturalezza che sentivo sempre più rara. Era musica che non aveva paura di essere enfatica, anzi, sembrava nutrirsene.

All’inizio ero invece piuttosto restio sull’uso della batteria, che ai primi ascolti mi sembrava quasi una semplice base di supporto ritmica, funzionale ma poco caratterizzante. Col tempo, però, ho imparato ad apprezzarla, a riconoscerne la precisione, la capacità di sostenere strutture complesse senza mai rubare la scena, ma nemmeno scomparire davvero.

Absolution è un disco cupo, apocalittico, drammatico fino al midollo. Parla di fine, di colpa, di paura, di controllo, e lo fa con una tensione costante che non si scioglie quasi mai. È un album che non cerca leggerezza, e che anzi sembra voler schiacciare l’ascoltatore sotto il peso delle sue atmosfere. Ed è proprio questo che, all’epoca, mi conquistò completamente.

Con il senno di poi, so che mi sono fermato ai primi quattro album dei Muse, e che il mio rapporto con loro è rimasto confinato a quella fase. Ma Absolution resta il punto zero, l’inizio di quella breve parentesi musicale. Il disco che mi fece pensare che, nonostante tutto, c’era ancora spazio per una musica intensa, emotiva, potente, senza rinunciare a melodia e ambizione.

Absolution non è  l’album con cui ho scoperto i Muse, è il disco che in un momento di transizione musicale mi ha dato la sensazione di non essere rimasto solo ad aspettare qualcosa che non sarebbe più tornato. Non so se lo considero il loro migliore in assoluto perché apprezzo anche i precedenti ed il successivo , ma so per certo che senza di lui il mio rapporto con la band non sarebbe mai esistito.

martedì 3 febbraio 2026

The Night Manager [Stagione 1]

 
Anno: 2016
Titolo originale: The Night Manager
Numero episodi: 6
Stagione: 1
Iscriviti a Prime Video

The Night Manager è una di quelle serie che partono già con un vantaggio competitivo notevole: un romanzo di John le Carré come base, una produzione elegante e un cast che definire “di livello” è quasi riduttivo. Io le Carré lo conosco come autore, ma questo libro specifico non l’ho letto, quindi mi sono avvicinato alla serie senza l’ansia del confronto carta-schermo. E forse è stato un bene.
Siamo nel territorio classico dello spionaggio internazionale, contaminato da una forte componente action e da un’estetica molto curata. È una serie “possibile”, nel senso che potrebbe teoricamente accadere, ma anche piuttosto improbabile e non sempre realistica. Però è un difetto che qui diventa quasi una caratteristica del genere: The Night Manager non vuole spiegarti come funziona davvero l’intelligence, vuole raccontarti una storia ben orchestrata, con personaggi solidi, tensione costante e dialoghi scritti con intelligenza. Il realismo lo si mette consapevolmente da parte e ci si gode tutto il resto senza troppe paranoie.
Tom Hiddleston funziona bene nel ruolo del protagonista elegante e tormentato, ma il vero valore aggiunto è Hugh Laurie. Vedere il “Dr. House” nei panni di un cattivo carismatico, glaciale e per nulla sopra le righe è una piccola goduria: credibile, inquietante, perfettamente a suo agio nel ruolo. Attorno a loro, un contorno di personaggi ben caratterizzati e una messa in scena che viaggia tra hotel di lusso, armi, potere e ambiguità morali con grande sicurezza.
Tralasciando anche le parti (che comunque qui sono importanti) del classico complottone dei piani alti, The Night Manager è una serie che non va presa come un manuale di geopolitica o spionaggio, ma come un racconto raffinato, teso e ben recitato. Se accetti il patto implicito — sospendere un attimo l’incredulità — il risultato è più che soddisfacente. E sì, alla fine ti ritrovi a volerne ancora, così detto fatto inizierò la seconda stagione.

Jethro Tull - Aqualung


 
Artista: Jethro Tull
Anno: 1971
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon

Aqualung è l’album dei Jethro Tull che conosco meglio, quello a cui torno più spesso, anche se non posso dire di averlo mai “studiato” davvero fino in fondo. Ma siccome questa estate lo ho rispolverato per farne due chiacchiere con Zizzi e non risultare troppo impreparato, adesso fingiamo che sia addirittura esperto e buttiamo giù due righe per VER. È uno di quei dischi che ti rimane addosso per osmosi: lo ascolti, lo riascolti, e a un certo punto ti accorgi che fa parte del tuo paesaggio musicale senza che tu te ne sia reso conto.

Uscito nel 1971, Aqualung è il momento in cui i Jethro Tull smettono definitivamente di essere una band difficile da incasellare e diventano qualcosa di unico. Gli album precedenti, che conosco ancora meno, infatti non sono mai riuscito a capire bene dove volessero andare. Qui è tutto più chiaro e convivono rock duro, folk, blues, accenni prog e una scrittura che non ha nessuna voglia di compiacere. È un disco ruvido, a tratti sporco, lontano dall’idea di raffinatezza che spesso si associa al progressive.

La copertina è già una dichiarazione di intenti: quel barbone curvo, logoro, quasi sgradevole da guardare, mette subito in chiaro che questo non sarà un album elegante o consolatorio. Aqualung parla di emarginati, di ipocrisie, di religione, di solitudine, senza metafore rassicuranti. Ian Anderson scrive testi che osservano, giudicano, a volte sembrano persino sputare sentenze. Come lo so tutto questo? Mi son letto due o tre recensioni di chi quegli anni li ha vissuti. 

Musicalmente il disco è meno compatto di quanto si ricordi. Alterna brani aggressivi e taglienti a momenti molto più acustici e introversi, quasi come se fossero due anime che convivono senza fondersi del tutto. Ed è forse proprio questa irregolarità a renderlo interessante: Aqualung non scorre liscio, si incaglia, rallenta, poi riparte all’improvviso.

Anderson domina tutto, nel bene e nel male. Il flauto, che in mano a chiunque altro sarebbe un vezzo, qui diventa uno strumento rock a tutti gli effetti. La sua voce è teatrale, sarcastica, a volte persino fastidiosa, ma sempre riconoscibile. Non cerca empatia: pretende attenzione.

Riascoltato oggi, Aqualung non mi sembra un disco “perfetto”, né un album da venerare a prescindere. È un lavoro fortemente figlio del suo tempo, con qualche eccesso e qualche passaggio meno ispirato. Ma è anche uno di quei dischi che hanno personalità da vendere, e che non cercano mai di piacere a tutti.

Aqualung resta per me l’ingresso più naturale nel mondo dei Jethro Tull. Non perché sia il più completo o il più sofisticato, ma perché è diretto, scomodo, umano. Un album che non ho mai sentito il bisogno di idolatrare, ma che continua a tornare fuori dagli scaffali con una naturalezza che, alla lunga, dice molto più di qualsiasi entusiasmo momentaneo.

domenica 1 febbraio 2026

Oasi WWF Padule di Bolgheri

 
Il primo giorno di febbraio ci ha regalato una giornata limpida e quasi primaverile, perfetta per andare a curiosare (dopo aver compilato e spedito moduli digitali e cartacei) dentro uno dei luoghi più interessanti – e meno “urlati” – della costa toscana: l’Oasi WWF Padule di Bolgheri. Un posto che non è solo bello da visitare, ma anche densissimo di storia, natura e stratificazioni, come spesso accade quando il paesaggio non è frutto del caso ma di un equilibrio delicato tra intervento umano e processi naturali.
L’oasi viene istituita nel 1959, in un periodo in cui parlare di tutela ambientale non era esattamente di moda. Già questo basterebbe a farle guadagnare punti. Si trova all’interno della celeberrima Tenuta San Guido, la stessa che ha reso Bolgheri un nome mitologico nel mondo del vino grazie al Sassicaia. Ed è interessante notare come, accanto a una delle icone dell’eccellenza enologica italiana, sopravviva e venga protetto un ambiente naturale di straordinario valore ecologico. Due mondi apparentemente lontani che qui convivono, senza pestarsi i piedi.
Il Padule di Bolgheri si estende per circa 570 ettari, una superficie tutt’altro che trascurabile, soprattutto se si considera che rappresenta una delle più importanti aree umide costiere rimaste in Toscana. È ciò che resta di un sistema palustre molto più ampio, che in passato occupava vaste porzioni della pianura costiera e che è stato in gran parte cancellato dalle bonifiche tra Settecento e Novecento. Qui, invece, l’acqua è rimasta, e con lei tutto un mondo che senza acqua semplicemente non esisterebbe.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’oasi è la varietà degli ambienti: ben 11 habitat differenti concentrati in un’area relativamente compatta. Zone umide d’acqua dolce, canneti, stagni, prati allagati, fossi, aree di transizione, macchia mediterranea, boschi igrofili, lembi di pineta e ambienti retrodunali. Ogni habitat ha una funzione precisa e ospita comunità diverse, creando un mosaico ecologico estremamente complesso e dinamico. Camminando lungo i percorsi si ha la netta percezione di attraversare mondi diversi, separati da poche decine di metri.
Naturalmente il Padule è famoso soprattutto per l’avifauna. Qui transitano, sostano o nidificano decine e decine di specie di uccelli, rendendolo un punto di riferimento per gli appassionati di birdwatching ma anche un’area chiave lungo le rotte migratorie. L’elenco sarebbe lungo ed io non ci capisco quasi nulla quindi non perdo tempo a metterlo visto che tra l'altro cambia con le stagioni. Febbraio, in particolare, è un mese interessante perché segna una fase di passaggio, con presenze invernali ancora ben visibili e i primi segnali di movimento verso la primavera.
Ma ridurre il padule a una “riserva per uccelli” sarebbe un errore. Questo è un ecosistema completo, dove anfibi, rettili, insetti, piccoli mammiferi e una flora specializzata convivono in un equilibrio raffinato. Le zone umide svolgono inoltre un ruolo fondamentale come serbatoi di biodiversità, regolatori idrologici e filtri naturali, funzioni di cui ci ricordiamo solo quando le perdiamo.. Il Padule di Bolgheri è un luogo che insegna senza fare la morale, semplicemente mostrando cosa succede quando un’area viene lasciata vivere secondo i suoi tempi, con interventi mirati e non invasivi.
 
Terminata la visita comunque non ci fermiamo affatto: prendiamo Nera ed approfittiamo della bella giornata per arrivare a Baratti. Questa volta abbiamo diverse ore a disposizione prima che faccia buio così facciamo l'anello che dal Canessa arriva a Buca delle Fate e ci godiamo ancora una volta lo spettacolo. Tornati al Reciso saliamo per una passeggiatina Populonia e ridiscendiamo per la Romanella chiudendo il nostro anello e la giornata di trekking immersi nella natura in ogni sua forma.
 
Album fotografico Oasi WWF Padule di Bolgheri
Album fotografico Buca delle Fate 

sabato 31 gennaio 2026

​.p7m: Cos'è questa estensione e come leggere il contenuto

 
Anche questo articolo arriva ispirato da Zizzi. Ne approfitto quindi per scrivere un contenuto nuovo. Confesso comunque la mia più totale ignoranza sull'argomento, in quanto prima che lei mi chiedesse come riuscire ad aprire un file con estensione p7m non sapevo neanche cosa fosse. Lì per lì ho pensato ad un contenitore di compressione tipo Winzip o Winrar. Comunque dentro era palese che ci fosse un documento in pdf. Non che ci sia andato troppo lontano, ma ovviamente avevo fatto acqua al primo colpo. Mi son quindi messo un po' a cercare ed è venuto fuori che si tratta di un file firmato digitalmente tramite lo standard CAdES (Cryptographic Message Syntax). 

Questo formato garantisce tre cose fondamentali:

  1. Autenticità: La certezza dell'identità di chi ha firmato.
  2. Integrità: La garanzia che il documento non sia stato modificato dopo la firma.
  3. Valore Legale: In Italia, la firma digitale equivale a una firma autografa su carta. (ne avevo accennato qui e qui)
Si tratta quindi di un documento (spesso un PDF o un XML) a cui è stata apposta una firma digitale con valore legale, tipico della Pubblica Amministrazione o della fatturazione elettronica.

Perché non si apre con Acrobat?

​Il problema è che Adobe Acrobat (o qualsiasi lettore pdf generico) è progettato per leggere il contenuto del PDF, ma non sa come "rompere il sigillo" della busta .p7m. Per farlo, serve uno strumento che verifichi la firma e separi il certificato dal documento originale. Siccome non è avevo troppa voglia di installare e provare chissà quanti software (magari a pagamento o in prova limitata) sono andato a cercare servizi gratuiti online. Dopo un po' di escursioni a casaccio nella giungla ho deciso di affidarmi al servizio gratuito di Poste Italiane. La chiave di ricerca corretta si è rivelata essere "Postecert verificatore" che rimanda(va) fortunatamente qui: https://vol.postecert.poste.it/

Attualmente mentre sto scrivendo non si accede al sito, ieri sera sì ed ha funzionato


Ecco i passaggi seguiti:

  1. Caricamento: Si carica il file .p7m sul portale ufficiale di Poste Italiane.
  2. Verifica: Il sistema analizza la validità della firma (esito positivo).
  3. Estrazione: Una volta confermata la validità, il portale permette di cliccare su "Download file" (o "Salva file originale").

Il risultato? Viene scaricato un normale file .pdf, libero dalla "busta" p7m, che può essere finalmente aperto, letto e stampato con il classico Adobe Acrobat o qualsiasi altro lettore PDF.

Volevo far scrivere questo articolo a VIKI, ma non avrebbe inserito questa mia conclusione: ennesima rottura di cazzo burocratica, che sì, sarà pure utile per sicurezza e certezza delle firme digitali, ma resta una rottura di cazzo. 

venerdì 30 gennaio 2026

Dream Theater - Falling Into Infinity



 Artista: Dream Theater
Anno: 1997
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon

Premessa: volevo scrivere un altro pezzo, sugli Interpol. Ma mi stava risultando troppo complicato, così sono rimasto nella mia comfort zone, perché mi sento più preparato con generi che ho ascoltato all' "infinity". 

Però Falling Into Infinity non è mai stato tra i miei album preferiti dei Dream Theater, e probabilmente è anche per questo che rientra tra i meno ascoltati della mia collezione. Non perché sia un brutto disco, ma perché è un lavoro che mi ha sempre lasciato una sensazione di distanza, come se stessi ascoltando una band che non è del tutto a suo agio nella direzione che sta prendendo.

È un album strano, sospeso, che sembra continuamente trattenuto. Dopo dischi carichi di identità e tensione creativa, qui i Dream Theater appaiono più misurati, più controllati, a tratti quasi prudenti. La scrittura è più lineare, le strutture più convenzionali, le lunghe divagazioni strumentali ridotte al minimo da una parte e forse troppo lunghe e ripetitive dall'altra. Non è il Dream Theater che spinge in avanti i confini, ma quello che li osserva con una certa cautela.

Questo non significa che manchino i momenti riusciti, anzi. Ci sono passaggi intensi, melodie ispirate, atmosfere che funzionano e che, se prese singolarmente, reggono benissimo. Ma l’impressione generale è quella di un disco che non trova mai un vero centro emotivo, come se stesse cercando di tenere insieme anime diverse senza riuscire a farle convivere davvero.

È anche un album molto più emotivo che tecnico, più concentrato sulle canzoni che sull’esibizione strumentale. In teoria potrebbe essere un pregio, ma nel mio caso ha sempre avuto l’effetto opposto: invece di avvicinarmi, mi ha lasciato un passo indietro. Alcuni brani scorrono bene, altri mi risultano poco incisivi, e nel complesso faccio fatica a ricordare il disco come un’esperienza compatta, cosa che con i Dream Theater di solito non mi succede.

Riascoltandolo oggi, capisco meglio cosa stavano cercando di fare, e riesco ad apprezzarne certi dettagli che all’epoca mi erano sfuggiti. Ma resta un album che ascolto raramente dall’inizio alla fine, uno di quelli che non mi viene mai spontaneo scegliere quando ho voglia di Dream Theater. Non mi infastidisce, non lo boccio, semplicemente non mi coinvolge come altri.

Falling Into Infinity per me rimane un disco di passaggio, più interessante da analizzare che da amare davvero. Un lavoro che ha i suoi momenti, ma che non riesce mai a diventare indispensabile. Ed è probabilmente per questo che, ogni volta che lo rimetto "sul piatto" , ho la sensazione di riascoltarlo quasi come se fosse la prima volta.

giovedì 29 gennaio 2026

Il tasto WPS

 
Cari follower questo articolo è interamente sponsorizzato dalla Zizzi Holding Enterprise che mi permette di buttare giù due righe su uno dei "bottoni" più utili della storia informatica. Sto parlando del pulsante WPS, che risolve tanti problemi o difficoltà. Il sistema WPS, acronimo di Wi-Fi Protected Setup, rappresenta una sorta di "passpartout" digitale nato per risparmiare agli utenti la fatica di digitare lunghe e complicate chiavi di rete ogni volta che si desidera connettere un nuovo dispositivo. Immaginate di aver appena acquistato una stampante wireless: un tempo avreste dovuto navigare tra complessi menù su schermi minuscoli per inserire una password alfanumerica infinita; oggi, grazie al WPS, tutto si risolve spesso con la pressione coordinata di un tasto sul router e uno sulla stampante stessa.
​A livello tecnico, il WPS non è un nuovo tipo di connessione, ma un protocollo di "presentazione" assistita. Quando premiamo il pulsante fisico sul router, l’apparecchio apre una brevissima finestra temporale in cui smette di comportarsi come un guardiano severo e inizia a trasmettere un segnale di disponibilità. Nel momento in cui premiamo il tasto corrispondente sulla stampante o sul computer, i due dispositivi iniziano un dialogo silenzioso: il device chiede il permesso di entrare e il router, riconoscendo la "stretta di mano" avvenuta tramite i pulsanti, invia automaticamente le credenziali della rete crittografata. In pratica, è come se il router consegnasse una busta chiusa contenente la password direttamente nelle mani del nuovo dispositivo, che la memorizza e la usa da quel momento in poi per navigare in totale autonomia.
​Esistono diverse modalità per attivare questo scambio: la più comune è il PBC (Push Button Configuration), basato appunto sulla pressione dei tasti, ma è previsto anche il metodo tramite PIN, dove un codice numerico di otto cifre digitato sul dispositivo autorizza il router a inviare i dati della rete. Dal punto di vista della sicurezza, pur essendo un sistema estremamente pratico, il WPS apre una piccola porta nel perimetro della rete che, sebbene protetta, è bene chiudere una volta terminata la configurazione. Ma chi se ne frega. 
​In definitiva, il WPS resta uno strumento formidabile per semplificare la domotica, trasformando un'operazione tecnica potenzialmente frustrante in un gesto immediato. È il perfetto esempio di come la tecnologia cerchi di nascondere la propria complessità per mettersi al servizio dell'utente, eliminando l'attrito tra l'hardware appena spacchettato e la rete di casa, garantendo che la stampante o lo smart TV siano pronti all'uso in pochi secondi e con il minimo sforzo.

mercoledì 28 gennaio 2026

Monaco 0 - Juventus 0

 
Spalletti cambia molto e probabilmente questo non è un bene, a meno che non si voglia utilizzare il turn over per puntare al meglio sui risultati in Campionato. Qui invece abbiamo un primo tempo con una Juventus imprecisa, senza punti di riferimento in attacco e con poco carattere, lasciando le azioni più pericolose ai monegaschi. Non abbiamo certamente brillato visto che gli altri hanno fatto la partita. Nel secondo tempo, nonostante alcuni cambi, la gara non si modifica di molto: se non è zuppa è pan bagnato. Anche Yildiz è in giornata no e non cambia assolutamente la partita. Gli avversari comunque, esattamente come noi, commettono errori e disattenzioni quindi le loro uscite risultano poco pericolose. Un pareggio che ci porta al 13 esimo. Quindi testa di serie. 

martedì 27 gennaio 2026

Blind Guardian - Imaginations From The Other Side

 
Artista: Blind Guardian
Anno: 1995 
Tracce: 9
Formato: CD
Acquista su Amazon 


Imaginations From The Other Side è uno di quei dischi che non si limitano a suonare potenti: ti trascinano dentro un mondo. Fantasia, mitologia, metal epico e velocità si fondono in un cocktail che, vent’anni dopo, suona ancora vivo e gigantesco. 
Nel 1995 i Blind Guardian raggiungono il loro equilibrio perfetto tra power metal, struttura narrativa e orchestrazioni che paiono cinematografiche. È il punto in cui la band tedesca non è più “solo” una promessa del metal europeo, ma un riferimento obbligato per chi ama l’epica sonora e le storie che si dipanano tra draghi, castelli e battaglie interiori. E io, come sempre in questi casi, arrivo qualche anno dopo, anche se per l'epoca (la mia) mi pareva fosse una novità assoluta.
L’album si apre con la title track che è già dichiarazione di intenti: sette minuti di crescendo, cori mastodontici, riff intrecciati e quella sensazione di entrare in un’altra dimensione. È l’inizio di un viaggio, non di una semplice playlist. 
Da lì in poi si alternano momenti di velocità pura come I’m Alive e Another Holy War, a brani più narrativi e atmosferici come A Past and Future Secret o Bright Eyes, che dimostrano una versatilità rara anche in un genere tipicamente adrenalinico.
Quello che colpisce di questo disco è la cura nei dettagli: i cori multipli, l’intreccio tra chitarre e melodie vocali, le atmosfere che cambiano con naturalezza dentro lo stesso pezzo. La dinamica non è mai monotona, e ogni traccia ha una sua identità pur rimanendo coerente con il suono complessivo.
Inciso con la stessa ambizione con cui si scriverebbe una colonna sonora, Imaginations from the Other Side per me è un pilastro del power metal anni ’90: qui non ci sono compromessi, solo immaginazione che corre libera e senza freni.
Come direbbe VIKI "in sintesi": è un album epico, stratificato, spesso grandioso, capace di bilanciare riff frenetici e momenti meditativi, cori mastodontici e narrazioni intime. È uno di quei dischi che non si ascoltano per passatempo, ma per essere vissuti.
Se ami il metal che guarda alle leggende con gli occhi di un bambino e la spada di un guerriero, qui sei a casa. 
 
 

lunedì 26 gennaio 2026

The Expanse [Stagione 6]

 
Anno: 2021 - 2022
Titolo originale: The Expanse
Numero episodi:6
Stagione: 6
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Acquista su Amazon (serie di libri)
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 E così, alla fine, mi sono deciso. Ho premuto play sulla sesta (e ultima?) stagione di The Expanse dopo averla evitata con una certa ostinazione, di quelle irrazionali ma comprensibili. Non per mancanza di tempo, né di interesse. Semplicemente perché finire qualcosa che ami davvero è un piccolo lutto, e io non avevo nessuna voglia di elaborarlo. La quinta stagione, tanto per dire, l’avevo conclusa cinque anni fa. Cinque. Una serie in criogenia emotiva.
The Expanse però è una di quelle opere che non puoi lasciare sospese all’infinito. Ti guarda da lontano, paziente, come una nave in orbita che prima o poi tornerà a chiamarti. Sei episodi, zero tempo perso. E sì, la sesta stagione è breve: sei episodi secchi, senza riempitivi, senza divagazioni inutili. Una scelta che inizialmente può spaventare, ma che si rivela azzeccata. Qui non si allunga il brodo: ogni scena ha un peso, ogni dialogo è funzionale, ogni personaggio viene accompagnato – con rispetto – verso la sua destinazione finale.
La minaccia di Marco Inaros e della Marina Libera viene chiusa in modo coerente, senza colpi di teatro gratuiti. È una stagione più intima, più concentrata sulle conseguenze che sulle esplosioni, e forse proprio per questo funziona così bene. The Expanse non è mai stata fantascienza “muscolare”: è politica, sociologia, conflitto di classe travestito da space opera. Una fantascienza adulta (davvero).
Ed è qui che la serie si conferma, ancora una volta, come una delle migliori produzioni fantascientifiche degli ultimi decenni. Niente bene contro male, niente eroi immacolati. La Terra, Marte e la Cintura restano entità fragili, contraddittorie, incapaci di imparare davvero dai propri errori. Esattamente come noi.
La fisica continua a essere trattata con un rispetto quasi maniacale, le dinamiche di potere sono credibili, le scelte morali raramente rassicuranti. E in mezzo a tutto questo c’è l’equipaggio della Rocinante, che non ha mai smesso di sembrare una famiglia imperfetta ma autentica.
Holden, Naomi, Amos e Bobbie (più presenza che ricordo) arrivano alla fine del loro arco narrativo senza essere traditi dalla scrittura. Amos, in particolare, resta uno dei personaggi più riusciti mai visti in una serie sci-fi: disturbante, leale, profondamente umano nel suo essere “rotto”.
Ma è finita finita?…
Sì, perché tecnicamente questa è l’ultima stagione. Ma chi conosce i romanzi di James S.A. Corey sa bene che la storia non finisce qui. Non li ho letto, ma se ne parla spesso nei forum di genere. Amazon ha deciso di chiudere la serie lasciando aperta la porta a un possibile futuro: film, miniserie, revival? Tutto è possibile.
E, sorprendentemente, funziona. Non come frustrazione, ma come promessa. The Expanse si chiude senza tradire se stessa, lasciandoti con quella sensazione rara: non di incompiuto, ma di universo che continua a esistere anche senza di te spettatore.
Ho fatto bene ad aspettare? Forse sì. Forse no. Di certo, ho fatto bene a tornare.
La sesta stagione non è solo un finale dignitoso: è un atto di coerenza, una chiusura sobria, matura, che rispetta il pubblico e l’intelligenza di chi ha seguito la serie fin dall’inizio. In un panorama televisivo pieno di finali sbagliati, affrettati o semplicemente disastrosi, The Expanse esce di scena a testa alta.
E se davvero fosse un addio definitivo, allora va bene così.
Ma se un giorno dovessimo rivedere la Rocinante accendere i motori… beh, sappiamo già che saremmo pronti.

domenica 25 gennaio 2026

Degustazione alla Tenuta Campo Al Signore

 
Alla fine ce l’ho fatta.
Dopo anni a prendere polvere su uno scaffale – insieme a libri “che leggerò” e bottiglie “per un’occasione speciale” – una Smartbox regalatami dalla Cricca ha finalmente visto la luce. Non è stato indolore: periodo invernale, disponibilità che spariscono più velocemente del sole alle cinque del pomeriggio, tentativi a vuoto e qualche sconforto. Ma, come spesso accade, quando smetti di cercare trovi.
La meta è stata la Tenuta Campo al Signore, a Castagneto Carducci. Un luogo che incarna bene l’anima vitivinicola della Costa degli Etruschi: vigne curate, ritmi lenti, attenzione al dettaglio e quella sensazione – sempre piacevole – di essere ospiti e non semplici clienti. L’azienda lavora su una produzione di qualità in maniera biologica, legata al territorio e alle sue caratteristiche, con un approccio che unisce tradizione e visione contemporanea del vino.
La visita è iniziata con una passeggiata tra i filari, ordinati e silenziosi, immersi in quel paesaggio che d’inverno ha un fascino più ruvido ma autentico. Poi giù in cantina, piccola ed essenziale. I proprietari hanno voluto legare la loro passione per la viticoltura a quella per le auto, infatti i nomi delle vigne richiamano marchi come Alfa Romeo o Maserati, così come le etichette che si ispirano al mondo delle quattro ruote. 
A chiudere il cerchio, la parte migliore: degustazione di due vini (il Cabrio ed il Volante) accompagnati da un tagliere, semplice, onesto, perfettamente a fuoco. 
Finita la visita, non avevamo nessuna intenzione di tornare subito a casa. Così ci siamo spostati verso la spiaggia di Donoratico per una lunga passeggiata sul bagnasciuga, con la “nostra” cagnolina felicissima, scodinzolante e totalmente indifferente al fatto che fosse inverno. Aria fresca, mare calmo, pochi passi intorno: una di quelle parentesi che non cambiano la vita, ma la rimettono momentaneamente in asse.
Morale della storia: le Smartbox non sono immortali, ma con un po’ di pazienza possono ancora regalare giornate che vale la pena ricordare. E Castagneto Carducci, anche fuori stagione, resta sempre una certezza.

venerdì 23 gennaio 2026

Guns N' Roses - Use Your Illusion II

 
 
Artista: Guns N' Roses
Anno: 1991
Tracce: 14
Formato CD
Acquista su Amazon 
 
E sì, l'altra genialata dei Guns è stata quella  di far uscire il doppio, in maniera separata nel solito periodo. Non una mossa commerciale, non un B side: qui abbiamo 14 tracce, 14 hit. Nell'altro 16. Non è un’appendice né una raccolta di scarti: è un disco con una personalità fortissimaTrenta canzoni per due album stratosferici in cui nessuna, neanche My World a concludere è infilata per riempire. Tra l'altro qui c'è Estranged (guardatevi il video) che con i suoi 9 minuti e passa era la canzone perfetta da mettere al Juke Box di Calamoresca in estate: stessi soldi, monopolio di quei pomeriggi al mare, fino al tramonto.
 
Use Your Illusion II è il lato più luminoso, più aperto e allo stesso tempo più “politico” dell’universo Guns. Se il primo capitolo era introspettivo, teso, quasi notturno, questo è l’album che guarda fuori, al mondo, e lo fa senza filtri. E il fatto che ti sia piaciuto tanto quanto il primo ha perfettamente senso: insieme formano un unico corpo, due facce della stessa ossessione.

La copertina, con la stessa opera artistica virata di blu, completa il dittico visivo: non è un sequel pigro, è un contraltare. Dove il giallo del primo suggeriva tensione e calore, il blu qui porta distanza, ampiezza, quasi una freddezza controllata. Insieme raccontano perfettamente la doppia anima della band in quel momento.
Musicalmente Use Your Illusion II è più vario e, paradossalmente, più accessibile. Ci sono aperture melodiche enormi, momenti epici, ma anche stoccate durissime. È il disco in cui i Guns dimostrano di saper reggere arrangiamenti complessi senza perdere identità. Slash continua a brillare, ma è l'unione degli strumenti della band a fare la differenza: tutto è più stratificato, più pensato, meno istintivo ma più ambizioso.
Axl Rose qui è completamente fuori dalla gabbia. Non solo canta, ma prende posizione: parla di guerra, razzismo, censura, ipocrisia mediatica. Non sempre con eleganza, spesso con rabbia pura, ma sempre mettendoci la faccia. Use Your Illusion II è il disco in cui i Guns smettono definitivamente di essere “solo” una rock band per diventare un megafono. Con tutti i rischi del caso.
A distanza di millenni musicali l disco resta sorprendentemente potente. Alcuni eccessi sono evidenti, certi momenti sono figli del loro tempo, ma l’energia e l’urgenza non sono mai venute meno. È un album che non cerca di essere perfetto: cerca di essere grande. E ci riesce.
Use Your Illusion II è l’altra metà indispensabile del puzzle. Se il primo era il conflitto interiore, questo è lo scontro con il mondo. Separati funzionano, ma insieme raccontano davvero chi erano i Guns N’ Roses nel loro momento più alto e più instabile.
E sì: amarli entrambi è probabilmente l’unico modo corretto di ascoltarli.

Guns N' Roses - Use Your Illusion I

 
Artista: Guns N' Roses
Anno: 1991
Tracce: 16
Formato CD
Acquista su Amazon 
 
Ho traccheggiato così tanto che non potevo più rimandare. Anche perchè poi viene fuori un qualcosa di troppo distaccato e freddo. E questo mi dispiace e mi blocca nuovamente. Però per i Guns non potevano mancare le recensioni (chiamiamole "due parole" ) sui loro album per me più importanti. Use Your Illusion I è il momento in cui i Guns entrano prepotentemente nella mia vita (era un Natale, lo ricordo perfettamente) mentre a livello globale smettono di essere “solo” una band hard rock e decidono di diventare un mondo a parte. Ambizioso, eccessivo, irregolare, a tratti persino arrogante: tutto vero. Ma è anche il disco in cui dimostrano di poter fare molto più di quanto chiunque si aspettasse da loro. E se è tra i miai preferiti, capisco benissimo quanto questo sia ovvio, automatico, scontato.
 
Nel 1991 i Guns sono al centro dell’universo rock. Potevano rifare Appetite For Destruction in versione extra-lucida e incassare facile. Invece pubblicano due album gemelli, mastodontici, pieni di deviazioni, di stili, di idee. Use Your Illusion I è la faccia più oscura, più blues, più introspettiva (per quanto possa esserlo una band così). Meno immediata del “fratello” II, ma più densa.
La copertina – il dettaglio raffaellico filtrato di giallo – è una scelta geniale: arte classica trasformata in icona pop, bellezza e tensione insieme. Dice chiaramente che qui non si parla più solo di strada, risse e riff: si parla di dramma, di ego, di caduta e ambizione.
 
Musicalmente è un disco enorme. Non perché suona “grosso”, ma perché non sta mai fermo. C’è hard rock sporco, blues, orchestrazioni, momenti quasi cinematografici. Slash è in stato di grazia: meno istintivo rispetto ad Appetite, più narrativo, più consapevole. Duff e Matt Sorum costruiscono una base solidissima, mentre Axl prende definitivamente il centro della scena. Qui non canta soltanto: interpreta, guida, provoca, si espone. A volte esagera, certo. Ma Use Your Illusion I non esisterebbe senza il suo ego fuori scala.
 
È anche un disco emotivamente pesante. Non ti prende a pugni e basta: ti logora, ti tira dentro dinamiche tossiche, relazioni finite male, rabbia, paranoia, senso di tradimento. È un album che non cerca di piacere: pretende attenzione. E se gliela dai, ti ripaga. Nel libretto con i testi molte parole erano di turpiloquio, interrotte dagli asterischi *** e già questo in un adolescente dell'epoca significava molto. 
Riascoltato oggi, Use Your Illusion I resta sorprendentemente vitale. Non è invecchiato come certi dischi “perfetti”: è rimasto vero proprio perché non trovo imperfezioni. È il suono di una band che sta bruciando tutto, anche se stessa, pur di non essere prevedibile.
In sintesi: Use Your Illusion I non è un album facile, né accomodante. È un disco di eccessi, di ambizioni smisurate, di talento portato al limite. Ma è anche uno dei ritratti più sinceri di cosa possano essere i Guns N’ Roses quando smettono di fare i duri e iniziano a mostrare le crepe.
Non è solo uno dei loro lavori migliori. È uno di quelli che, se ti prende, non ti molla più.

giovedì 22 gennaio 2026

U2 - October

 The band standing together, wearing coats
Artista: U2
Anno: 1981
Tracce: 11
Formato: CD
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Visto che ieri ho preso il via con ben tre album musicali, voglio proseguire questa strada, così magari nel 2026 abbassiamo la media film / articoli di VER che supera il 40% (40,337% fino al 2025)). Non ascolto solo hard rock, progressive o metal, o meglio non lo ho sempre fatto. Gli U2 sono un gruppo più nelle corde del mio amico Fatikkio (detto Bonovox per gli amici del web), ma anche di gettons (che oggi compie gli anni), sebbene anche lui vari molti su altri generi. Comunque eccoci qui.
October è il disco degli U2 che molti saltano. E fanno male. Perché è il loro album più fragile, più irrisolto, più umano. Non è un manifesto, non è uno slogan, non è uno stadio pieno che canta in coro. È una stanza piccola, luci basse, e una band giovane che si chiede chi diavolo sia e dove stia andando.
Uscito nel 1981, subito dopo Boy e prima di War, October nasce in un momento complicato: smarrimento creativo, crisi personali, dubbi profondi (anche spirituali) che rischiano seriamente di far saltare il gruppo. Non a caso molte parti furono scritte o ricostruite in fretta, alcune idee perse, altre appena abbozzate. Eppure – o forse proprio per questo – il disco respira sincerità da ogni poro.
La copertina è già una dichiarazione d’intenti: una band spalle al muro, sguardi bassi, colori smorti. Niente posa da rockstar, niente giovinezza esibita. October non vuole piacere: vuole sopravvivere. Ed è un disco che sembra sempre sul punto di spezzarsi, ma non lo fa mai davvero.
Musicalmente è un album introverso, quasi timido. The Edge usa la chitarra come uno strumento atmosferico più che melodico, Larry (Mullen)  suona con una sobrietà quasi trattenuta, Adam Clayton costruisce fondamenta discrete ma essenziali. E Bono… Bono qui non è ancora “Bono”. È una voce che cerca, che domanda, che spesso non ha risposte. Ed è proprio questo il suo punto di forza.
I testi sono attraversati da una tensione costante tra fede, dubbio, paura di perdersi. Ma attenzione: non è un disco religioso in senso predicatorio. È un disco spiritualmente inquieto, che parla più di incertezza che di certezze. E questo lo rende molto più interessante di quanto gli venga solitamente riconosciuto.
October è anche l’album meno immediato degli U2, quello che non ti prende per mano. Va ascoltato senza aspettarsi “l’inno”, senza cercare il colpo ad effetto. È un lavoro di atmosfera, di silenzi, di spazi vuoti. Un disco che sembra sempre trattenere il fiato.
Riascoltato oggi, October suona come una fotografia sfocata ma autentica di una band prima della trasformazione. Qui non ci sono ancora i grandi temi universali, c’è il travaglio personale. Ed è affascinante proprio perché non è risolto, non è definitivo.
In conclusione: October non è un classico nel senso canonico del termine. È un passaggio, una crepa, un momento di vulnerabilità. Ma senza October non esisterebbero gli U2 che verranno dopo. È il disco in cui imparano che per parlare al mondo, prima bisogna fare i conti con se stessi.
E non è poco, per una band di ventenni.