Se state cercando un thriller che sappia di asfalto, sudore e nostalgia sporca, fermatevi qui. Disponibile su Prime Video , Caught Stealing ci riporta dritti nel 1998, in una New York che sembra quasi un personaggio a sé stante: caotica, pericolosa e terribilmente affascinante. Il protagonista è Hank Thompson, interpretato da un magnetico Austin Butler . Il ragazzo è un ex promessa del baseball la cui carriera è finita prima di iniziare; ora serve drink in un bar del Lower East Side e tiene un profilo basso, perchè di più non può La sua vita tranquilla va in pezzi quando il suo vicino di casa sparisce nel nulla, lasciandogli in custodia un gatto . Da quel momento, Hank diventa il bersaglio di mezza malavita di New York, inclusa una spietata mafia russa che non si fa troppi problemi a usare le maniere forti. Darren Aronofsky ricostruisce NYC ed il 1998 in modo magistrale. Niente filtri patinati, solo il realismo crudo di fine millennio. Butler dal canto suoriesce a trasmettere perfettamente il senso di smarrimento di un uomo comune che viene picchiato, rincorso e messo alle strette, ma che ritrova la grinta del battitore quando serve. È un thriller che non ti lascia respirare. Ogni volta che pensi che Hank sia al sicuro, spunta un nuovo problema (o un nuovo sicario). Come film spiazza un po' perchè molta violenza (forse gratuita) e questa c'è anche nelle occasioni che non ti aspetti. Inizialmente ero molto dubbioso, anche per questo aspetto, ma andando avanti ho capito che non era poi così male.
giovedì 2 aprile 2026
Slash's Snakepit - It's Five O'Clock Somewhere
mercoledì 1 aprile 2026
Alice In Chains - Dirt
Il disco è inseparabile dalla storia di Layne Staley. La dipendenza dall'eroina non è un sottotesto, è il soggetto esplicito di buona parte dei testi, scritti da Staley e da Jerry Cantrell con una crudezza che non cerca redenzione né consolazione. Si sente. Quella voce nasale, luciferina, capace di armonizzarsi con quella di Cantrell in modi che sembrano impossibili porta il peso di qualcosa di reale, e questo trasforma brani come Junkhead, Down in a Hole e la title track in qualcosa di più di semplici canzoni rock. Cantrell dal canto suo è la spina dorsale musicale: i suoi riff sono pesanti, urticanti, spesso in tempi dispari, e tengono tutto in piedi con una solidità che non lascia scampo.
Them Bones apre il disco come uno schiaffo: due minuti e mezzo in 7/8 (così mi dicono dalla regia) , un muro di chitarre e un urlo che non lascia tempo di capire cosa stia succedendo. Rooster, scritta da Cantrell per il padre veterano del Vietnam, è il momento più epico e malinconico del disco. Would?, già scritta per la colonna sonora di Singles (nota privata: da recuperare) , chiude con una di quelle melodie che non si dimenticano. E Angry Chair, scritta interamente da Staley, è forse il pezzo che più di tutti fa capire dove stesse andando, e dove sarebbe arrivato, dieci anni dopo.
È un disco difficile da ascoltare con leggerezza, e probabilmente non ci si dovrebbe nemmeno provare. Ma è uno dei pochi dischi di quel periodo in cui il dolore suona vero fino in fondo, senza filtri e senza pose. Un capolavoro che non invecchia.
martedì 31 marzo 2026
Slayer - Reign In Blood
Il thrash metal e il death metal non sono mai stati i miei generi, li ho sempre trovati troppo veloci, troppo violenti, troppo ruvidi per entrarmi dentro davvero. E Reign in Blood è probabilmente il disco che più di tutti incarna queste caratteristiche, spinte al limite. Angel of Death apre il disco come un muro che ti cade addosso: Dave Lombardo alla batteria è una macchina da guerra, Tom Araya alla voce non canta, urla, e le chitarre di Hanneman e King non cercano mai melodia, solo aggressione. Raining Blood, con quella sua atmosfera plumbea che precede l'esplosione finale, è forse il brano che più rimane in testa e non perché sia accessibile, ma perché ha una coerenza oscura che funziona anche per chi, come me, non è esattamente il pubblico di riferimento.
Il disco dura poco anche se avrebbe dovuto durarne un po' di più: hanno tagliato tutto quello che poteva sembrare di troppo, e il risultato è un oggetto compatto e senza fronzoli che non chiede permesso a nessuno. È onesto nel suo essere estremo, e questo va riconosciuto.
Non è un disco che metto su vvolentieri. Ma capisco perfettamente perché sia considerato un punto di riferimento assoluto per un'intera generazione di musicisti. L'ho preso per completare la mia formazione di ascoltatore, e da quel punto di vista ha fatto il suo lavoro.
lunedì 30 marzo 2026
Queens Of The Stone Age - Songs For The Deaf
Il disco è strutturato come una sorta di viaggio radiofonico attraverso il deserto californiano: tra un brano e l'altro (non sempre, ma spesso) si inserisce un finto speaker che annuncia il pezzo successivo, creando un filo conduttore che rende tutto più coeso di quanto sembri. Lo stoner rock di Josh Homme è ruvido, valvolare, volutamente grezzo, con suoni che sembrano usciti dagli anni Settanta pur essendo del tutto contemporanei. Le voci di Homme, di Nick Oliveri e di Mark Lanegan , tre timbri completamente diversi, si alternano e si intrecciano in modo che funziona meglio di quanto ci si aspetti.
Grohl fa il suo lavoro nel modo in cui sa farlo: potente, preciso, con una solidità ritmica che tiene tutto in piedi. Su Song for the Dead e Go with the Flow si sente eccome la sua presenza. No One Knows è il brano più immediato, quello che resta più in testa. Ma devo essere onesto: il disco non mi ha preso subito. Non rientra nelle mie corde in modo naturale poichè quello stoner desertico è un mondo che mi affascina da lontano più che coinvolgermi visceralmente.
L'ho preso e ascoltato per quello che è: un pezzo importante della storia musicale di quegli anni, un disco che chiunque ami il rock dovrebbe conoscere. Non è detto che debba necessariamente amarlo.
domenica 29 marzo 2026
Rivalto e le cascate nascoste
sabato 28 marzo 2026
Una Scomoda Circostanza - Caught Stealing (2025)
venerdì 27 marzo 2026
Judas Priest - Screaming For Vengeance
Il segreto è nell'equilibrio. Non è un disco solo pesante, non è solo melodico: è entrambe le cose insieme, e la coppia di chitarre Tipton/Downing è il meccanismo che tiene tutto in piedi. Riff che pesano e melodie che volano, assoli che si intrecciano senza perdere mai il controllo. Già dall'apertura strumentale di The Hellion seguita dall'esplosione di Electric Eye (con il suo testo di denuncia contro la sorveglianza tecnologica, tema che non ha perso un grammo di attualità) il disco dichiara cosa vuole essere.
Rob Halford è il centro di tutto. Non solo per gli acuti stratosferici, ma per come sa essere teatrale senza mai diventare caricaturale. Sulla title track canta come se stesse trascinando qualcuno in guerra, su You've Got Another Thing Comin' costruisce uno dei ritornelli più immediati e riconoscibili del metal anni Ottanta, e su Devil's Child chiude il disco con una performance vocale che da sola vale l'ascolto.
Non è il disco più complesso dei Priest, né il più ambizioso. Ma è probabilmente il più efficace, quello in cui tutto funziona senza sforzo apparente. Per chi, come me, li segue più per completezza e rispetto storico che per passione viscerale, è comunque il disco da cui partire.
giovedì 26 marzo 2026
Tool - Lateralus
Il disco è costruito su ritmi dispari, tempi che cambiano continuamente, strutture che si aggrovigliano e si sciolgono senza mai risolversi nel modo che ti aspetti. Danny Carey alla batteria è il vero architetto di tutto questo: su Ticks & Leeches costruisce un muro ritmico di rara potenza, ed è suo il disco forse più di chiunque altro. La voce di Maynard James Keenan si muove su questo impianto in modo quasi impossibile da categorizzare, urla per trenta secondi in The Grudge, sussurra come un monaco in Parabol, e in entrambi i casi suona autentico.
C'è poi quella cosa della spirale di Fibonacci che vale la pena citare: le sillabe della title track sono scandite esattamente secondo la sequenza matematica (1, 1, 2, 3, 5, 8, 13...) e la spirale ti entra dentro appena lo sai, ma inconsciamente fa già parte di te. Non è un vezzo intellettuale fine a se stesso: è il modo in cui i Tool costruiscono tutto, con una logica interna che non ti viene spiegata ma che si sente, anche quando non la capisci.
Schism è il brano più noto, e lo è a ragione, dal giro di basso iniziale in 5/4 fino alla chitarra in delay finale, è un pezzo che non si dimentica. Ma il disco vive soprattutto nei momenti più lunghi e stratificati: The Patient, Reflection, la stessa title track. Pezzi che non esplodono ma si espandono, che non concludono ma collassano su se stessi.
Non è un disco facile, e non pretende di esserlo. Ma è uno di quelli che, se gli dai il tempo che chiede, restituisce qualcosa di difficile da trovare altrove.
mercoledì 25 marzo 2026
Korn - Issues
È un disco che si allontana dalla formula. C'è ancora la cattiveria, ci sono ancora i riff pesanti e la voce di Davis che si muove tra l'urlo e il sussurro, ma tutto viene avvolto in un'atmosfera più densa, più oscura, quasi cinematografica. Le tastiere e le orchestrazioni entrano in modo più sistematico rispetto al passato, e invece di alleggerire il suono lo appesantiscono ulteriormente in senso buono. Il risultato è un disco che respira in modo diverso dagli altri, con spazi e silenzi che i Korn prima non si concedevano.
Falling Away from Me è probabilmente il brano più rappresentativo di questa svolta: melodia potente, ritornello che resta addosso, una costruzione che si apre progressivamente senza mai perdere il peso. Make Me Bad mescola l'elettronico con il metal in modo che all'epoca sembrava insolito e che ancora oggi suona coerente. E poi c'è Somebody Someone, quasi una ballata per i canoni Korn, con una vulnerabilità esplicita che in altri loro dischi restava più nascosta.
È il disco che più di tutti dimostra che i Korn non erano solo nu metal, erano qualcosa di più sfumato e meno categorizzabile di quanto l'etichetta facesse pensare. Non lo avrei scommesso partendo dal primo album, ma Issues mi ha convinto che la band sapeva dove stava andando, anche quando cambiava strada.
martedì 24 marzo 2026
Mercy - Sotto Accusa (2026)
Il protagonista è il detective Chris Raven ( Chris Pratt ) che si ritrova dall'altra parte della sedia: accusato dell'omicidio della moglie, novanta minuti per dimostrare la propria innocenza davanti al giudice Maddox, l'IA con il volto glaciale di Rebecca Ferguson. E il paradosso è che Raven è stato tra i sostenitori del sistema stesso. C'è materiale interessante, in tutto questo, per un film che abbia qualcosa da dire sul rapporto tra algoritmi, giustizia e responsabilità umana. Anche cosiderando che giusto questo weekend abbiamo votato per una riforma costituzionale della Giustizia. Peccato che il regista Timur Bekmambetov scelga quasi subito di buttare via l'ambizione e correre verso il thriller d'azione frenetico, ipermontato, affollato di finestre digitali, bodycam e pop-up che si sovrappongono sullo schermo in un flusso incessante che alla lunga stordisce più che coinvolge.
Rebecca Ferguson è la cosa migliore del film, calibrata, artificiale, magnetica, capace di costruire qualcosa di inquietante solo con micro-variazioni di tono. Ma il copione non sa cosa farne, e la addomestica progressivamente fino a trasformarla da minaccia in possibile alleata. È lì che il film tradisce la sua premessa: riesce a mettere in scena la pena di morte automatizzata e poi arriva a una morale del tipo "anche le macchine imparano". Per un film che parte da un'idea così radicale, è una conclusione disarmante.
Il confronto con Minority Report è inevitabile e impietoso. Non è un brutto film nel senso che non annoia, ma è un film che spreca sistematicamente quello che avrebbe potuto essere. L'idea valeva molto di più di quello che è uscito.
lunedì 23 marzo 2026
Black Sabbath - Sabotage
Il contesto in cui nasce non è dei più sereni. La band era alle prese con una battaglia legale estenuante contro il loro ex manager Patrick Meehan, e tutta quella tensione stando a quanto raccontano i membri e le fonti della mia certosina ricerca da blogger, è finita dentro il disco. Non è un dettaglio da poco: si sente. C'è qualcosa di più urgente e nervoso rispetto ai lavori precedenti, una ruvidità diversa da quella del doom claustrofobico delle origini. I Sabbath di Paranoid sembravano usciti dalle miniere di Birmingham; quelli di Sabotage sembrano usciti da uno studio legale, e non è necessariamente peggio.
L'apertura con Hole in the Sky è diretta e ritmata, meno plumbea del solito. Poi arriva Symptom of the Universe, e lì la storia cambia: quel riff è una martellata che anticipa di anni l'heavy metal estremo, con Ozzy lanciato a mille e una parte finale acustica quasi onirica che spiazza nel modo migliore. Megalomania è il pezzo più lungo e claustrofobico del disco con nove minuti che non stancano mai, con Butler che dimostra di essere un bassista di rango. E poi c'è Thrill of It All, il brano più difficile da spiegare: duro, tecnico, con una vena acida che lo rende unico nel contesto dell'album.
Non è un disco perfetto, Am I Going Insane suona un po' fuori posto, quasi da altro contesto, ma nel complesso Sabotage è una delle cose più interessanti che i Sabbath abbiano fatto. Non il loro lavoro più celebrato, non quello che metti su per prima cosa quando vuoi presentarli a qualcuno. Ma per chi li segue con curiosità, senza necessariamente adorarli, è il disco che dimostra che sapevano anche sorprendere.
domenica 22 marzo 2026
Accademia Navale di Livorno e Melafumo
L'Accademia Navale di Livorno non è una struttura qualsiasi. Fondata nel 1881 a Livorno fu scelta anche per un motivo sottile: in Toscana si parlava già l'italiano standard, e in un paese ancora diviso dai dialetti questo non era un dettaglio trascurabile. La zona scelta per costruirla ospitava dal 1640 il Lazzaretto di San Jacopo, una cittadella sul mare circondata da fossato e muraglia, a cui si accedeva da un ponte levatoio. Curiosità e chicca storica carpita da alcune spiegazioni: tra i primissimi allievi, ci fu Manlio Garibaldi, ultimo figlio maschio di Giuseppe. Oggi ospita circa 1.000 tra allievi e ufficiali, e ogni anno i cadetti del primo anno trascorrono l'estate in navigazione sull'Amerigo Vespucci, la nave scuola a vela ufficialmente considerata la più bella del mondo.
Arriviamo davanti all'ingresso dopo una lunga caccia al parcheggio ( i labronici erano già in spiaggia o a passeggiare sul lungomare in massa, e i posti liberi di conseguenza in numero inversamente proporzionale) . La fila davanti ai cancelli è una muraglia umana. Ma qui entra in gioco il privilegio da socio FAI: salto la coda, Zizzi apprezza, entriamo.
L'Accademia è effettivamente un posto interessante da vedere. Peccato che l'organizzazione della visita fosse, diciamo così, poco militare per una struttura militare. Gruppi troppo numerosi che si fondevano tra loro perdendo qualsiasi forma di coerenza, ciceroni che si perdevano le persone per strada, stanze piccole con nozioni ripetute più volte a pappagallo nel tentativo di coprire chi non aveva sentito la prima volta. Vista l'apertura straordinaria, ci si poteva aspettare qualcosa di meno ordinario. E meno male che non li mandano in guerra, verrebbe da dire, perché rigore, regole e ordine erano gestiti in modo abbastanza creativo.
Finita la visita ci riaddentramo nel traffico di Calcuttorno in cerca di un parcheggio nel quartiere Venezia. O anche a Mestre insomma. Nuovo incubo, nuovo miracolo. La caccia al tesoro si sposta poi su un locale per l'aperitivo, con la cena già prenotata che incombe. Scartato un bar con solo slot machine, uno che sembrava Little Odessa, uno a Marrakech, entriamo trafilati nel quarto disponibile. All'interno circa trenta persone sedute in silenzio a guardare una partita di basket videoproiettata a parete. La domanda sorge spontanea: siamo entrati in un circolo privato? La chiedo direttamente al bancone: "ma è un bar normale?". Gaffe clamorosa, realizzata poco dopo quando ho capito che si trattava del ThisIntegra, un locale gestito da ragazzi con disabilità o problematiche. Per fortuna hanno colto la buona fede e siamo stati benissimo.
La serata si chiude al Melafumo, che non ha bisogno di presentazioni. Ottima trattoria di pesce, prezzi abbordabili, comunismo genuino sul menu, sulle pareti, sui tavoli e sulle casse che suonano Bandabardó, Modena e CCCP. La giornata, tra code, gaffe e muraglia umana, si è chiusa nel migliore dei modi possibili.
Bruce Dickinson - Balls To Picasso
È il primo disco registrato con il chitarrista Roy Z, che diventerà il suo collaboratore principale per anni, e si sente che tra i due c'è una chimica che funziona. Ma quella chimica viene indirizzata in modo volutamente caotico: si passa dall'hard rock più muscolare a momenti quasi blues, da atmosfere oscure e pesanti a brani più melodici e accessibili, senza che ci sia un filo che tenga tutto insieme. Tears of the Dragon è forse il pezzo più noto, una ballata potente che dimostra quanto Dickinson sappia stare su una melodia intensa senza scivolare nel banale. Shoot All the Clowns è diretta, aggressiva, esattamente il tipo di brano che ti aspetti da lui nel periodo migliore. Ma poi il disco va da altre parti, e non sempre riesci a seguirlo con lo stesso entusiasmo.
Il cacciucco è un termine giusto. Non necessariamente un difetto, certe volte un piatto disomogeneo ha il suo fascino, e almeno non annoia. E in questo caso c'è una cosa che tiene tutto insieme anche quando la direzione manca: la voce. Bruce canta questo disco con la stessa convinzione con cui canta qualsiasi cosa, che sia un inno da stadio o un esperimento sghembo. Quella voce è il filo rosso quando manca tutto il resto, e basta da sola a giustificare l'ascolto.
Non è il suo album migliore, e probabilmente non è quello che consiglierei per avvicinarsi alla sua produzione solista. Ma per chi ha già fatto il percorso i Maiden, Tattooed Millionaire, e la curiosità di capire dove stesse andando Balls to Picasso è un tassello necessario, anche con tutti i suoi difetti. O forse proprio per quelli.
sabato 21 marzo 2026
Dream Theater - Six Degrees Of Inner Turbulence
Il disco è un doppio album, e già questo dice molto. Il primo CD raccoglie cinque brani relativamente compatti, per gli standard Dream Theater, almeno, tra cui The Glass Prison, che apre con una potenza brutale e un groove che ricorda il miglior Awake, e Blind Faith e Misunderstood, che bilanciano complessità e melodia in modo ancora efficace. C'è ancora il filo che mi lega a loro, ancora quella sensazione di essere trascinato dentro qualcosa di più grande. Il secondo CD è invece interamente occupato dalla suite omonima di quarantadue minuti divisa in otto movimenti, dedicata ai disturbi mentali: schizofrenia, disturbo bipolare, anoressia, autismo. Un concept ambizioso, serio, costruito con una cura maniacale.
Ed è proprio qui che il mio rapporto con il disco si complica. La tecnica c'è tutta, Petrucci alla chitarra e Rudess alle tastiere sono in forma straordinaria, e Portnoy alla batteria costruisce strutture ritmiche di una complessità quasi assurda. Ma tanta costruzione, tanta architettura, a tratti mi schiaccia invece di sollevarmi. È musica che richiede un ascolto attivo, concentrato, e certi giorni quella concentrazione non ce l'ho. O meglio: ce l'ho, ma non sempre mi dà in cambio quello che mi aspetto. Con Metropolis Pt. 2 quella complessità aveva un centro emotivo potentissimo che la giustificava tutta. Qui la sensazione, a tratti, è di virtuosismo fine a se stesso.
Non è una critica definitiva, è più una constatazione onesta. Six Degrees è un grande disco per chi vuole i Dream Theater più ambiziosi e costruiti. Per me è il disco che ha segnato l'inizio di un rapporto più discontinuo con la band: li ascolto ancora, li apprezzo ancora, ma con meno incondizionatezza di prima. E se devo scegliere un album da ascoltare, quello non mi viene certo in mente.
venerdì 20 marzo 2026
L'Inganno (2017)

Tra i film in lista ho tirato a caso, e mi è uscito L'Inganno di Sofia Coppola. Non era esattamente quello che avrei scelto di mia spontanea volontà: è un film in costume, ambientato intorno al 1860 nella Virginia del Sud, con quel ritmo meditativo e quella fotografia algida che sono la firma della regista. Probabilmente sarebbe stato più adatto a una visione con Zizzi, che per questo tipo di cose ha più pazienza di me.
La storia è quella di un soldato unionista ferito, Colin Farrell, che viene raccolto e curato in un collegio femminile del Sud gestito da Nicole Kidman. Intorno a lui si muovono insegnanti e studentesse, e tra le mura di quella casa isolata dalla guerra si sviluppano tensioni, desideri repressi, gelosie. La Coppola prende un soggetto che di per sé ha tutto: ambiguità, pericolo, seduzione, violenza trattenuta, e lo porta sullo schermo con una sobrietà tale da svuotarlo quasi completamente di tensione. Il risultato è un film che sfiora continuamente qualcosa di interessante senza mai decidersi ad affondarci dentro.
Farrell fa quello che può con un personaggio che alterna la furbizia al patetismo, la Kidman è sempre efficace anche quando il materiale non la aiuta, e il cast femminile nel complesso funziona. Ma la trama, nonostante la serietà del soggetto, scivola verso una semplicità quasi disarmante. I meccanismi narrativi sono talmente espliciti, le dinamiche talmente prevedibili, che a un certo punto smetti di aspettarti sorprese. Devo dire che mi ha anche fatto pensare che quella stessa trama ( un uomo solo in una casa piena di donne con desideri repressi in un'ambientazione isolata ) con scelte diverse avrebbe potuto diventare materiale per tutt'altro tipo di pellicola. orientata al soft porn o anche più spinto. Non è una critica, è solo la constatazione di quanto il soggetto originale fosse intrinsecamente esplosivo e quanto il film abbia scelto deliberatamente di non farlo esplodere.
Edizione: bluray
- Cambiare prospettiva (7 minuti)
- Lo stile del Sud (6 minuti)
giovedì 19 marzo 2026
Stratovarius - Destiny
Destiny esce nel 1998 ed è uno degli album più riusciti della storia del power metal europeo, il che non è poco, considerando quanto quel genere fosse affollato in quegli anni. Gli Stratovarius finlandesi erano già una band rodatissima a quell'altezza, con alle spalle una discografia solida, ma con Destiny raggiungono una maturità compositiva che si sente in ogni traccia. Il duo Timo Tolkki alla chitarra e Timo Kotipelto alla voce funziona come raramente funziona in un gruppo: Tolkki costruisce architetture complesse, veloci, tecnicamente impeccabili, e Kotipelto le abita con una voce pulita, potente, capace di stare su melodie impegnative senza perdere calore.
Anthem of the World resta il brano che mi ha aperto la porta e riascoltandolo oggi capisco perché. Ha quella combinazione di velocità e melodia, quel ritornello che si deposita dentro e non se ne va, quella struttura che sembra semplice e invece è costruita con cura. Ma il disco ha molto altro. Cold Winter Nights è una ballata che non scade nel sentimentalismo facile. Destiny in apertura stabilisce subito che non ci sarà niente di banale. Dimostra che la band sa essere epica senza diventare pomposa.
È rimasto uno dei miei power metal preferiti, anche a distanza di anni. Ogni tanto penso a quella cassetta e a quanto fosse casuale tutto, il brano giusto, il momento giusto, l'amico giusto. La musica funzionava così, e forse funzionava bene proprio per questo.
martedì 17 marzo 2026
Young Sherlock [Stagione 1]
La serie è diretta e prodotta da Guy Ritchie, alla sua terza incursione nel mondo di Holmes dopo i due film con Robert Downey Jr. E si sente: c'è la sua firma ovunque, nel ritmo frenetico, nelle sequenze d'azione ogni quindici minuti, nella colonna sonora rock che non ha niente di vittoriano. L'ambientazione è Oxford del 1871, ma l'atmosfera è più quella di un film d'azione moderno travestito da periodo storico. La serie si sposta da Oxford a Parigi a Costantinopoli con una velocità che non lascia mai respirare niente: né i personaggi né la trama.
Ed è proprio qui il problema. La trama è la parte più debole di tutto. Le intuizioni di Sherlock, quegli sprazzi di deduzione che dovrebbero essere il cuore del personaggio ci sono, ma sono poche, inserite quasi di passaggio, insufficienti a sostenere otto episodi di complotto globale. La base narrativa è talmente fragile che le svolte si succedono senza che niente sembri davvero costruito. Si passa da un colpo di scena all'altro senza che nessuno abbia il tempo di diventare credibile. Il risultato è una serie che in potenza avrebbe molto da offrire, il cast non è male, Moriarty nelle mani di Dónal Finn funziona benissimo, Colin Firth è Colin Firth, ma che nel complesso resta su un livello decisamente infantile, più vicino a un teen drama d'avventura che a un vero mystery.
Vale la visione? Sì, con aspettative calibrate. Se cerchi un Sherlock Holmes che ragiona, deduce e ti tiene sulle spine con la testa, guardati la BBC. Se vuoi otto episodi scorrevolissimi con qualche momento divertente e un protagonista che ha il potenziale per crescere, Young Sherlock ci sta. Ma la sensazione, alla fine, è quella di una serie che poteva essere molto di più.
Queen - A Kind Of Magic
L'album esce nel 1986 (ma io lo avrò negli anni novanta) e nasce in modo piuttosto insolito per i Queen: una buona parte dei brani viene scritta appositamente per Highlander, e poi riorganizzata in un lavoro che ha una sua coerenza autonoma. Non è una semplice raccolta di brani per la colonna sonora, è un disco che usa quella materia prima e ci costruisce intorno qualcosa di più compiuto. La title track A Kind of Magic, ad esempio, parte da un riff scarabocchiato da Roger Taylor durante le riprese del film e viene poi trasformata da Mercury e May in qualcosa di molto più elaborato. Anche Who Wants to Live Forever, forse il brano più intenso del disco, nasce direttamente da una scena del film, quella in cui Connor MacLeod perde la donna che ama, condannato com'è a sopravvivere a tutto e a tutti.
Il disco è figlio del suo tempo nel suono: tastiere, produzione lucida, quell'estetica anni Ottanta che nei Queen non suona mai completamente fuori posto perché la grandiosità è nel loro DNA da sempre. Ma ha anche dei picchi memorabili. One Vision apre con una cattiveria insolita per la band, quasi arena rock spinto. Friends Will Be Friends è il classico inno da stadio, il tipo di brano che i Queen sapevano scrivere meglio di chiunque altro: semplice, diretto, impossibile da dimenticare. E poi c'è Who Wants to Live Forever, che è una di quelle canzoni difficili da ascoltare con distacco: Mercury la canta come se sapesse già qualcosa, anche se all'epoca ufficialmente non lo sapeva ancora.
Non è il Queen più celebrato dalla critica, e probabilmente non è nemmeno il più rappresentativo della loro carriera nel senso stretto. Ma per me ha un valore aggiunto che va oltre la qualità intrinseca dei brani: è il disco che mi ha fatto capire che quella musica che amavo su Highlander non era solo colonna sonora, era Queen. E quella scoperta, quando arriva con gioia, vale quanto un capolavoro.
domenica 15 marzo 2026
Le orchidee di San Carlo
Udinese 0 - Juventus 1

sabato 14 marzo 2026
Ken Follett - Per Niente Al Mondo

venerdì 13 marzo 2026
Savatage - The Wake Of Magellan
Jon Oliva aveva già dimostrato con i dischi precedenti di saper pensare in grande, ma qui si percepisce una maturità compositiva ulteriore. Il disco è orchestrale senza essere pesante, drammatico senza essere retorico: un equilibrio che non è per niente scontato nel metal sinfonico di quegli anni. Zak Stevens alla voce è in splendida forma: sa quando spingere e quando trattenersi, e nei momenti più intensi del disco quella sua capacità di stare sul limite senza cadere dall'altra parte è uno degli elementi che tiene tutto in piedi.
I brani che restano di più sono quelli che sanno mescolare il peso epico con qualcosa di più intimo. The Wake of Magellan stabilisce le coordinate del viaggio con una tensione che non allenta mai del tutto. Another Way ha quella melodia che si deposita dentro e non se ne va. E poi c'è Anymore, il brano che più degli altri mostra la capacità dei Savatage di scrivere ballad che non scadono nel facile sentimentalismo ma mantengono una loro dignità emotiva.
giovedì 12 marzo 2026
Manowar - Hail To England
Ho scelto di iniziare da Hail to England (1984) non a caso. È uno dei loro dischi più essenziali, meno barocchi, e quello che forse meglio rappresenta il cuore di quello che i Manowar sanno fare quando smettono di posare e si mettono a suonare. Sette tracce, una mezz'ora tirata , nessun fronzolo: c'è un ritmo possente che attraversa il disco dall'inizio alla fine, un muro di suono che non cerca raffinatezza ma impatto. E l'impatto c'è, eccome.
Ross the Boss alla chitarra è preciso e tagliente, Joey DeMaio al basso costruisce un groove che è la vera spina dorsale del disco: il basso nei Manowar non è mai in secondo piano, è sempre lì a spingere, a dare peso a ogni brano. E poi c'è Eric Adams, una voce che è difficile da ignorare: potente, teatrale, capace di passare dal sussurro all'urlo con una naturalezza che in pochi possono permettersi. Su Blood of My Enemies o Each Dawn I Die fa quello che sa fare meglio: trasformare un testo che sulla carta potrebbe sembrare ridicolo in qualcosa che, mentre lo ascolti, suona sincero.
Ecco, forse è questo il punto. I Manowar funzionano perché ci credono davvero. Non c'è autoironia, non c'è distanza: quella retorica da guerrieri del metal la abitano con una convinzione totale che, paradossalmente, finisce per disarmare. È difficile ridersela sopra quando chi suona sembra davvero convinto di ogni singola nota. Hail to England è il disco che più mi ha convinto di questo: meno dilatato di altri loro lavori, più diretto, con una coerenza che regge dall'inizio alla fine.
Mi vergogno ancora un po' di ammetterlo. Ma li ascolto.
mercoledì 11 marzo 2026
Blind Guardian - The Forgotten Tales
Il punto di partenza, però, era favorevole: ho sempre avuto un debole per le cover. Quando una band sceglie di reinterpretare qualcosa di altrui, si capisce molto di come pensa alla musica, cosa la muove, cosa ha ascoltato nel tempo. E i Blind Guardian in questo senso non si risparmiano: la scaletta spazia da Surfin' U.S.A. dei Beach Boys a Mr. Sandman, passando per Spread Your Wings dei Queen e The Wizard dei Black Sabbath. Già solo guardare l'elenco fa capire quanto sia volutamente spiazzante, quasi una dichiarazione d'intenti: ci piace tutto, lo facciamo a modo nostro.
E in effetti quella è la chiave per apprezzare il disco. I Blind Guardian non si limitano a eseguire le cover in modo fedele, le reinterpretano con la loro cifra stilistica, cori massicci, arrangiamenti potenti, quella teatralità che li caratterizza. Sentire Surfin' U.S.A. trasformata in power metal è un'esperienza che fa sorridere ma funziona, perché non c'è ironia gratuita: c'è genuino entusiasmo. Lo stesso vale per i brani originali inediti e le versioni alternative presenti nel disco, che mostrano la band in una veste più rilassata, meno monumentale, quasi in modalità "retroscena".
Non è il disco con cui iniziare ad ascoltare i Blind Guardian, e probabilmente nemmeno il più importante della loro carriera. Ma una volta entrati nel loro mondo (dopo Imaginations e Nightfall in Middle-Earth) ha il suo senso preciso: è la finestra sul lato più giocoso e libero di una band che di solito si muove tra epopee tolkeniane e architetture sonore elaborate. E questo, alla fine, lo rende un ascolto piacevole anche per chi, come me, si era avvicinato con qualche riserva.
martedì 10 marzo 2026
Iron Maiden - Somewhere In Time
Non è il disco più immediato dei Maiden. Non ha l'esplosione frontale di Aces High né la monumentalità di Rime of the Ancient Mariner. Qui il gioco è diverso: l'album ti entra dentro gradualmente, costruisce strati, ti chiede un po' più di pazienza prima di restituire quello che ha da dare. E quelle sonorità più moderne, quelle tastiere e quei synth che a primo impatto potevano sembrare estranei al mondo Maiden, alla fine si rivelano coerenti con l'immaginario del disco: quasi una colonna sonora di quella città futuristica in copertina. L'apertura con Caught Somewhere in Time è già un segnale: il riff sintetico in intro potrebbe disorientare chi si aspettava il solito attacco diretto, ma poi la chitarra di Adrian Smith e Murray si fa largo e il disco prende quota. Wasted Years, scritta da Smith, è forse il brano più radiofonico che i Maiden abbiano mai pubblicato in quel periodo, e non è un difetto: è un pezzo che funziona a qualsiasi volume, con un ritornello che resta addosso senza chiedere permesso. Heaven Can Wait ha quel coro da stadio quasi insolente, il tipo di brano pensato per essere cantato da diecimila persone all'unisono.
Il disco vive però anche di momenti più oscuri e profondi. Sea of Madness e The Loneliness of the Long Distance Runner ispirata al romanzo di Alan Sillitoe mostrano una band capace di usare la complessità senza appesantire. E poi c'è Alexander the Great, l'epica conclusiva di oltre otto minuti dedicata ad Alessandro Magno: un brano che, come già Rime of the Ancient Mariner o To Tame a Land, dimostra che i Maiden sanno raccontare storie, costruire archi narrativi, fare del metal qualcosa che ha a che fare anche con la storia e la letteratura.
Somewhere in Time non è il mio Maiden preferito in assoluto , ma è un disco che rispetto molto, e che ogni riascolto rivela qualcosa di nuovo. È la prova che una band al vertice del proprio successo può permettersi di rischiare senza perdere se stessa.
lunedì 9 marzo 2026
Aggiornamento OxygenOS 14 (LE2123 B40P02)
domenica 8 marzo 2026
Fine Gitina a Montelupo Fiorentino
sabato 7 marzo 2026
Juventus 4 - Pisa 0
Firenze e Henri de Toulouse-Lautrec
Henri de Toulouse-Lautrec è una figura diversa da Boldini, per biografia e per poetica. Nobile di famiglia, colpito da una malattia genetica che ne compromise la crescita e lo lasciò con un'altezza di poco più di un metro e mezzo (quindi mi sta decisamente simpatico) , trovò il suo mondo nella Parigi notturna di Montmartre: il Moulin Rouge, i café-concert, le ballerine, le prostitute, i chansonnier. Non li dipingeva dall'esterno, con l'occhio del voyeur affascinato, ma dall'interno, da frequentatore abituale. È quella differenza che si sente nel suo lavoro: c'è ironia, c'è affetto, c'è anche uno sguardo sul lato oscuro di quel mondo scintillante. La sua innovazione più riconoscibile sono i manifesti litografici come Jane Avril, Aristide Bruant nel suo cabaret, la Troupe de Mademoiselle Églantine, opere che hanno di fatto inventato la grafica pubblicitaria moderna e che ancora oggi, a più di un secolo di distanza, sono immediatamente riconoscibili.
La mostra raccoglie oltre 170 opere, tra manifesti, litografie, dipinti e disegni, in parte provenienti dal Museo Toulouse-Lautrec di Albi e in parte da una collezione privata di Amburgo. L'allestimento punta sull'immersività: arredi d'epoca, fotografie, video e costumi ricostruiscono l'atmosfera dei locali notturni parigini di fine Ottocento. Ci sono anche opere di artisti coevi tipo Alphonse Mucha, Paul Berthon che aiutano a inquadrare Lautrec in un contesto più ampio, quello di una Parigi in cui l'arte stava letteralmente invadendo la strada.
Come già a Lucca con Boldini, anche qui la Belle Époque non è il mio pane quotidiano. Ma Toulouse-Lautrec ha qualcosa in più rispetto alla media del periodo: quella capacità di guardare ai margini senza estetizzarli troppo, di trovare umanità dove altri avrebbero trovato solo decorazione. Vale la visita e non solo per togliersi lo sfizio, come la schiacciatina dell'Antico Vinaio, che per la prima volta nella mia vita son riuscito ad assaggiare.
venerdì 6 marzo 2026
Lucca e Giovanni Boldini
La mostra alla Cavallerizza di Piazzale Verdi, si intitola La seduzione della pittura e raccoglie oltre cento opere tra olii su tela e pastelli, provenienti da collezioni pubbliche e private di tutto il paese, comprese le Gallerie degli Uffizi e il Museo Boldini di Ferrara. Il percorso è diviso in sezioni che seguono l'evoluzione dell'artista: dai primi anni fiorentini, ancora vicini ai Macchiaioli, fino alla stagione parigina in cui Boldini abbandona definitivamente gli schemi della ritrattistica ufficiale e inventa qualcosa di nuovo: figure femminili in posizioni serpentine, pennellate lunghe e veloci che sembrano sciabolate, corpi che sembrano muoversi ancora sulla tela. È riconoscibile a colpo d'occhio, nel bene e nel male.
In mostra ci sono anche opere di contemporanei con cui Boldini condivise frequentazioni e affinità: De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Signorini. Nomi che per chi non vive nel mondo dell'arte ottocentesca italiana possono dire poco, ma che servono a inquadrare una stagione pittorica più ampia, in cui l'Italia cercava un suo posto nella modernità europea. Boldini quel posto se lo trovò, a modo suo, diventando il pittore preferito dell'alta borghesia e dell'aristocrazia internazionale. Che poi sia un merito o un limite, dipende dai punti di vista.
Personalmente la Belle Époque non è il mio periodo preferito, ma in Toscana le mostre su questo periodo si moltiplicano da qualche tempo, segno che il pubblico risponde bene. Quindi o queste o Pomì.
giovedì 5 marzo 2026
Tullio Avoledo - Mare Di Bering

Il romanzo è il secondo della sua produzione, uscito nel 2003 dopo L'elenco telefonico di Atlantide, e pur non ritrovando Giulio Rovedo, il protagonista già conosciuto nel primo libro. abbiamo un personaggio quasi simile, con la sua antipatia di fondo, quella capacità di filtrare il mondo con un cinismo tagliente che non cerca la simpatia del lettore e non la ottiene, almeno da parte mia. Eppure funziona, perché è coerente, e Avoledo lo sa usare bene come lente narrativa.
La prolissità che avevo già notato nell'esordio è ancora qui, con tutte le digressioni e le dilatazioni che la caratterizzano, nel bene e nel male. È uno stile che richiede pazienza ma che quando ingrana ha una sua logica, un suo ritmo. Il problema, semmai, sta altrove: il romanzo ha una struttura ucronica, ovvero ambientata in una linea temporale leggermente alterata rispetto alla nostra. E qui mi sono fatto una domanda che non sono riuscito a togliermi dalla testa: perché? Perché la scelta ucroníca? Le modifiche rispetto alla realtà sono poche, inserite quasi di passaggio nei dialoghi tra personaggi, accennate più che costruite, e non cambiano nulla di sostanziale alla storia. Sarebbe cambiato qualcosa se il romanzo fosse stato ambientato nella nostra linea temporale? Probabilmente no. L'ucronia, che di solito serve a spostare il piano della realtà per dire qualcosa di diverso su di essa, qui sembra più un vezzo che una scelta narrativa consapevole. Un'etichetta appesa su una storia che avrebbe funzionato benissimo senza.
Detto questo, come già con Come si uccide un gentiluomo, la lettura non è stata male. C'è tanta carne al fuoco, forse troppa, ma Avoledo sa come tenerti dentro la storia anche quando ti fa girare in tondo. E alla fine vai avanti, quasi senza accorgertene.
mercoledì 4 marzo 2026
Korn - Life Is Peachy
È un disco più corto, più nervoso, meno rifinito del precedente. Meno elaborato anche. Dove il primo album costruiva atmosfere, qui si va dritti al punto con una cattiveria che sembra quasi improvvisata, istintiva. Davis urla, borbotta, recita, a tratti sembra stia parlando da solo in una stanza. C'è qualcosa di volutamente sgradevole in tutto questo, e il bello è che funziona proprio perché non cerca di piacere. Non a caso il titolo è un'invenzione ironica di Fieldy, il bassista: un commento beffardo su un periodo di caos totale per la band.
Anche i dettagli più piccoli raccontano questa urgenza disordinata. Twist, la traccia di apertura con quello scat vocale apparentemente senza senso, è nata improvvisata in sala prove: Davis faceva beatbox ispirandosi a Doug E. Fresh, e nessuno si aspettava che finisse come intro del disco. È il tipo di cosa che o butti via o lasci così com'è, e loro l'hanno lasciata. Anni dopo Davis ha inserito Life Is Peachy all'ottavo posto nella sua classifica personale della discografia Korn — troppo frettoloso, diceva. Probabilmente ha ragione, ma quella fretta è anche ciò che lo rende riconoscibile.
Non è il disco dei Korn che consiglierei per primo a qualcuno. Non è nemmeno il più memorabile della loro produzione. Ma divorarlo, come ho fatto, è venuto naturale, perché a quel punto il legame era già stabilito, con la band, con quella voce, con quel modo di fare rumore. Life Is Peachy è il disco che i Korn si sono concessi di fare senza troppo pensarci, e forse è anche per questo che ha una sua coerenza istintiva che i dischi più costruiti a volte non hanno.

















