giovedì 2 aprile 2026

Slash's Snakepit - It's Five O'Clock Somewhere

 
Artista: Slash's Snakepit
Anno: 1995
Tracce: 14
Formato: Cd
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Come i più attenti avranno notato, in questo 2026 sto dando molto più spazio alla musica di quanto non  abbia fatto in passato e sto cercando di pubblicare pensieri e parole sulla mia vecchia collezione di album, sempre per averne traccia. Spesso capito dischi che ho ascoltato poco o a cui ho dato poco valore perchè non rientravano completamente nei miei gusti musicali, ma c'è quasi sempre stata (oltre alla componente "collezione") la voglia di scoprire ed ampliare il mio raggio d'azione, pur rientrando in comparti musicali che potessero essere compatibili con i miei gusti. A quei tempi però si navigava un po' a braccia, a sensazioni, a consigli da parte di amici e conoscenti o semplicemente per "vicinanza". Così, una volta "esaurita" la linea Guns, era impossibile non passare a recuperare pezzi da solisti come l'avventura intrapresa da Slash. Ricordo che fu ospite in un programma televisivo musicale (forse trasmesso da TMC? o Italia Uno?) in cui fece un paio di pezzi (al massimo) in unplugged e già pensai che si trattava di uno "spinoff" che non potevo lasciarmi sfuggire. D'altra parte alcune tracce erano state scritte, e poi bocciate, per i Guns ed anche i componenti stessi della "nuova" band avevano legami abbastanza forti con il passato: Gilby Clark era in The Spafhetti Incident? così come Sorum che batteva anche per il doppio Use Your Illusion (I e II) e la presenza di Reed in alcune canzoni, senza contare che testi e musica appunto erano il risultato anche dello sforzo di un po' di tutti. Prendendola un po' larga si poteva dire che erano i Guns senza Rose... Se vogliamo fare un'analisi musicale sull'album poi viene fuori una sorta di somiglianza ad un hard rock più puro, simile a quello apprezzato in Appetite. Anche se allora come oggi, ritengo questo album diversi gradini sotto. Ovviamente presentarlo come una copia del vecchio hard rock dei Guns sarebbe non solo un sacrilegio, ma anche poco veritiero, visto che le influenze blues di Slash sono molto evidenti qui e così ha maggior senso considerarlo come un album slegato dal vecchio progetto. Per me fu una ciliegina sulla torta, anche se lo ho sempre preso in considerazione come un disco minore. 
 

mercoledì 1 aprile 2026

Alice In Chains - Dirt

 

Artista: Alice In Chains
Anno: 1992
Tracce: 13
Formato: CD 
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Gli Alice in Chains sono la band che più di tutte, nella scena di Seattle, si è sempre mossa con un piede nel metal. Non il grunge californiano patinato, non il punk reinventato dei Nirvana, qualcosa di più pesante, più oscuro, che guarda ai Black Sabbath e in un certo modo anche ai Led Zeppelin e li porta dentro un presente fatto di dipendenza, solitudine e disagio autentico. Dirt  è il disco in cui tutto questo converge al massimo.

Il disco è inseparabile dalla storia di Layne Staley. La dipendenza dall'eroina non è un sottotesto, è il soggetto esplicito di buona parte dei testi, scritti da Staley e da Jerry Cantrell con una crudezza che non cerca redenzione né consolazione. Si sente. Quella voce nasale, luciferina, capace di armonizzarsi con quella di Cantrell in modi che sembrano impossibili porta il peso di qualcosa di reale, e questo trasforma brani come Junkhead, Down in a Hole e la title track in qualcosa di più di semplici canzoni rock. Cantrell dal canto suo è la spina dorsale musicale: i suoi riff sono pesanti, urticanti, spesso in tempi dispari, e tengono tutto in piedi con una solidità che non lascia scampo.

Them Bones apre il disco come uno schiaffo: due minuti e mezzo in 7/8 (così mi dicono dalla regia) , un muro di chitarre e un urlo che non lascia tempo di capire cosa stia succedendo. Rooster, scritta da Cantrell per il padre veterano del Vietnam, è il momento più epico e malinconico del disco. Would?, già scritta per la colonna sonora di Singles (nota privata: da recuperare) , chiude con una di quelle melodie che non si dimenticano. E Angry Chair, scritta interamente da Staley, è forse il pezzo che più di tutti fa capire dove stesse andando, e dove sarebbe arrivato, dieci anni dopo.

È un disco difficile da ascoltare con leggerezza, e probabilmente non ci si dovrebbe nemmeno provare. Ma è uno dei pochi dischi di quel periodo in cui il dolore suona vero fino in fondo, senza filtri e senza pose. Un capolavoro che non invecchia.

martedì 31 marzo 2026

Slayer - Reign In Blood

 An image of the album cover featuring a demonic creature being carried on a chair by two people on each side. These people are carrying it over a sea of blood where several heads of corpses are floating. In the top left corner of the album is Slayer's logo while in the bottom right corner is the album title "Reign in Blood".
Artista: Slayer
Anno: 1986
Tracce: 10 + 2
Formato: CD
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Me lo aspettavo diverso. Avevo in testa i Metallica ovvero il thrash che conoscevo o credevo di conoscere , che aveva struttura, melodia, momenti di respiro. Gli Slayer di Reign in Blood sono un'altra cosa. Non un po' più aggressivi, non un gradino più in alto nella scala della durezza: proprio un'altra cosa. Trenta minuti e poco più senza pause, senza mediazioni, senza il minimo tentativo di venire incontro a chi non è già nel loro mondo.

Il thrash metal e il death metal non sono mai stati i miei generi, li ho sempre trovati troppo veloci, troppo violenti, troppo ruvidi per entrarmi dentro davvero. E Reign in Blood è probabilmente il disco che più di tutti incarna queste caratteristiche, spinte al limite. Angel of Death apre il disco come un muro che ti cade addosso: Dave Lombardo alla batteria è una macchina da guerra, Tom Araya alla voce non canta, urla, e le chitarre di Hanneman e King non cercano mai melodia, solo aggressione. Raining Blood, con quella sua atmosfera plumbea che precede l'esplosione finale, è forse il brano che più rimane in testa e non perché sia accessibile, ma perché ha una coerenza oscura che funziona anche per chi, come me, non è esattamente il pubblico di riferimento.

Il disco dura poco anche se avrebbe dovuto durarne un po' di più: hanno tagliato tutto quello che poteva sembrare di troppo, e il risultato è un oggetto compatto e senza fronzoli che non chiede permesso a nessuno. È onesto nel suo essere estremo, e questo va riconosciuto.

Non è un disco che metto su vvolentieri. Ma capisco perfettamente perché sia considerato un punto di riferimento assoluto per un'intera generazione di musicisti. L'ho preso per completare la mia formazione di ascoltatore, e da quel punto di vista ha fatto il suo lavoro.

lunedì 30 marzo 2026

Queens Of The Stone Age - Songs For The Deaf

 
Artista: Queens Of The Sone Age
Anno: 2002
Tracce: 14
Formato CD
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Con i Queens of the Stone Age sono arrivato per curiosità più che per passione. Il gancio era chiaro: Dave Grohl alla batteria: (in)direttamente dai Nirvana, uno dei miei punti di riferimento. Volevo sentire cosa succedeva quando uno come lui si metteva al servizio di un progetto così diverso. E poi c'era la questione della completezza: Songs for the Deaf  era considerato uno di quei dischi che fanno parte della storia del rock moderno, e ignorarlo sarebbe stato come lasciare un buco.

Il disco è strutturato come una sorta di viaggio radiofonico attraverso il deserto californiano: tra un brano e l'altro (non sempre, ma spesso) si inserisce un finto speaker che annuncia il pezzo successivo, creando un filo conduttore che rende tutto più coeso di quanto sembri. Lo stoner rock di Josh Homme è ruvido, valvolare, volutamente grezzo, con suoni che sembrano usciti dagli anni Settanta pur essendo del tutto contemporanei. Le voci di Homme, di Nick Oliveri e di Mark Lanegan , tre timbri completamente diversi, si alternano e si intrecciano in modo che funziona meglio di quanto ci si aspetti.

Grohl fa il suo lavoro nel modo in cui sa farlo: potente, preciso, con una solidità ritmica che tiene tutto in piedi. Su Song for the Dead e Go with the Flow si sente eccome la sua presenza. No One Knows è il brano più immediato, quello che resta più in testa. Ma devo essere onesto: il disco non mi ha preso subito. Non rientra nelle mie corde in modo naturale poichè quello stoner desertico è un mondo che mi affascina da lontano più che coinvolgermi visceralmente.

L'ho preso e ascoltato per quello che è: un pezzo importante della storia musicale di quegli anni, un disco che chiunque ami il rock dovrebbe conoscere. Non è detto che debba necessariamente amarlo.

domenica 29 marzo 2026

Rivalto e le cascate nascoste

 
Nuovo trekking per questa ultima domenica di marzo. Il luogo di ritrovo è Rivalto, frazioncina di Chianni in provincia di Pisa. Da qui un comodo anello per andare a scovare numerose cascatelle nascoste che risultano davvero fotogeniche e suggestive. Immerse tra i boschi delle colline pisane, seguiamo i torrenti, non facendoci mancare innumerevoli guadi per poi collezionarle di tanto in tanto. Fitta e lussureggiante vegetazione e troviamo pure un paio di salamandre. Un angolo di mondo che sembra lontano da tutto e che riserva innumerevoli scoperte.
 
Album fotografico Le cascate di Rivalto 

sabato 28 marzo 2026

Una Scomoda Circostanza - Caught Stealing (2025)

 
Regia: Darren Aronofsky
Anno: 2025
Titolo originale: Caught Stealing
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.8)
 Pagina di I Check Movies
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Se state cercando un thriller che sappia di asfalto, sudore e nostalgia sporca, fermatevi qui. Disponibile su Prime Video , Caught Stealing ci riporta dritti nel 1998, in una New York che sembra quasi un personaggio a sé stante: caotica, pericolosa e terribilmente affascinante. Il protagonista è Hank Thompson, interpretato da un magnetico Austin Butler . Il ragazzo è un ex promessa del baseball la cui carriera è finita prima di iniziare; ora serve drink in un bar del Lower East Side e tiene un profilo basso, perchè di più non può La sua vita tranquilla va in pezzi quando il suo vicino di casa sparisce nel nulla, lasciandogli in custodia un gatto . Da quel momento, Hank diventa il bersaglio di mezza malavita di New York, inclusa una spietata mafia russa che non si fa troppi problemi a usare le maniere forti. Darren Aronofsky ricostruisce NYC ed il 1998 in modo magistrale. Niente filtri patinati, solo il realismo crudo di fine millennio. Butler dal canto suoriesce a trasmettere perfettamente il senso di smarrimento di un uomo comune che viene picchiato, rincorso e messo alle strette, ma che ritrova la grinta del battitore quando serve. È un thriller che non ti lascia respirare. Ogni volta che pensi che Hank sia al sicuro, spunta un nuovo problema (o un nuovo sicario). Come film spiazza un po' perchè molta violenza (forse gratuita) e questa c'è anche nelle occasioni che non ti aspetti. Inizialmente ero molto dubbioso, anche per questo aspetto, ma andando avanti ho capito che non era poi così male. 


venerdì 27 marzo 2026

Judas Priest - Screaming For Vengeance

 
Artista: Judas Priest
Anno: 1982
Tracce: 10
Formato: CD
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I Judas Priest sono una di quelle band che appartengono alla storia dell'heavy metal nel senso più letterale del termine: senza di loro, buona parte di quello che è venuto dopo semplicemente non esisterebbe. Screaming for Vengeance del 1982 è il disco che forse più di tutti lo dimostra: uno dei più venduti nella storia del genere, e ancora oggi sorprendentemente fresco dopo quarant'anni e passa. 

Il segreto è nell'equilibrio. Non è un disco solo pesante, non è solo melodico: è entrambe le cose insieme, e la coppia di chitarre Tipton/Downing è il meccanismo che tiene tutto in piedi. Riff che pesano e melodie che volano, assoli che si intrecciano senza perdere mai il controllo. Già dall'apertura strumentale di The Hellion seguita dall'esplosione di Electric Eye (con il suo testo di denuncia contro la sorveglianza tecnologica, tema che non ha perso un grammo di attualità) il disco dichiara cosa vuole essere.

Rob Halford è il centro di tutto. Non solo per gli acuti stratosferici, ma per come sa essere teatrale senza mai diventare caricaturale. Sulla title track canta come se stesse trascinando qualcuno in guerra, su You've Got Another Thing Comin' costruisce uno dei ritornelli più immediati e riconoscibili del metal anni Ottanta, e su Devil's Child chiude il disco con una performance vocale che da sola vale l'ascolto.

Non è il disco più complesso dei Priest, né il più ambizioso. Ma è probabilmente il più efficace, quello in cui tutto funziona senza sforzo apparente. Per chi, come me, li segue più per completezza e rispetto storico che per passione viscerale, è comunque il disco da cui partire.

giovedì 26 marzo 2026

Tool - Lateralus

 

Artista: Tool
Anno: 2001
Tracce: 13
Formato: CD 
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I Tool sono una di quelle band che non si ascoltano distrattamente tanto sono difficili. Lateralus  lo si deve capire da soli nei primi minuti: o sei disposto a metterti dentro, o il disco ti scivola addosso senza lasciare niente. È un lavoro che chiede tempo, attenzione, e una certa predisposizione a lasciarsi portare in giro senza sapere sempre dove si sta andando.

Il disco è costruito su ritmi dispari, tempi che cambiano continuamente, strutture che si aggrovigliano e si sciolgono senza mai risolversi nel modo che ti aspetti. Danny Carey alla batteria è il vero architetto di tutto questo: su Ticks & Leeches costruisce un muro ritmico di rara potenza, ed è suo il disco forse più di chiunque altro. La voce di Maynard James Keenan si muove su questo impianto in modo quasi impossibile da categorizzare, urla per trenta secondi in The Grudge, sussurra come un monaco in Parabol, e in entrambi i casi suona autentico.

C'è poi quella cosa della spirale di Fibonacci che vale la pena citare: le sillabe della title track sono scandite esattamente secondo la sequenza matematica (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13...) e la spirale ti entra dentro appena lo sai, ma inconsciamente fa già parte di te. Non è un vezzo intellettuale fine a se stesso: è il modo in cui i Tool costruiscono tutto, con una logica interna che non ti viene spiegata ma che si sente, anche quando non la capisci.

Schism è il brano più noto, e lo è a ragione, dal giro di basso iniziale in 5/4 fino alla chitarra in delay finale, è un pezzo che non si dimentica. Ma il disco vive soprattutto nei momenti più lunghi e stratificati: The Patient, Reflection, la stessa title track. Pezzi che non esplodono ma si espandono, che non concludono ma collassano su se stessi.

Non è un disco facile, e non pretende di esserlo. Ma è uno di quelli che, se gli dai il tempo che chiede, restituisce qualcosa di difficile da trovare altrove.

mercoledì 25 marzo 2026

Korn - Issues

 

Artista: Korn
Anno: 1999
Tracce: 16
Formato: CD 
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Con i Korn avevo stabilito un certo tipo di aspettativa: quella voce spezzata di Davis, i riff ossessivi, quel disagio viscerale che li rendeva difficili da avvicinare ma impossibili da ignorare. Follow the Leader aveva ampliato il suono, Life Is Peachy era stato il disco più grezzo e nervoso. Issues  fa qualcosa di diverso da entrambi, e per questo mi ha preso in modo inaspettato.

È un disco che si allontana dalla formula. C'è ancora la cattiveria, ci sono ancora i riff pesanti e la voce di Davis che si muove tra l'urlo e il sussurro, ma tutto viene avvolto in un'atmosfera più densa, più oscura, quasi cinematografica. Le tastiere e le orchestrazioni entrano in modo più sistematico rispetto al passato, e invece di alleggerire il suono lo appesantiscono ulteriormente  in senso buono. Il risultato è un disco che respira in modo diverso dagli altri, con spazi e silenzi che i Korn prima non si concedevano.

Falling Away from Me è probabilmente il brano più rappresentativo di questa svolta: melodia potente, ritornello che resta addosso, una costruzione che si apre progressivamente senza mai perdere il peso. Make Me Bad mescola l'elettronico con il metal in modo che all'epoca sembrava insolito e che ancora oggi suona coerente. E poi c'è Somebody Someone, quasi una ballata per i canoni Korn, con una vulnerabilità esplicita che in altri loro dischi restava più nascosta.

È il disco che più di tutti dimostra che i Korn non erano solo nu metal, erano qualcosa di più sfumato e meno categorizzabile di quanto l'etichetta facesse pensare. Non lo avrei scommesso partendo dal primo album, ma Issues mi ha convinto che la band sapeva dove stava andando, anche quando cambiava strada.

martedì 24 marzo 2026

Mercy - Sotto Accusa (2026)

 
Regia: Timur Bekmambetov
Anno: 2026
Titolo originale: Mercy
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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L'idea di fondo di Mercy  è una di quelle che oggi fanno paura proprio perché non sembrano fantascienza: un tribunale gestito da un'intelligenza artificiale che decide, in novanta minuti e senza appello, se un imputato è colpevole. Giudice, giuria e boia in un'unica entità digitale. In una Los Angeles del 2029 soffocata dalla criminalità, il sistema si chiama Mercy Capital Court, e se non riesci ad abbassare la tua probabilità statistica di colpevolezza entro il limite prestabilito, la sentenza è immediata: esecuzione. Premessa potente, attuale, disturbante.

Il protagonista è il detective Chris Raven ( Chris Pratt ) che si ritrova dall'altra parte della sedia: accusato dell'omicidio della moglie, novanta minuti per dimostrare la propria innocenza davanti al giudice Maddox, l'IA con il volto glaciale di Rebecca Ferguson. E il paradosso è che Raven è stato tra i sostenitori del sistema stesso. C'è materiale interessante, in tutto questo, per un film che abbia qualcosa da dire sul rapporto tra algoritmi, giustizia e responsabilità umana. Anche cosiderando che giusto questo weekend abbiamo votato per una riforma costituzionale della Giustizia. Peccato che il regista Timur Bekmambetov scelga quasi subito di buttare via l'ambizione e correre verso il thriller d'azione frenetico, ipermontato, affollato di finestre digitali, bodycam e pop-up che si sovrappongono sullo schermo in un flusso incessante che alla lunga stordisce più che coinvolge.

Rebecca Ferguson è la cosa migliore del film, calibrata, artificiale, magnetica, capace di costruire qualcosa di inquietante solo con micro-variazioni di tono. Ma il copione non sa cosa farne, e la addomestica progressivamente fino a trasformarla da minaccia in possibile alleata. È lì che il film tradisce la sua premessa: riesce a mettere in scena la pena di morte automatizzata e poi arriva a una morale del tipo "anche le macchine imparano". Per un film che parte da un'idea così radicale, è una conclusione disarmante.

Il confronto con Minority Report è inevitabile e impietoso. Non è un brutto film nel senso che non annoia, ma è un film che spreca sistematicamente quello che avrebbe potuto essere. L'idea valeva molto di più di quello che è uscito.

lunedì 23 marzo 2026

Black Sabbath - Sabotage

 

Artista: Black Sabbath
Anno: 1975
Tracce: 8
Formato: CD 
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Con i Black Sabbath ho sempre avuto un rapporto di rispetto più che di amore. Li ho seguiti, ho preso diversi album, li ascolto, ma non con quella compulsività che riservo ad altri gruppi. Sono parte della storia del metal, e già solo per questo meritano spazio in una collezione. Sabotage di metà anni settanta non fa eccezione a questa regola, ma è forse il disco che più mi ha sorpreso tra quelli che ho ascoltato.

Il contesto in cui nasce non è dei più sereni. La band era alle prese con una battaglia legale estenuante contro il loro ex manager Patrick Meehan, e tutta quella tensione stando a quanto raccontano i membri e le fonti della mia certosina ricerca da blogger, è finita dentro il disco. Non è un dettaglio da poco: si sente. C'è qualcosa di più urgente e nervoso rispetto ai lavori precedenti, una ruvidità diversa da quella del doom claustrofobico delle origini. I Sabbath di Paranoid sembravano usciti dalle miniere di Birmingham; quelli di Sabotage sembrano usciti da uno studio legale, e non è necessariamente peggio.

L'apertura con Hole in the Sky è diretta e ritmata, meno plumbea del solito. Poi arriva Symptom of the Universe, e lì la storia cambia: quel riff è una martellata che anticipa di anni l'heavy metal estremo, con Ozzy lanciato a mille e una parte finale acustica quasi onirica che spiazza nel modo migliore. Megalomania è il pezzo più lungo e claustrofobico del disco con nove minuti che non stancano mai, con Butler che dimostra di essere un bassista di rango. E poi c'è Thrill of It All, il brano più difficile da spiegare: duro, tecnico, con una vena acida che lo rende unico nel contesto dell'album.

Non è un disco perfetto, Am I Going Insane suona un po' fuori posto, quasi da altro contesto, ma nel complesso Sabotage è una delle cose più interessanti che i Sabbath abbiano fatto. Non il loro lavoro più celebrato, non quello che metti su per prima cosa quando vuoi presentarli a qualcuno. Ma per chi li segue con curiosità, senza necessariamente adorarli, è il disco che dimostra che sapevano anche sorprendere.

domenica 22 marzo 2026

Accademia Navale di Livorno e Melafumo

 

Da buon socio FAI, quando escono le Giornate di Primavera la domanda è sempre la stessa: dove andiamo quest'anno? La risposta di questa volta è stata Livorno, a due passi, per visitare l'Accademia Navale, aperta al pubblico in via straordinaria per l'occasione. Zizzi, complice il fatto di essere sempre curiosa ed apprezzare le richieste propositive, si è lasciata convincere senza nessuna resistenza.

L'Accademia Navale di Livorno non è una struttura qualsiasi. Fondata nel 1881 a Livorno fu scelta anche per un motivo sottile: in Toscana si parlava già l'italiano standard, e in un paese ancora diviso dai dialetti questo non era un dettaglio trascurabile. La zona scelta per costruirla ospitava dal 1640 il Lazzaretto di San Jacopo, una cittadella sul mare circondata da fossato e muraglia, a cui si accedeva da un ponte levatoio. Curiosità e chicca storica carpita da alcune spiegazioni: tra i primissimi allievi, ci fu Manlio Garibaldi, ultimo figlio maschio di Giuseppe. Oggi ospita circa 1.000 tra allievi  e ufficiali, e ogni anno i cadetti del primo anno trascorrono l'estate in navigazione sull'Amerigo Vespucci, la nave scuola a vela ufficialmente considerata la più bella del mondo.

Arriviamo davanti all'ingresso dopo una lunga caccia al parcheggio ( i labronici erano già in spiaggia o a passeggiare sul lungomare in massa, e i posti liberi di conseguenza in numero inversamente proporzionale) . La fila davanti ai cancelli è una muraglia umana. Ma qui entra in gioco il privilegio da socio FAI: salto la coda, Zizzi apprezza, entriamo.

L'Accademia è effettivamente un posto interessante da vedere. Peccato che l'organizzazione della visita fosse, diciamo così, poco militare per una struttura militare. Gruppi troppo numerosi che si fondevano tra loro perdendo qualsiasi forma di coerenza, ciceroni che si perdevano le persone per strada, stanze piccole con nozioni ripetute più volte a pappagallo nel tentativo di coprire chi non aveva sentito la prima volta. Vista l'apertura straordinaria, ci si poteva aspettare qualcosa di meno ordinario. E meno male che non li mandano in guerra, verrebbe da dire, perché rigore, regole e ordine erano gestiti in modo abbastanza creativo.

Finita la visita ci riaddentramo nel traffico di Calcuttorno   in cerca di un parcheggio nel quartiere Venezia. O anche a Mestre insomma. Nuovo incubo, nuovo miracolo. La caccia al tesoro si sposta poi su un locale per l'aperitivo, con la cena già prenotata che incombe. Scartato un bar con solo slot machine, uno che sembrava Little Odessa, uno a Marrakech, entriamo trafilati nel quarto disponibile. All'interno circa trenta persone sedute in silenzio a guardare una partita di basket videoproiettata a parete. La domanda sorge spontanea: siamo entrati in un circolo privato? La chiedo direttamente al bancone: "ma è un bar normale?". Gaffe clamorosa, realizzata poco dopo quando ho capito che si trattava del ThisIntegra, un locale gestito da ragazzi con disabilità o problematiche. Per fortuna hanno colto la buona fede e siamo stati benissimo.

La serata si chiude al Melafumo, che non ha bisogno di presentazioni. Ottima trattoria di pesce, prezzi abbordabili, comunismo genuino sul menu, sulle pareti, sui tavoli e sulle casse che suonano Bandabardó, Modena e CCCP. La giornata, tra code, gaffe e muraglia umana, si è chiusa nel migliore dei modi possibili.

Bruce Dickinson - Balls To Picasso

 
Artista. Bruce Dickinson
Anno: 1994
Tracce: 10
Formato: CD
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Con Tattooed Millionaire avevo capito che Bruce fuori dagli Iron Maiden non aveva nessuna intenzione di fare il disco dei Maiden senza Maiden. Con Balls to Picasso  quella convinzione si consolida, ma in modo diverso da come mi aspettavo. Perché qui non c'è nemmeno la direzione chiara dell'esordio, quel rock diretto e senza fronzoli che almeno sapevi dove voleva arrivare. Qui c'è di tutto, messo insieme senza che nessuno abbia sentito la necessità di spiegare perché.

È il primo disco registrato con il chitarrista Roy Z, che diventerà il suo collaboratore principale per anni, e si sente che tra i due c'è una chimica che funziona. Ma quella chimica viene indirizzata in modo volutamente caotico: si passa dall'hard rock più muscolare a momenti quasi blues, da atmosfere oscure e pesanti a brani più melodici e accessibili, senza che ci sia un filo che tenga tutto insieme. Tears of the Dragon è forse il pezzo più noto, una ballata potente che dimostra quanto Dickinson sappia stare su una melodia intensa senza scivolare nel banale. Shoot All the Clowns è diretta, aggressiva, esattamente il tipo di brano che ti aspetti da lui nel periodo migliore. Ma poi il disco va da altre parti, e non sempre riesci a seguirlo con lo stesso entusiasmo.

Il cacciucco è un termine giusto. Non necessariamente un difetto, certe volte un piatto disomogeneo ha il suo fascino, e almeno non annoia. E in questo caso c'è una cosa che tiene tutto insieme anche quando la direzione manca: la voce. Bruce canta questo disco con la stessa convinzione con cui canta qualsiasi cosa, che sia un inno da stadio o un esperimento sghembo. Quella voce è il filo rosso quando manca tutto il resto, e basta da sola a giustificare l'ascolto.

Non è il suo album migliore, e probabilmente non è quello che consiglierei per avvicinarsi alla sua produzione solista. Ma per chi ha già fatto il percorso  i Maiden, Tattooed Millionaire, e la curiosità di capire dove stesse andando Balls to Picasso è un tassello necessario, anche con tutti i suoi difetti. O forse proprio per quelli.

sabato 21 marzo 2026

Dream Theater - Six Degrees Of Inner Turbulence

 
Artista: Dream Theater
Anno: 2002
Tracce: 6
Formato CD doppio
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Con i Dream Theater ho un rapporto che conosco bene: li adoro, li seguo da anni, e so esattamente dove il mio entusiasmo ha iniziato a smorzarsi. Six Degrees of Inner Turbulence  è quel disco lì, il punto di svolta, il momento in cui la band ha preso una direzione che rispetto intellettualmente ma che non riesco sempre a godermi fino in fondo.

Il disco è un doppio album, e già questo dice molto. Il primo CD raccoglie cinque brani relativamente compatti, per gli standard Dream Theater, almeno, tra cui The Glass Prison, che apre con una potenza brutale e un groove che ricorda il miglior Awake, e Blind Faith e Misunderstood, che bilanciano complessità e melodia in modo ancora efficace. C'è ancora il filo che mi lega a loro, ancora quella sensazione di essere trascinato dentro qualcosa di più grande. Il secondo CD è invece interamente occupato dalla suite omonima di quarantadue minuti divisa in otto movimenti, dedicata ai disturbi mentali: schizofrenia, disturbo bipolare, anoressia, autismo. Un concept ambizioso, serio, costruito con una cura maniacale.

Ed è proprio qui che il mio rapporto con il disco si complica. La tecnica c'è tutta, Petrucci alla chitarra e Rudess alle tastiere sono in forma straordinaria, e Portnoy alla batteria costruisce strutture ritmiche di una complessità quasi assurda. Ma tanta costruzione, tanta architettura, a tratti mi schiaccia invece di sollevarmi. È musica che richiede un ascolto attivo, concentrato, e certi giorni quella concentrazione non ce l'ho. O meglio: ce l'ho, ma non sempre mi dà in cambio quello che mi aspetto. Con Metropolis Pt. 2 quella complessità aveva un centro emotivo potentissimo che la giustificava tutta. Qui la sensazione, a tratti, è di virtuosismo fine a se stesso.

Non è una critica definitiva, è più una constatazione onesta. Six Degrees è un grande disco per chi vuole i Dream Theater più ambiziosi e costruiti. Per me è il disco che ha segnato l'inizio di un rapporto più discontinuo con la band: li ascolto ancora, li apprezzo ancora, ma con meno incondizionatezza di prima. E se devo scegliere un album da ascoltare, quello non mi viene certo in mente. 

venerdì 20 marzo 2026

L'Inganno (2017)

 
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2017
Titolo originale: The Beguiled
Voto e recensione: 4/10
Pagina di IMDB (6.3)
Pagina di I Check Movies
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Film:
  

Tra i film in lista ho tirato a caso, e mi è uscito L'Inganno di Sofia Coppola. Non era esattamente quello che avrei scelto di mia spontanea volontà: è un film in costume, ambientato intorno al 1860 nella Virginia del Sud, con quel ritmo meditativo e quella fotografia algida che sono la firma della regista. Probabilmente sarebbe stato più adatto a una visione con Zizzi, che per questo tipo di cose ha più pazienza di me.

La storia è quella di un soldato unionista ferito, Colin Farrell, che viene raccolto e curato in un collegio femminile del Sud gestito da Nicole Kidman. Intorno a lui si muovono insegnanti e studentesse, e tra le mura di quella casa isolata dalla guerra si sviluppano tensioni, desideri repressi, gelosie. La Coppola prende un soggetto che di per sé ha tutto: ambiguità, pericolo, seduzione, violenza trattenuta, e lo porta sullo schermo con una sobrietà tale da svuotarlo quasi completamente di tensione. Il risultato è un film che sfiora continuamente qualcosa di interessante senza mai decidersi ad affondarci dentro.

Farrell fa quello che può con un personaggio che alterna la furbizia al patetismo, la Kidman è sempre efficace anche quando il materiale non la aiuta, e il cast femminile nel complesso funziona. Ma la trama, nonostante la serietà del soggetto, scivola verso una semplicità quasi disarmante. I meccanismi narrativi sono talmente espliciti, le dinamiche talmente prevedibili, che a un certo punto smetti di aspettarti sorprese. Devo dire che mi ha anche fatto pensare che quella stessa trama ( un uomo solo in una casa piena di donne con desideri repressi in un'ambientazione isolata ) con scelte diverse avrebbe potuto diventare materiale per tutt'altro tipo di pellicola. orientata al soft porn o anche più spinto. Non è una critica, è solo la constatazione di quanto il soggetto originale fosse intrinsecamente esplosivo e quanto il film abbia scelto deliberatamente di non farlo esplodere. 

Edizione: bluray

Versione in bluray con ottima resta fotografica e traccia audio in DTS multicanale. Gli extra sono i seguenti:
  • Cambiare prospettiva (7 minuti)
  • Lo stile del Sud (6 minuti) 


giovedì 19 marzo 2026

Stratovarius - Destiny

 

Artista: Stratovarius
Anno: 1998
Tracce: 10
Formato: CD 
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C'era un modo di scoprire la musica, negli anni Novanta, che oggi non esiste più. Non gli algoritmi, non le playlist generate, non i consigli di Spotify. C'era la cassetta. Una audiocassetta mista che ti passava un amico, piena di roba eterogenea, registrata senza troppa logica, e dentro cui potevi trovare qualsiasi cosa, compreso qualcosa che non ti aspettavi e che ti incuriosiva. Così ho incontrato gli Stratovarius. C'era Anthem of the World su una di quelle cassette vaganti, e quando è partita non ho più pensato ad altro finché non ho trovato il disco da cui veniva.

Destiny esce nel 1998 ed è uno degli album più riusciti della storia del power metal europeo, il che non è poco, considerando quanto quel genere fosse affollato in quegli anni. Gli Stratovarius finlandesi erano già una band rodatissima a quell'altezza, con alle spalle una discografia solida, ma con Destiny raggiungono una maturità compositiva che si sente in ogni traccia. Il duo Timo Tolkki alla chitarra e Timo Kotipelto alla voce funziona come raramente funziona in un gruppo: Tolkki costruisce architetture complesse, veloci, tecnicamente impeccabili, e Kotipelto le abita con una voce pulita, potente, capace di stare su melodie impegnative senza perdere calore.

Anthem of the World resta il brano che mi ha aperto la porta e riascoltandolo oggi capisco perché. Ha quella combinazione di velocità e melodia, quel ritornello che si deposita dentro e non se ne va, quella struttura che sembra semplice e invece è costruita con cura. Ma il disco ha molto altro. Cold Winter Nights è una ballata che non scade nel sentimentalismo facile. Destiny in apertura stabilisce subito che non ci sarà niente di banale. Dimostra che la band sa essere epica senza diventare pomposa.

È rimasto uno dei miei power metal preferiti, anche a distanza di anni. Ogni tanto penso a quella cassetta e a quanto fosse casuale tutto, il brano giusto, il momento giusto, l'amico giusto. La musica funzionava così, e forse funzionava bene proprio per questo.

martedì 17 marzo 2026

Young Sherlock [Stagione 1]

 
Anno: 2026
Titolo originale: Young Sherlock
Numero episodi: 8
Stagione: 1 
 
Su Sherlock Holmes ci saranno decine di romanzi apocrifi e pure film o serie TV, perchè è innegabilmente un personaggio che funziona. A questo giro ci riprova anche Guy Ritchie ben sapendo che Sherlock è uno di quei personaggi che resiste a qualsiasi riadattamento, qualsiasi epoca, qualsiasi formato e la versione giovane non fa eccezione. Hero Fiennes Tiffin nei panni di un Holmes diciannovenne, grezzo, ancora lontano dal detective metodico che diventerà, ha il suo fascino. Il personaggio regge. Il problema è quasi tutto il resto.

La serie è diretta e prodotta da Guy Ritchie, alla sua terza incursione nel mondo di Holmes dopo i due film con Robert Downey Jr. E si sente: c'è la sua firma ovunque, nel ritmo frenetico, nelle sequenze d'azione ogni quindici minuti, nella colonna sonora rock che non ha niente di vittoriano. L'ambientazione è Oxford del 1871, ma l'atmosfera è più quella di un film d'azione moderno travestito da periodo storico. La serie si sposta da Oxford a Parigi a Costantinopoli con una velocità che non lascia mai respirare niente: né i personaggi né la trama.

Ed è proprio qui il problema. La trama è la parte più debole di tutto. Le intuizioni di Sherlock, quegli sprazzi di deduzione che dovrebbero essere il cuore del personaggio  ci sono, ma sono poche, inserite quasi di passaggio, insufficienti a sostenere otto episodi di complotto globale. La base narrativa è talmente fragile che le svolte si succedono senza che niente sembri davvero costruito. Si passa da un colpo di scena all'altro senza che nessuno abbia il tempo di diventare credibile. Il risultato è una serie che in potenza avrebbe molto da offrire, il cast non è male, Moriarty nelle mani di Dónal Finn funziona benissimo, Colin Firth è Colin Firth, ma che nel complesso resta su un livello decisamente infantile, più vicino a un teen drama d'avventura che a un vero mystery.

Vale la visione? Sì, con aspettative calibrate. Se cerchi un Sherlock Holmes che ragiona, deduce e ti tiene sulle spine con la testa, guardati la BBC. Se vuoi otto episodi scorrevolissimi con qualche momento divertente e un protagonista che ha il potenziale per crescere, Young Sherlock ci sta. Ma la sensazione, alla fine, è quella di una serie che poteva essere molto di più.

Queen - A Kind Of Magic

 

Artista: Queen
Anno: 1986
Tracce: 9
Formato: CD 
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C'è un modo insolito di arrivare a un disco, ed è attraverso un film. Ne avevo già parlato quando ho recensito Highlander: la colonna sonora dei Queen è una di quelle cose che ti restano in testa prima ancora di sapere da dove vengono. Sono cresciuto con quel film, l'ho rivisto più volte, e ogni volta che partiva la musica c'era qualcosa che andava oltre la semplice associazione visiva. Solo dopo, con calma, mi sono messo ad ascoltare A Kind of Magic come disco vero e proprio  e l'ho fatto con la gioia di chi sa già che troverà qualcosa di buono.

L'album esce nel 1986 (ma io lo avrò negli anni novanta) e nasce in modo piuttosto insolito per i Queen: una buona parte dei brani viene scritta appositamente per Highlander, e poi riorganizzata in un lavoro che ha una sua coerenza autonoma. Non è una semplice raccolta di brani per la colonna sonora, è un disco che usa quella materia prima e ci costruisce intorno qualcosa di più compiuto. La title track A Kind of Magic, ad esempio, parte da un riff scarabocchiato da Roger Taylor durante le riprese del film e viene poi trasformata da Mercury e May in qualcosa di molto più elaborato. Anche Who Wants to Live Forever, forse il brano più intenso del disco, nasce direttamente da una scena del film, quella in cui Connor MacLeod perde la donna che ama, condannato com'è a sopravvivere a tutto e a tutti.

Il disco è figlio del suo tempo nel suono: tastiere, produzione lucida, quell'estetica anni Ottanta che nei Queen non suona mai completamente fuori posto perché la grandiosità è nel loro DNA da sempre. Ma ha anche dei picchi memorabili. One Vision apre con una cattiveria insolita per la band, quasi arena rock spinto. Friends Will Be Friends è il classico inno da stadio, il tipo di brano che i Queen sapevano scrivere meglio di chiunque altro: semplice, diretto, impossibile da dimenticare. E poi c'è Who Wants to Live Forever, che è una di quelle canzoni difficili da ascoltare con distacco: Mercury la canta come se sapesse già qualcosa, anche se all'epoca ufficialmente non lo sapeva ancora.

Non è il Queen più celebrato dalla critica, e probabilmente non è nemmeno il più rappresentativo della loro carriera nel senso stretto. Ma per me ha un valore aggiunto che va oltre la qualità intrinseca dei brani: è il disco che mi ha fatto capire che quella musica che amavo su Highlander non era solo colonna sonora, era Queen. E quella scoperta, quando arriva con gioia, vale quanto un capolavoro.

domenica 15 marzo 2026

Le orchidee di San Carlo

 
Dopo una breve ricerca sugli eventi da poter fare in zona, ho incocciato questo che si sarebbe svolto a San Carlo, quartiere di San Vincenzo. Inoltro a Zizzi già sapendo che ne sarebbe stata entusiasta e mettiamo nel cassettino delle cose da fare. Oggi, giorno dell'inaugurazione, ci siamo così recati al parco pubblico della Solvay per questo evento promosso dal Comune di San Vincenzo e la Pro Loco. L'intento è quello di valorizzare questo patrimonio botanico decisamente sui generis con ben 12 specie di orchidee spontanee che spuntano qua e là. Inizialmente invisibili, poi ci si fa l'occhio e si nota che sono davvero tante e di forme e varietà diverse. Alcune sono pure già sbocciate. C'è da fare un po' di attenzione perchè sono organismi molto fragili che fanno parte della biodiversità locale e vanno tutelate. Il primo passo infatti è quello della salvaguardia, seguito dalla diffusione della conoscenza. Grazie ad alcuni studiosi e volontari abbiamo appreso molte nozioni a riguardo e ci siamo goduti questo angolo davvero particolare ed inaspettato. Terminata la visita abbiamo optato per una bella passeggiata al mare, visto che il vento si era calmato ed in serata ho dato prova delle mie doti di barman confezionando due negroni speciali con il Senti Bono di Diadema,  Martini Rosso e Tanqueray.
 
Album fotografico Le Orchidee di San Carlo. 

Udinese 0 - Juventus 1


 

Anche oggi articolo al volo sul risultato ottenuto ad Udine. La partita l'ho vista quasi tutta, ma in differita e conoscendo già il punteggio, anche se non il minuto del vantaggio. Bella Juventus, solida, non sempre pulita in attacco, infatti il risultato ci va parecchio stretto. Una sbavatura difensiva che poteva costarci qualcosa in più, ma anche in quel caso avremmo avuto a disposizione molto tempo per eventualmente ribaltare. Boga si ritrova ad essere oggi un elemento importante della rosa e speriamo che continui ad esserlo. Purtroppo Koop, nonostante la doppietta in Champions non sembra essersi mai ripreso dall'indossare la nostra maglia. Importante vittoria comunque che attualmente ci porta ancora dentro alla lotta per il quarto posto. 

sabato 14 marzo 2026

Ken Follett - Per Niente Al Mondo

 Per niente al mondo
Autore. Ken Follett
Anno: 2021
Titolo originale: Never
Pagine. 732
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
Il nuovo romanzo di Ken Follett costituirà una sorpresa per i suoi milioni di lettori. "Per niente al mondo" segna un cambio di rotta rispetto ai suoi romanzi storici. Ambientato ai giorni nostri narra di una crisi globale che minaccia di sfociare nella terza guerra mondiale, lasciando il lettore nell'incertezza fino all'ultima pagina. Più di un thriller, "Per niente al mondo" è un romanzo ricco di dettagli reali che si muove tra il cuore rovente del deserto del Sahara e le stanze inaccessibili del potere delle grandi capitali del mondo. 
 
Commento personale e recensione
Era una vita che non leggevo un romanzo di Ken Follett ed ho ripreso con questo suo romanzo un po' atipico nel genere. E' infatti concentrato sulla geopolitica ai giorni d'oggi e leggerlo proprio in questo periodo (ma se ci pensiamo ogni altro periodo che conosciamo è "particolare") in cui la Russia sta continuando la propria guerra d'invasione e sterminio contro l'Ucraina e l'asse USA - Israele ha attaccato pochi giorni fa l'Iran, lo fa essere terribilmente attuale. Follett forse non si trova però troppo a suo agio con i tempi moderni, per questo il libro funziona solo in parte a mio avviso, con le pagine migliori dedicate all'azione, mentre un po' semplicistiche quelle (moltissime) che si occupano proprio di geopolitica. In realtà l'autore fa di tutto per evidenziare che da piccole scaramucce o scelte sbagliate si possano causare guerre nucleari. Questo lo fa bene, anche se ogni decisione sembra un po' tirata per i capelli ed i disastri che ne comporta avverranno in maniera esponenziale con velocità disarmante. Non è il miglior romanzo dello scrittore ovviamente, ma i punti per riflettere sono innumerevoli, anche se tra azione e fantapolitica lo vediamo più a suo agio con la prima. La cosa buffa è che probabilmente però la seconda risulta oggi più realistica. Ci sono infatti varie storie che si intrecciano e le mie preferite restano quelle di Abdul, agente della CIA in missione in Africa, e Kiah, giovane ragazza ciadiana che cerca di emigrare illegalmente in Europa. Le altre storie sono più politiche e se da una parte sembra che tutti lavorino per non arrivare all'escalation atomica, dall'altra sembra che tutto risulta inevitabile ed alla fine non è colpa di nessuno (o di tutti). 

venerdì 13 marzo 2026

Savatage - The Wake Of Magellan

 

Artista: Savatage
Anno: 1997
Tracce: 13 + 2
Formato: CD 
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Con i Savatage il percorso nella loro discografia è uno di quelli che non si fanno per obbligo ma per piacere, e The Wake of Magellan è uno di quei punti di arrivo che aspetti con curiosità crescente. Dopo la crudezza emotiva di Handful of Rain, il 1997 porta un concept album costruito intorno a un'idea precisa: una nave senza nome che solca mari sconosciuti, un equipaggio che potrebbe essere l'umanità intera, un viaggio verso qualcosa che non viene mai definito completamente. È il tipo di concept che funziona proprio perché non spiega troppo, lascia che la musica colmi gli spazi.

Jon Oliva aveva già dimostrato con i dischi precedenti di saper pensare in grande, ma qui si percepisce una maturità compositiva ulteriore. Il disco è orchestrale senza essere pesante, drammatico senza essere retorico: un equilibrio che non è per niente scontato nel metal sinfonico di quegli anni. Zak Stevens alla voce è in splendida forma: sa quando spingere e quando trattenersi, e nei momenti più intensi del disco quella sua capacità di stare sul limite senza cadere dall'altra parte è uno degli elementi che tiene tutto in piedi.

I brani che restano di più sono quelli che sanno mescolare il peso epico con qualcosa di più intimo. The Wake of Magellan   stabilisce  le coordinate del viaggio con una tensione che non allenta mai del tutto. Another Way ha quella melodia che si deposita dentro e non se ne va. E poi c'è Anymore, il brano che più degli altri mostra la capacità dei Savatage di scrivere ballad che non scadono nel facile sentimentalismo ma mantengono una loro dignità emotiva.

giovedì 12 marzo 2026

Manowar - Hail To England

 

Artista: Manowar
Anno: 1984
Tracce: 7
Formato: CD 
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C'è una confessione da fare prima di parlare dei Manowar: non è facile ammetterlo. Sono una band sopra le righe in modo quasi imbarazzante: le pose, i testi, l'estetica tutta muscoli e spade, la retorica del metal vero contrapposto al resto del mondo. Eppure ho una buona fetta della loro discografia, e non me ne sono mai liberato. Quindi tanto vale essere onesti.

Ho scelto di iniziare da Hail to England (1984) non a caso. È uno dei loro dischi più essenziali, meno barocchi, e quello che forse meglio rappresenta il cuore di quello che i Manowar sanno fare quando smettono di posare e si mettono a suonare. Sette tracce, una mezz'ora tirata , nessun fronzolo: c'è un ritmo possente che attraversa il disco dall'inizio alla fine, un muro di suono che non cerca raffinatezza ma impatto. E l'impatto c'è, eccome.

Ross the Boss alla chitarra è preciso e tagliente, Joey DeMaio al basso costruisce un groove che è la vera spina dorsale del disco: il basso nei Manowar non è mai in secondo piano, è sempre lì a spingere, a dare peso a ogni brano. E poi c'è Eric Adams, una voce che è difficile da ignorare: potente, teatrale, capace di passare dal sussurro all'urlo con una naturalezza che in pochi possono permettersi. Su Blood of My Enemies o Each Dawn I Die fa quello che sa fare meglio: trasformare un testo che sulla carta potrebbe sembrare ridicolo in qualcosa che, mentre lo ascolti, suona sincero.

Ecco, forse è questo il punto. I Manowar funzionano perché ci credono davvero. Non c'è autoironia, non c'è distanza: quella retorica da guerrieri del metal la abitano con una convinzione totale che, paradossalmente, finisce per disarmare. È difficile ridersela sopra quando chi suona sembra davvero convinto di ogni singola nota. Hail to England è il disco che più mi ha convinto di questo: meno dilatato di altri loro lavori, più diretto, con una coerenza che regge dall'inizio alla fine.

Mi vergogno ancora un po' di ammetterlo. Ma li ascolto.

mercoledì 11 marzo 2026

Blind Guardian - The Forgotten Tales



 Artista: Blind Guardian
Anno: 1996
Tracce: 13
Formato: CD 
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Seguendo la discografia dei Blind Guardian in ordine, dopo Imaginations From The Other Side mi sono ritrovato davanti a The Forgotten Tales, e la prima reazione è stata un momento di disorientamento. Non è un album di inediti: è una raccolta di cover e brani precedentemente pubblicati solo su singoli o edizioni limitate, uscita nel 1996 come intermezzo tra due dischi importanti. Uno di quei lavori che nelle discografie occupano uno spazio strano, a metà tra il regalo ai fan e il riempitivo.

Il punto di partenza, però, era favorevole: ho sempre avuto un debole per le cover. Quando una band sceglie di reinterpretare qualcosa di altrui, si capisce molto di come pensa alla musica, cosa la muove, cosa ha ascoltato nel tempo. E i Blind Guardian in questo senso non si risparmiano: la scaletta spazia da Surfin' U.S.A. dei Beach Boys a Mr. Sandman, passando per Spread Your Wings dei Queen e The Wizard dei Black Sabbath. Già solo guardare l'elenco fa capire quanto sia volutamente spiazzante, quasi una dichiarazione d'intenti: ci piace tutto, lo facciamo a modo nostro.

E in effetti quella è la chiave per apprezzare il disco. I Blind Guardian non si limitano a eseguire le cover in modo fedele, le reinterpretano con la loro cifra stilistica, cori massicci, arrangiamenti potenti, quella teatralità che li caratterizza. Sentire Surfin' U.S.A. trasformata in power metal è un'esperienza che fa sorridere ma funziona, perché non c'è ironia gratuita: c'è genuino entusiasmo. Lo stesso vale per i brani originali inediti e le versioni alternative presenti nel disco, che mostrano la band in una veste più rilassata, meno monumentale, quasi in modalità "retroscena".

Non è il disco con cui iniziare ad ascoltare i Blind Guardian, e probabilmente nemmeno il più importante della loro carriera. Ma una volta entrati nel loro mondo (dopo Imaginations e Nightfall in Middle-Earth) ha il suo senso preciso: è la finestra sul lato più giocoso e libero di una band che di solito si muove tra epopee tolkeniane e architetture sonore elaborate. E questo, alla fine, lo rende un ascolto piacevole anche per chi, come me, si era avvicinato con qualche riserva.

martedì 10 marzo 2026

Iron Maiden - Somewhere In Time



 Artista: Iron Maiden
Anno: 1986
Tracce: 8
Formato: CD 
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Somewhere in Time arriva nel 1986, due anni dopo Powerslave, e segna un cambio di rotta abbastanza netto rispetto a quanto i Maiden avevano costruito fino a quel momento. La prima cosa che colpisce, ancora prima di mettere su il disco, è la copertina: Derek Riggs porta Eddie in un futuro distopico e cyberpunk, tra neon, ologrammi e skyline fantascientifici. Per chi ama la fantascienza è un invito immediato, quasi una promessa di quello che troverà dentro. La novità principale, e anche la più discussa, è l'ingresso massiccio delle chitarre sintetizzate: Steve Harris e Dave Murray le usano per costruire tappeti sonori, atmosfere, tessiture che nell'heavy metal classico non avevano molto spazio. Per qualcuno fu un tradimento, per altri un'evoluzione. Per me è semplicemente uno dei tratti che rendono questo disco riconoscibile e, a modo suo, unico nella discografia della band. Inoltre io li ho ascoltati almeno una decina (se non di più) di anni dopo l'uscita, quindi ero già preparato a certe sonorità. 

Non è il disco più immediato dei Maiden. Non ha l'esplosione frontale di Aces High né la monumentalità di Rime of the Ancient Mariner. Qui il gioco è diverso: l'album ti entra dentro gradualmente, costruisce strati, ti chiede un po' più di pazienza prima di restituire quello che ha da dare. E quelle sonorità più moderne, quelle tastiere e quei synth che a primo impatto potevano sembrare estranei al mondo Maiden, alla fine si rivelano coerenti con l'immaginario del disco: quasi una colonna sonora di quella città futuristica in copertina. L'apertura con Caught Somewhere in Time è già un segnale: il riff sintetico in intro potrebbe disorientare chi si aspettava il solito attacco diretto, ma poi la chitarra di Adrian Smith e Murray si fa largo e il disco prende quota. Wasted Years, scritta da Smith, è forse il brano più radiofonico che i Maiden abbiano mai pubblicato in quel periodo, e non è un difetto: è un pezzo che funziona a qualsiasi volume, con un ritornello che resta addosso senza chiedere permesso. Heaven Can Wait ha quel coro da stadio quasi insolente, il tipo di brano pensato per essere cantato da diecimila persone all'unisono.

Il disco vive però anche di momenti più oscuri e profondi. Sea of Madness e The Loneliness of the Long Distance Runner  ispirata al romanzo di Alan Sillitoe  mostrano una band capace di usare la complessità senza appesantire. E poi c'è Alexander the Great, l'epica conclusiva di oltre otto minuti dedicata ad Alessandro Magno: un brano che, come già Rime of the Ancient Mariner o To Tame a Land, dimostra che i Maiden sanno raccontare storie, costruire archi narrativi, fare del metal qualcosa che ha a che fare anche con la storia e la letteratura.

Somewhere in Time non è il mio Maiden preferito in assoluto , ma è un disco che rispetto molto, e che ogni riascolto rivela qualcosa di nuovo. È la prova che una band al vertice del proprio successo può permettersi di rischiare senza perdere se stessa.

lunedì 9 marzo 2026

Aggiornamento OxygenOS 14 (LE2123 B40P02)

 
Ancora una volta il postino di OnePlus bussa alla porta del 9 Pro. Questa volta arriva la build B40P02 (BRB1GDPR), 215 MB da scaricare, e per una volta le note di rilascio hanno qualcosa di concreto da raccontare.
Sul fronte Foto, le novità si sentono. Le animazioni nella schermata di navigazione delle immagini diventano più fluide quando si scorre su e giù — piccola cosa, ma uno di quei dettagli che si nota ogni giorno senza sapere bene perché. Più sostanzioso il ritocco all'editor video, che adesso supporta taglio, divisione, unione di clip, musica, testo, regolazione della velocità e ritaglio. Tutto in un posto solo. Non sarà Final Cut Pro, ma per chi vuole mettere insieme un video al volo senza installare app di terze parti, è un bel passo avanti.
Per la Protezione dati privati invece arrivano due miglioramenti che fanno comodo: aggiungere file alla cartella sicura è più veloce di prima, e finalmente si possono modificare immagini e video direttamente al suo interno senza doverli prima sbloccare. Meno passaggi, meno rischi di dimenticare qualcosa in giro.
E poi, come da tradizione: "Migliora la stabilità del sistema." La frase che non manca mai. A questo punto andrebbe quasi messa nel logo.
Il 9 Pro continua il suo lento e dignitoso invecchiamento assistito. Non è più giovane, ma OnePlus continua a non abbandonarlo — e questo, nel panorama Android, vale ancora qualcosa.

domenica 8 marzo 2026

Fine Gitina a Montelupo Fiorentino

 
Terminano oggi questi piccoli tre giorni intensi della mini Gitina. Resto a Montelupo Fiorentino con La Volpe in una giornata abbastanza intensa che ci vede impegnati in piccole gioie quotidiane. Tipo la colazione, giocare alla play station, andare a fare la fila alla Coop e godersi un bel pranzo cercando di salvare una pianta di bambù con l'aiuto di VIKI. Ma c'è anche un lato molto sportivo in tutto questo. Anzi tre: passeggiata mattutina, esercizi di ginnastica al campo e un breve trekking in campagna. Insomma, a tutto tondo. 

Album fotografico Montelupo Fiorentino 

sabato 7 marzo 2026

Juventus 4 - Pisa 0

 
Eh eh eh, dopo aver visto la partita del figlio di Volpe (che ha 14 anni) riesco anche a spostare l'attenzione sulla partita della Juventus. Ed il primo tempo ha la stessa qualità di quella vista nel pomeriggio. Poi Spalletti fa la magia: toglie la nostra unica punta, tale David, e tutto cambia. I gol arrivano a raffica. Un bel poker alla nuova squadre di Quadrado.

Firenze e Henri de Toulouse-Lautrec

 
Stessa stagione (fa un caldo boia) , stessa regione (qui va proprio di moda ) , stesso periodo storico: anche al Museo degli Innocenti di Firenze, in Piazza della Santissima Annunziata, la Belle Époque è protagonista. La mostra si intitola Toulouse-Lautrec. Un viaggio nella Parigi della Belle Époque, e se vi interessa è aperta fino a giugno. 

Henri de Toulouse-Lautrec  è una figura diversa da Boldini, per biografia e per poetica. Nobile di famiglia, colpito da una malattia genetica che ne compromise la crescita e lo lasciò con un'altezza di poco più di un metro e mezzo (quindi mi sta decisamente simpatico) , trovò il suo mondo nella Parigi notturna di Montmartre: il Moulin Rouge, i café-concert, le ballerine, le prostitute, i chansonnier. Non li dipingeva dall'esterno, con l'occhio del voyeur affascinato, ma dall'interno, da frequentatore abituale. È quella differenza che si sente nel suo lavoro: c'è ironia, c'è affetto, c'è anche uno sguardo sul lato oscuro di quel mondo scintillante. La sua innovazione più riconoscibile sono i manifesti litografici come Jane Avril, Aristide Bruant nel suo cabaret, la Troupe de Mademoiselle Églantine, opere che hanno di fatto inventato la grafica pubblicitaria moderna e che ancora oggi, a più di un secolo di distanza, sono immediatamente riconoscibili.

La mostra raccoglie oltre 170 opere, tra manifesti, litografie, dipinti e disegni, in parte provenienti dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi e in parte da una collezione privata di Amburgo. L'allestimento punta sull'immersività: arredi d'epoca, fotografie, video e costumi ricostruiscono l'atmosfera dei locali notturni parigini di fine Ottocento. Ci sono anche opere di artisti coevi tipo Alphonse Mucha, Paul Berthon che aiutano a inquadrare Lautrec in un contesto più ampio, quello di una Parigi in cui l'arte stava letteralmente invadendo la strada.

Come già a Lucca con Boldini, anche qui la Belle Époque non è il mio pane quotidiano. Ma Toulouse-Lautrec ha qualcosa in più rispetto alla media del periodo: quella capacità di guardare ai margini senza estetizzarli troppo, di trovare umanità dove altri avrebbero trovato solo decorazione. Vale la visita  e non solo per togliersi lo sfizio, come la schiacciatina dell'Antico Vinaio, che per la prima volta nella mia vita son riuscito ad assaggiare.

venerdì 6 marzo 2026

Lucca e Giovanni Boldini

 
Weekend lungo per il vecchio Jack, che a cavallo di Ondino arriva alla stazione e trova il mitico Ludo. Condivido in treno con lui tutto il viaggio fino a Lucca e ci aggiorniamo avvicendevolmente sugli ultimi risvolti piombinesi e dei piombinesi. Arrivato in città faccio un giro e poi mi dirigo subito verso la mostra, meta della mia missione artistica. 

Giovanni Boldini è uno di quegli artisti che in Toscana non si può ignorare,l. Ferrarese di nascita, si forma a Firenze a contatto con i Macchiaioli, quella corrente di pittori italiani che a metà Ottocento rompeva con l'accademismo dipingendo en plein air, per macchie di colore e luce e poi se ne va a Parigi, dove diventa il ritrattista più ricercato della Belle Époque. Il suo nome è quasi sinonimo di quell'epoca: frivola, elegante, scintillante e, come tutte le epoche del genere, inconsapevole di quanto poco le restasse.

La mostra alla Cavallerizza di Piazzale Verdi,  si intitola La seduzione della pittura e raccoglie oltre cento opere tra olii su tela e pastelli, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il paese, comprese le Gallerie degli Uffizi e il Museo Boldini di Ferrara. Il percorso è diviso in sezioni che seguono l'evoluzione dell'artista: dai primi anni fiorentini, ancora vicini ai Macchiaioli, fino alla stagione parigina in cui Boldini abbandona definitivamente gli schemi della ritrattistica ufficiale e inventa qualcosa di nuovo: figure femminili in posizioni serpentine, pennellate lunghe e veloci che sembrano sciabolate, corpi che sembrano muoversi ancora sulla tela. È riconoscibile a colpo d'occhio, nel bene e nel male.

In mostra ci sono anche opere di contemporanei con cui Boldini condivise frequentazioni e affinità: De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Signorini. Nomi che per chi non vive nel mondo dell'arte ottocentesca italiana possono dire poco, ma che servono a inquadrare una stagione pittorica più ampia, in cui l'Italia cercava un suo posto nella modernità europea. Boldini quel posto se lo trovò, a modo suo, diventando il pittore preferito dell'alta borghesia e dell'aristocrazia internazionale. Che poi sia un merito o un limite, dipende dai punti di vista.

Personalmente la Belle Époque non è il mio periodo preferito, ma in Toscana le mostre su questo periodo si moltiplicano da qualche tempo, segno che il pubblico risponde bene. Quindi o queste o Pomì.

La giornata lucchese si conclude con un altro mitico incontro: mi vedo con Musampa che mi porta un po' a giro per la città prima di rimontare in treno e proseguire la mia avventura verso Montelupo.

Album fotografico Lucca e Giovanni Boldini 

giovedì 5 marzo 2026

Tullio Avoledo - Mare Di Bering

 Mare di Bering
Autore: Tullio Avoledo
Anno: 2003
Titolo originale: Mare Di Bering
Pagine: 398
Voto e recensione: 3/5
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Trama del libro e quarta di copertina:
 Un magnate del Nord-Est vuole a tutti i costi procurare una laurea ad honorem alla giovane amante. Si rivolge a Mika, il protagonista, che di professione procura tesi preconfezionate a studenti inguaiati. Il ragazzo non sa che pesci pigliare e alla fine incarica due malavitosi, suoi vicini di casa, di minacciare Aurelio Scarfatti, giovane professore di diritto alle università di Bologna e di Urbino, affinché faccia ottenere all'illustre raccomandata la laurea ad honorem. Ma Mika non sa che quei due stessi malavitosi hanno ricevuto l'incarico di farlo fuori, o almeno punirlo severamente, da uno studente insoddisfatto della tesi acquistata. Né i due malavitosi sanno che la persona per cui lavorano è la stessa che devono punire.
 
Commento personale e recensione:
 
Trovare una copia di Mare di Bering non è stato semplice. Non c'era in digitale, non si trovava in libreria, e alla fine ho ripiegato su una copia usata. Una piccola caccia, che già di per sé dice qualcosa su quanto Avoledo fatichi a restare accessibile nonostante la qualità della sua scrittura.

Il romanzo è il secondo della sua produzione, uscito nel 2003 dopo L'elenco telefonico di Atlantide, e pur non ritrovando  Giulio Rovedo, il protagonista già conosciuto nel primo libro. abbiamo un personaggio quasi simile, con la sua antipatia di fondo, quella capacità di filtrare il mondo con un cinismo tagliente che non cerca la simpatia del lettore e non la ottiene, almeno da parte mia. Eppure funziona, perché è coerente, e Avoledo lo sa usare bene come lente narrativa.

La prolissità che avevo già notato nell'esordio è ancora qui, con tutte le digressioni e le dilatazioni che la caratterizzano, nel bene e nel male. È uno stile che richiede pazienza ma che quando ingrana ha una sua logica, un suo ritmo. Il problema, semmai, sta altrove: il romanzo ha una struttura ucronica, ovvero ambientata in una linea temporale leggermente alterata rispetto alla nostra. E qui mi sono fatto una domanda che non sono riuscito a togliermi dalla testa: perché? Perché la scelta ucroníca? Le modifiche rispetto alla realtà sono poche, inserite quasi di passaggio nei dialoghi tra personaggi, accennate più che costruite, e non cambiano nulla di sostanziale alla storia. Sarebbe cambiato qualcosa se il romanzo fosse stato ambientato nella nostra linea temporale? Probabilmente no. L'ucronia, che di solito serve a spostare il piano della realtà per dire qualcosa di diverso su di essa, qui sembra più un vezzo che una scelta narrativa consapevole. Un'etichetta appesa su una storia che avrebbe funzionato benissimo senza.

Detto questo, come già con Come si uccide un gentiluomo, la lettura non è stata male. C'è tanta carne al fuoco, forse troppa, ma Avoledo sa come tenerti dentro la storia anche quando ti fa girare in tondo. E alla fine vai avanti, quasi senza accorgertene.

mercoledì 4 marzo 2026

Korn - Life Is Peachy

 

Artista: Korn
Anno: 1996
Tracce: 14
Formato: CD 
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Life Is Peachy arriva dopo che il primo album mi aveva già fatto capire che i Korn erano qualcosa di diverso da quello che mi aspettavo. Non amavo il nu metal, non lo amavo in modo attivo (lo guardavo con il distacco di chi viene da altri ascolti e fatica a prendere sul serio certe pose) . Eppure con quel disco omonimo avevano già fatto breccia, e quando mi sono messo ad ascoltare la loro discografia in sequenza, Life Is Peachy è arrivato come logica conseguenza, quasi senza che me ne accorgessi.

È un disco più corto, più nervoso, meno rifinito del precedente. Meno elaborato anche. Dove il primo album costruiva atmosfere, qui si va dritti al punto con una cattiveria che sembra quasi improvvisata, istintiva. Davis urla, borbotta, recita, a tratti sembra stia parlando da solo in una stanza. C'è qualcosa di volutamente sgradevole in tutto questo, e il bello è che funziona proprio perché non cerca di piacere. Non a caso il titolo è un'invenzione ironica di Fieldy, il bassista: un commento beffardo su un periodo di caos totale per la band.

Anche i dettagli più piccoli raccontano questa urgenza disordinata. Twist, la traccia di apertura con quello scat vocale apparentemente senza senso, è nata improvvisata in sala prove: Davis faceva beatbox ispirandosi a Doug E. Fresh, e nessuno si aspettava che finisse come intro del disco. È il tipo di cosa che o butti via o lasci così com'è, e loro l'hanno lasciata. Anni dopo Davis ha inserito Life Is Peachy all'ottavo posto nella sua classifica personale della discografia Korn — troppo frettoloso, diceva. Probabilmente ha ragione, ma quella fretta è anche ciò che lo rende riconoscibile.

Non è il disco dei Korn che consiglierei per primo a qualcuno. Non è nemmeno il più memorabile della loro produzione. Ma divorarlo, come ho fatto, è venuto naturale, perché a quel punto il legame era già stabilito, con la band, con quella voce, con quel modo di fare rumore. Life Is Peachy è il disco che i Korn si sono concessi di fare senza troppo pensarci, e forse è anche per questo che ha una sua coerenza istintiva che i dischi più costruiti a volte non hanno.