sabato 31 gennaio 2026

​.p7m: Cos'è questa estensione e come leggere il contenuto

 
Anche questo articolo arriva ispirato da Zizzi. Ne approfitto quindi per scrivere un contenuto nuovo. Confesso comunque la mia più totale ignoranza sull'argomento, in quanto prima che lei mi chiedesse come riuscire ad aprire un file con estensione p7m non sapevo neanche cosa fosse. Lì per lì ho pensato ad un contenitore di compressione tipo Winzip o Winrar. Comunque dentro era palese che ci fosse un documento in pdf. Non che ci sia andato troppo lontano, ma ovviamente avevo fatto acqua al primo colpo. Mi son quindi messo un po' a cercare ed è venuto fuori che si tratta di un file firmato digitalmente tramite lo standard CAdES (Cryptographic Message Syntax). 

Questo formato garantisce tre cose fondamentali:

  1. Autenticità: La certezza dell'identità di chi ha firmato.
  2. Integrità: La garanzia che il documento non sia stato modificato dopo la firma.
  3. Valore Legale: In Italia, la firma digitale equivale a una firma autografa su carta. (ne avevo accennato qui e qui)
Si tratta quindi di un documento (spesso un PDF o un XML) a cui è stata apposta una firma digitale con valore legale, tipico della Pubblica Amministrazione o della fatturazione elettronica.

Perché non si apre con Acrobat?

​Il problema è che Adobe Acrobat (o qualsiasi lettore pdf generico) è progettato per leggere il contenuto del PDF, ma non sa come "rompere il sigillo" della busta .p7m. Per farlo, serve uno strumento che verifichi la firma e separi il certificato dal documento originale. Siccome non è avevo troppa voglia di installare e provare chissà quanti software (magari a pagamento o in prova limitata) sono andato a cercare servizi gratuiti online. Dopo un po' di escursioni a casaccio nella giungla ho deciso di affidarmi al servizio gratuito di Poste Italiane. La chiave di ricerca corretta si è rivelata essere "Postecert verificatore" che rimanda(va) fortunatamente qui: https://vol.postecert.poste.it/

Attualmente mentre sto scrivendo non si accede al sito, ieri sera sì ed ha funzionato


Ecco i passaggi seguiti:

  1. Caricamento: Si carica il file .p7m sul portale ufficiale di Poste Italiane.
  2. Verifica: Il sistema analizza la validità della firma (esito positivo).
  3. Estrazione: Una volta confermata la validità, il portale permette di cliccare su "Download file" (o "Salva file originale").

Il risultato? Viene scaricato un normale file .pdf, libero dalla "busta" p7m, che può essere finalmente aperto, letto e stampato con il classico Adobe Acrobat o qualsiasi altro lettore PDF.

Volevo far scrivere questo articolo a VIKI, ma non avrebbe inserito questa mia conclusione: ennesima rottura di cazzo burocratica, che sì, sarà pure utile per sicurezza e certezza delle firme digitali, ma resta una rottura di cazzo. 

venerdì 30 gennaio 2026

Dream Theater - Falling Into Infinity



 Artista: Dream Theater
Anno: 1997
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon

Premessa: volevo scrivere un altro pezzo, sugli Interpol. Ma mi stava risultando troppo complicato, così sono rimasto nella mia comfort zone, perché mi sento più preparato con generi che ho ascoltato all' "infinity". 

Però Falling Into Infinity non è mai stato tra i miei album preferiti dei Dream Theater, e probabilmente è anche per questo che rientra tra i meno ascoltati della mia collezione. Non perché sia un brutto disco, ma perché è un lavoro che mi ha sempre lasciato una sensazione di distanza, come se stessi ascoltando una band che non è del tutto a suo agio nella direzione che sta prendendo.

È un album strano, sospeso, che sembra continuamente trattenuto. Dopo dischi carichi di identità e tensione creativa, qui i Dream Theater appaiono più misurati, più controllati, a tratti quasi prudenti. La scrittura è più lineare, le strutture più convenzionali, le lunghe divagazioni strumentali ridotte al minimo da una parte e forse troppo lunghe e ripetitive dall'altra. Non è il Dream Theater che spinge in avanti i confini, ma quello che li osserva con una certa cautela.

Questo non significa che manchino i momenti riusciti, anzi. Ci sono passaggi intensi, melodie ispirate, atmosfere che funzionano e che, se prese singolarmente, reggono benissimo. Ma l’impressione generale è quella di un disco che non trova mai un vero centro emotivo, come se stesse cercando di tenere insieme anime diverse senza riuscire a farle convivere davvero.

È anche un album molto più emotivo che tecnico, più concentrato sulle canzoni che sull’esibizione strumentale. In teoria potrebbe essere un pregio, ma nel mio caso ha sempre avuto l’effetto opposto: invece di avvicinarmi, mi ha lasciato un passo indietro. Alcuni brani scorrono bene, altri mi risultano poco incisivi, e nel complesso faccio fatica a ricordare il disco come un’esperienza compatta, cosa che con i Dream Theater di solito non mi succede.

Riascoltandolo oggi, capisco meglio cosa stavano cercando di fare, e riesco ad apprezzarne certi dettagli che all’epoca mi erano sfuggiti. Ma resta un album che ascolto raramente dall’inizio alla fine, uno di quelli che non mi viene mai spontaneo scegliere quando ho voglia di Dream Theater. Non mi infastidisce, non lo boccio, semplicemente non mi coinvolge come altri.

Falling Into Infinity per me rimane un disco di passaggio, più interessante da analizzare che da amare davvero. Un lavoro che ha i suoi momenti, ma che non riesce mai a diventare indispensabile. Ed è probabilmente per questo che, ogni volta che lo rimetto "sul piatto" , ho la sensazione di riascoltarlo quasi come se fosse la prima volta.

giovedì 29 gennaio 2026

Il tasto WPS

 
Cari follower questo articolo è interamente sponsorizzato dalla Zizzi Holding Enterprise che mi permette di buttare giù due righe su uno dei "bottoni" più utili della storia informatica. Sto parlando del pulsante WPS, che risolve tanti problemi o difficoltà. Il sistema WPS, acronimo di Wi-Fi Protected Setup, rappresenta una sorta di "passpartout" digitale nato per risparmiare agli utenti la fatica di digitare lunghe e complicate chiavi di rete ogni volta che si desidera connettere un nuovo dispositivo. Immaginate di aver appena acquistato una stampante wireless: un tempo avreste dovuto navigare tra complessi menù su schermi minuscoli per inserire una password alfanumerica infinita; oggi, grazie al WPS, tutto si risolve spesso con la pressione coordinata di un tasto sul router e uno sulla stampante stessa.
​A livello tecnico, il WPS non è un nuovo tipo di connessione, ma un protocollo di "presentazione" assistita. Quando premiamo il pulsante fisico sul router, l’apparecchio apre una brevissima finestra temporale in cui smette di comportarsi come un guardiano severo e inizia a trasmettere un segnale di disponibilità. Nel momento in cui premiamo il tasto corrispondente sulla stampante o sul computer, i due dispositivi iniziano un dialogo silenzioso: il device chiede il permesso di entrare e il router, riconoscendo la "stretta di mano" avvenuta tramite i pulsanti, invia automaticamente le credenziali della rete crittografata. In pratica, è come se il router consegnasse una busta chiusa contenente la password direttamente nelle mani del nuovo dispositivo, che la memorizza e la usa da quel momento in poi per navigare in totale autonomia.
​Esistono diverse modalità per attivare questo scambio: la più comune è il PBC (Push Button Configuration), basato appunto sulla pressione dei tasti, ma è previsto anche il metodo tramite PIN, dove un codice numerico di otto cifre digitato sul dispositivo autorizza il router a inviare i dati della rete. Dal punto di vista della sicurezza, pur essendo un sistema estremamente pratico, il WPS apre una piccola porta nel perimetro della rete che, sebbene protetta, è bene chiudere una volta terminata la configurazione. Ma chi se ne frega. 
​In definitiva, il WPS resta uno strumento formidabile per semplificare la domotica, trasformando un'operazione tecnica potenzialmente frustrante in un gesto immediato. È il perfetto esempio di come la tecnologia cerchi di nascondere la propria complessità per mettersi al servizio dell'utente, eliminando l'attrito tra l'hardware appena spacchettato e la rete di casa, garantendo che la stampante o lo smart TV siano pronti all'uso in pochi secondi e con il minimo sforzo.

mercoledì 28 gennaio 2026

Monaco 0 - Juventus 0

 
Spalletti cambia molto e probabilmente questo non è un bene, a meno che non si voglia utilizzare il turn over per puntare al meglio sui risultati in Campionato. Qui invece abbiamo un primo tempo con una Juventus imprecisa, senza punti di riferimento in attacco e con poco carattere, lasciando le azioni più pericolose ai monegaschi. Non abbiamo certamente brillato visto che gli altri hanno fatto la partita. Nel secondo tempo, nonostante alcuni cambi, la gara non si modifica di molto: se non è zuppa è pan bagnato. Anche Yildiz è in giornata no e non cambia assolutamente la partita. Gli avversari comunque, esattamente come noi, commettono errori e disattenzioni quindi le loro uscite risultano poco pericolose. Un pareggio che ci porta al 13 esimo. Quindi testa di serie. 

martedì 27 gennaio 2026

Blind Guardian - Imaginations From The Other Side

 
Artista: Blind Guardian
Anno: 1995 
Tracce: 9
Formato: CD
Acquista su Amazon 


Imaginations From The Other Side è uno di quei dischi che non si limitano a suonare potenti: ti trascinano dentro un mondo. Fantasia, mitologia, metal epico e velocità si fondono in un cocktail che, vent’anni dopo, suona ancora vivo e gigantesco. 
Nel 1995 i Blind Guardian raggiungono il loro equilibrio perfetto tra power metal, struttura narrativa e orchestrazioni che paiono cinematografiche. È il punto in cui la band tedesca non è più “solo” una promessa del metal europeo, ma un riferimento obbligato per chi ama l’epica sonora e le storie che si dipanano tra draghi, castelli e battaglie interiori. E io, come sempre in questi casi, arrivo qualche anno dopo, anche se per l'epoca (la mia) mi pareva fosse una novità assoluta.
L’album si apre con la title track che è già dichiarazione di intenti: sette minuti di crescendo, cori mastodontici, riff intrecciati e quella sensazione di entrare in un’altra dimensione. È l’inizio di un viaggio, non di una semplice playlist. 
Da lì in poi si alternano momenti di velocità pura come I’m Alive e Another Holy War, a brani più narrativi e atmosferici come A Past and Future Secret o Bright Eyes, che dimostrano una versatilità rara anche in un genere tipicamente adrenalinico.
Quello che colpisce di questo disco è la cura nei dettagli: i cori multipli, l’intreccio tra chitarre e melodie vocali, le atmosfere che cambiano con naturalezza dentro lo stesso pezzo. La dinamica non è mai monotona, e ogni traccia ha una sua identità pur rimanendo coerente con il suono complessivo.
Inciso con la stessa ambizione con cui si scriverebbe una colonna sonora, Imaginations from the Other Side per me è un pilastro del power metal anni ’90: qui non ci sono compromessi, solo immaginazione che corre libera e senza freni.
Come direbbe VIKI "in sintesi": è un album epico, stratificato, spesso grandioso, capace di bilanciare riff frenetici e momenti meditativi, cori mastodontici e narrazioni intime. È uno di quei dischi che non si ascoltano per passatempo, ma per essere vissuti.
Se ami il metal che guarda alle leggende con gli occhi di un bambino e la spada di un guerriero, qui sei a casa. 
 
 

lunedì 26 gennaio 2026

The Expanse [Stagione 6]

 
Anno: 2021 - 2022
Titolo originale: The Expanse
Numero episodi:6
Stagione: 6
Iscriviti a Prime Video
Acquista su Amazon (serie di libri)
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 E così, alla fine, mi sono deciso. Ho premuto play sulla sesta (e ultima?) stagione di The Expanse dopo averla evitata con una certa ostinazione, di quelle irrazionali ma comprensibili. Non per mancanza di tempo, né di interesse. Semplicemente perché finire qualcosa che ami davvero è un piccolo lutto, e io non avevo nessuna voglia di elaborarlo. La quinta stagione, tanto per dire, l’avevo conclusa cinque anni fa. Cinque. Una serie in criogenia emotiva.
The Expanse però è una di quelle opere che non puoi lasciare sospese all’infinito. Ti guarda da lontano, paziente, come una nave in orbita che prima o poi tornerà a chiamarti. Sei episodi, zero tempo perso. E sì, la sesta stagione è breve: sei episodi secchi, senza riempitivi, senza divagazioni inutili. Una scelta che inizialmente può spaventare, ma che si rivela azzeccata. Qui non si allunga il brodo: ogni scena ha un peso, ogni dialogo è funzionale, ogni personaggio viene accompagnato – con rispetto – verso la sua destinazione finale.
La minaccia di Marco Inaros e della Marina Libera viene chiusa in modo coerente, senza colpi di teatro gratuiti. È una stagione più intima, più concentrata sulle conseguenze che sulle esplosioni, e forse proprio per questo funziona così bene. The Expanse non è mai stata fantascienza “muscolare”: è politica, sociologia, conflitto di classe travestito da space opera. Una fantascienza adulta (davvero).
Ed è qui che la serie si conferma, ancora una volta, come una delle migliori produzioni fantascientifiche degli ultimi decenni. Niente bene contro male, niente eroi immacolati. La Terra, Marte e la Cintura restano entità fragili, contraddittorie, incapaci di imparare davvero dai propri errori. Esattamente come noi.
La fisica continua a essere trattata con un rispetto quasi maniacale, le dinamiche di potere sono credibili, le scelte morali raramente rassicuranti. E in mezzo a tutto questo c’è l’equipaggio della Rocinante, che non ha mai smesso di sembrare una famiglia imperfetta ma autentica.
Holden, Naomi, Amos e Bobbie (più presenza che ricordo) arrivano alla fine del loro arco narrativo senza essere traditi dalla scrittura. Amos, in particolare, resta uno dei personaggi più riusciti mai visti in una serie sci-fi: disturbante, leale, profondamente umano nel suo essere “rotto”.
Ma è finita finita?…
Sì, perché tecnicamente questa è l’ultima stagione. Ma chi conosce i romanzi di James S.A. Corey sa bene che la storia non finisce qui. Non li ho letto, ma se ne parla spesso nei forum di genere. Amazon ha deciso di chiudere la serie lasciando aperta la porta a un possibile futuro: film, miniserie, revival? Tutto è possibile.
E, sorprendentemente, funziona. Non come frustrazione, ma come promessa. The Expanse si chiude senza tradire se stessa, lasciandoti con quella sensazione rara: non di incompiuto, ma di universo che continua a esistere anche senza di te spettatore.
Ho fatto bene ad aspettare? Forse sì. Forse no. Di certo, ho fatto bene a tornare.
La sesta stagione non è solo un finale dignitoso: è un atto di coerenza, una chiusura sobria, matura, che rispetta il pubblico e l’intelligenza di chi ha seguito la serie fin dall’inizio. In un panorama televisivo pieno di finali sbagliati, affrettati o semplicemente disastrosi, The Expanse esce di scena a testa alta.
E se davvero fosse un addio definitivo, allora va bene così.
Ma se un giorno dovessimo rivedere la Rocinante accendere i motori… beh, sappiamo già che saremmo pronti.

domenica 25 gennaio 2026

Degustazione alla Tenuta Campo Al Signore

 
Alla fine ce l’ho fatta.
Dopo anni a prendere polvere su uno scaffale – insieme a libri “che leggerò” e bottiglie “per un’occasione speciale” – una Smartbox regalatami dalla Cricca ha finalmente visto la luce. Non è stato indolore: periodo invernale, disponibilità che spariscono più velocemente del sole alle cinque del pomeriggio, tentativi a vuoto e qualche sconforto. Ma, come spesso accade, quando smetti di cercare trovi.
La meta è stata la Tenuta Campo al Signore, a Castagneto Carducci. Un luogo che incarna bene l’anima vitivinicola della Costa degli Etruschi: vigne curate, ritmi lenti, attenzione al dettaglio e quella sensazione – sempre piacevole – di essere ospiti e non semplici clienti. L’azienda lavora su una produzione di qualità in maniera biologica, legata al territorio e alle sue caratteristiche, con un approccio che unisce tradizione e visione contemporanea del vino.
La visita è iniziata con una passeggiata tra i filari, ordinati e silenziosi, immersi in quel paesaggio che d’inverno ha un fascino più ruvido ma autentico. Poi giù in cantina, piccola ed essenziale. I proprietari hanno voluto legare la loro passione per la viticoltura a quella per le auto, infatti i nomi delle vigne richiamano marchi come Alfa Romeo o Maserati, così come le etichette che si ispirano al mondo delle quattro ruote. 
A chiudere il cerchio, la parte migliore: degustazione di due vini (il Cabrio ed il Volante) accompagnati da un tagliere, semplice, onesto, perfettamente a fuoco. 
Finita la visita, non avevamo nessuna intenzione di tornare subito a casa. Così ci siamo spostati verso la spiaggia di Donoratico per una lunga passeggiata sul bagnasciuga, con la “nostra” cagnolina felicissima, scodinzolante e totalmente indifferente al fatto che fosse inverno. Aria fresca, mare calmo, pochi passi intorno: una di quelle parentesi che non cambiano la vita, ma la rimettono momentaneamente in asse.
Morale della storia: le Smartbox non sono immortali, ma con un po’ di pazienza possono ancora regalare giornate che vale la pena ricordare. E Castagneto Carducci, anche fuori stagione, resta sempre una certezza.

venerdì 23 gennaio 2026

Guns N' Roses - Use Your Illusion II

 
 
Artista: Guns N' Roses
Anno: 1991
Tracce: 14
Formato CD
Acquista su Amazon 
 
E sì, l'altra genialata dei Guns è stata quella  di far uscire il doppio, in maniera separata nel solito periodo. Non una mossa commerciale, non un B side: qui abbiamo 14 tracce, 14 hit. Nell'altro 16. Non è un’appendice né una raccolta di scarti: è un disco con una personalità fortissimaTrenta canzoni per due album stratosferici in cui nessuna, neanche My World a concludere è infilata per riempire. Tra l'altro qui c'è Estranged (guardatevi il video) che con i suoi 9 minuti e passa era la canzone perfetta da mettere al Juke Box di Calamoresca in estate: stessi soldi, monopolio di quei pomeriggi al mare, fino al tramonto.
 
Use Your Illusion II è il lato più luminoso, più aperto e allo stesso tempo più “politico” dell’universo Guns. Se il primo capitolo era introspettivo, teso, quasi notturno, questo è l’album che guarda fuori, al mondo, e lo fa senza filtri. E il fatto che ti sia piaciuto tanto quanto il primo ha perfettamente senso: insieme formano un unico corpo, due facce della stessa ossessione.

La copertina, con la stessa opera artistica virata di blu, completa il dittico visivo: non è un sequel pigro, è un contraltare. Dove il giallo del primo suggeriva tensione e calore, il blu qui porta distanza, ampiezza, quasi una freddezza controllata. Insieme raccontano perfettamente la doppia anima della band in quel momento.
Musicalmente Use Your Illusion II è più vario e, paradossalmente, più accessibile. Ci sono aperture melodiche enormi, momenti epici, ma anche stoccate durissime. È il disco in cui i Guns dimostrano di saper reggere arrangiamenti complessi senza perdere identità. Slash continua a brillare, ma è l'unione degli strumenti della band a fare la differenza: tutto è più stratificato, più pensato, meno istintivo ma più ambizioso.
Axl Rose qui è completamente fuori dalla gabbia. Non solo canta, ma prende posizione: parla di guerra, razzismo, censura, ipocrisia mediatica. Non sempre con eleganza, spesso con rabbia pura, ma sempre mettendoci la faccia. Use Your Illusion II è il disco in cui i Guns smettono definitivamente di essere “solo” una rock band per diventare un megafono. Con tutti i rischi del caso.
A distanza di millenni musicali l disco resta sorprendentemente potente. Alcuni eccessi sono evidenti, certi momenti sono figli del loro tempo, ma l’energia e l’urgenza non sono mai venute meno. È un album che non cerca di essere perfetto: cerca di essere grande. E ci riesce.
Use Your Illusion II è l’altra metà indispensabile del puzzle. Se il primo era il conflitto interiore, questo è lo scontro con il mondo. Separati funzionano, ma insieme raccontano davvero chi erano i Guns N’ Roses nel loro momento più alto e più instabile.
E sì: amarli entrambi è probabilmente l’unico modo corretto di ascoltarli.

Guns N' Roses - Use Your Illusion I

 
Artista: Guns N' Roses
Anno: 1991
Tracce: 16
Formato CD
Acquista su Amazon 
 
Ho traccheggiato così tanto che non potevo più rimandare. Anche perchè poi viene fuori un qualcosa di troppo distaccato e freddo. E questo mi dispiace e mi blocca nuovamente. Però per i Guns non potevano mancare le recensioni (chiamiamole "due parole" ) sui loro album per me più importanti. Use Your Illusion I è il momento in cui i Guns entrano prepotentemente nella mia vita (era un Natale, lo ricordo perfettamente) mentre a livello globale smettono di essere “solo” una band hard rock e decidono di diventare un mondo a parte. Ambizioso, eccessivo, irregolare, a tratti persino arrogante: tutto vero. Ma è anche il disco in cui dimostrano di poter fare molto più di quanto chiunque si aspettasse da loro. E se è tra i miai preferiti, capisco benissimo quanto questo sia ovvio, automatico, scontato.
 
Nel 1991 i Guns sono al centro dell’universo rock. Potevano rifare Appetite For Destruction in versione extra-lucida e incassare facile. Invece pubblicano due album gemelli, mastodontici, pieni di deviazioni, di stili, di idee. Use Your Illusion I è la faccia più oscura, più blues, più introspettiva (per quanto possa esserlo una band così). Meno immediata del “fratello” II, ma più densa.
La copertina – il dettaglio raffaellico filtrato di giallo – è una scelta geniale: arte classica trasformata in icona pop, bellezza e tensione insieme. Dice chiaramente che qui non si parla più solo di strada, risse e riff: si parla di dramma, di ego, di caduta e ambizione.
 
Musicalmente è un disco enorme. Non perché suona “grosso”, ma perché non sta mai fermo. C’è hard rock sporco, blues, orchestrazioni, momenti quasi cinematografici. Slash è in stato di grazia: meno istintivo rispetto ad Appetite, più narrativo, più consapevole. Duff e Matt Sorum costruiscono una base solidissima, mentre Axl prende definitivamente il centro della scena. Qui non canta soltanto: interpreta, guida, provoca, si espone. A volte esagera, certo. Ma Use Your Illusion I non esisterebbe senza il suo ego fuori scala.
 
È anche un disco emotivamente pesante. Non ti prende a pugni e basta: ti logora, ti tira dentro dinamiche tossiche, relazioni finite male, rabbia, paranoia, senso di tradimento. È un album che non cerca di piacere: pretende attenzione. E se gliela dai, ti ripaga. Nel libretto con i testi molte parole erano di turpiloquio, interrotte dagli asterischi *** e già questo in un adolescente dell'epoca significava molto. 
Riascoltato oggi, Use Your Illusion I resta sorprendentemente vitale. Non è invecchiato come certi dischi “perfetti”: è rimasto vero proprio perché non trovo imperfezioni. È il suono di una band che sta bruciando tutto, anche se stessa, pur di non essere prevedibile.
In sintesi: Use Your Illusion I non è un album facile, né accomodante. È un disco di eccessi, di ambizioni smisurate, di talento portato al limite. Ma è anche uno dei ritratti più sinceri di cosa possano essere i Guns N’ Roses quando smettono di fare i duri e iniziano a mostrare le crepe.
Non è solo uno dei loro lavori migliori. È uno di quelli che, se ti prende, non ti molla più.

giovedì 22 gennaio 2026

U2 - October

 The band standing together, wearing coats
Artista: U2
Anno: 1981
Tracce: 11
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
Visto che ieri ho preso il via con ben tre album musicali, voglio proseguire questa strada, così magari nel 2026 abbassiamo la media film / articoli di VER che supera il 40% (40,337% fino al 2025)). Non ascolto solo hard rock, progressive o metal, o meglio non lo ho sempre fatto. Gli U2 sono un gruppo più nelle corde del mio amico Fatikkio (detto Bonovox per gli amici del web), ma anche di gettons (che oggi compie gli anni), sebbene anche lui vari molti su altri generi. Comunque eccoci qui.
October è il disco degli U2 che molti saltano. E fanno male. Perché è il loro album più fragile, più irrisolto, più umano. Non è un manifesto, non è uno slogan, non è uno stadio pieno che canta in coro. È una stanza piccola, luci basse, e una band giovane che si chiede chi diavolo sia e dove stia andando.
Uscito nel 1981, subito dopo Boy e prima di War, October nasce in un momento complicato: smarrimento creativo, crisi personali, dubbi profondi (anche spirituali) che rischiano seriamente di far saltare il gruppo. Non a caso molte parti furono scritte o ricostruite in fretta, alcune idee perse, altre appena abbozzate. Eppure – o forse proprio per questo – il disco respira sincerità da ogni poro.
La copertina è già una dichiarazione d’intenti: una band spalle al muro, sguardi bassi, colori smorti. Niente posa da rockstar, niente giovinezza esibita. October non vuole piacere: vuole sopravvivere. Ed è un disco che sembra sempre sul punto di spezzarsi, ma non lo fa mai davvero.
Musicalmente è un album introverso, quasi timido. The Edge usa la chitarra come uno strumento atmosferico più che melodico, Larry (Mullen)  suona con una sobrietà quasi trattenuta, Adam Clayton costruisce fondamenta discrete ma essenziali. E Bono… Bono qui non è ancora “Bono”. È una voce che cerca, che domanda, che spesso non ha risposte. Ed è proprio questo il suo punto di forza.
I testi sono attraversati da una tensione costante tra fede, dubbio, paura di perdersi. Ma attenzione: non è un disco religioso in senso predicatorio. È un disco spiritualmente inquieto, che parla più di incertezza che di certezze. E questo lo rende molto più interessante di quanto gli venga solitamente riconosciuto.
October è anche l’album meno immediato degli U2, quello che non ti prende per mano. Va ascoltato senza aspettarsi “l’inno”, senza cercare il colpo ad effetto. È un lavoro di atmosfera, di silenzi, di spazi vuoti. Un disco che sembra sempre trattenere il fiato.
Riascoltato oggi, October suona come una fotografia sfocata ma autentica di una band prima della trasformazione. Qui non ci sono ancora i grandi temi universali, c’è il travaglio personale. Ed è affascinante proprio perché non è risolto, non è definitivo.
In conclusione: October non è un classico nel senso canonico del termine. È un passaggio, una crepa, un momento di vulnerabilità. Ma senza October non esisterebbero gli U2 che verranno dopo. È il disco in cui imparano che per parlare al mondo, prima bisogna fare i conti con se stessi.
E non è poco, per una band di ventenni.

mercoledì 21 gennaio 2026

Juventus 2 - Benfica 0

Risultato e partita entrambi positivi. Prima il risultato perché dovevamo vincere, raccogliere i tre punti, salire in classifica scavalcando posizioni e lo abbiamo fatto. Poi la partita, che nonostante numerosi errori e disattenzioni, è stata giocata nel modo giusto. La prima parte del primo tempo a spingere anche se non in maniera proprio efficace, poi un calo ed il Benfica che prende piglio e anche se non sale in cattedra, risulta più pericolosa. La ripresa parte decisamente meglio ed in quindici minuti sigliamo due reti e prendiamo più fiducia sbagliando molto meno. Il Benfica prova comunque ad accorciare, ma sbaglia pure un rigore, mentre non mancano le folate offensive juventine. Una partita importante che abbiamo sia vinto che giocato. 

Deep Purple - Machine Head

 
Autore: Deep Purple
Anno: 1972
Tracce: 7
Formato: CD
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Ok, per oggi la smetto, prometto. Anche se non ne sono sicuro... Sempre per non rimbalzare e restare nel solito anno, che ho scelto casualmente, perchè non tornare anche sui Deep Purple? Machine Head è uno di quei dischi che non si limitano a essere grandi:

Uscito nel 1972, è l’album della consacrazione definitiva della Mark II: Gillan, Blackmore, Lord, Glover, Paice. Una formazione che qui gira a regime massimo, senza una sbavatura, senza un attimo di esitazione. Machine Head è potenza, tecnica e immediatezza fuse insieme come raramente accade.

La genesi del disco è ormai leggenda: l’incendio del Montreux Casino, lo studio mobile dei Rolling Stones parcheggiato fuori, registrazioni fatte quasi di corsa. Ma invece di suonare come un album raffazzonato, Machine Head suona incredibilmente compatto, affilato, vivo. Altro che emergenza: qui c’è fame.

La copertina, metallica e riflettente, è perfettamente in linea con il contenuto: fredda, industriale, essenziale. Niente misticismi, niente fantasy. Questo è un disco urbano, notturno, da strada e amplificatori tirati al limite.

Musicalmente siamo davanti a un manuale non scritto dell’hard rock. Ritchie Blackmore sforna riff che diventano archetipi, Jon Lord fa ringhiare l’Hammond come se fosse una chitarra aggiuntiva, Paice è una macchina ritmica elegante e micidiale. Gillan canta come se avesse sempre qualcosa da dimostrare, e Geezer Glover – pardon, Roger Glover – tiene tutto insieme con una solidità spesso sottovalutata.

“Smoke on the Water” è talmente famosa (l'unica canzone che so suonare con qualsiasi strumento che abbia le corde) da rischiare di schiacciare il resto, ma il bello è che il resto non si lascia schiacciare affatto. Machine Head funziona come album, non come raccolta di singoli: accelera, rallenta, picchia duro e poi ti prende per il bavero con groove blues e momenti quasi rilassati, senza mai perdere tensione.

Riascoltato oggi, il disco non ha bisogno di contestualizzazioni storiche o giustificazioni nostalgiche. Suona ancora dannatamente bene. Perché è suonato da una band che sa esattamente cosa sta facendo, e lo fa meglio di chiunque altro in quel momento.

In conclusione, Machine Head non è solo uno dei grandi dischi dei Deep Purple: è uno dei pilastri dell’hard rock. Un album che unisce virtuosismo e immediatezza senza diventare autoreferenziale. Un classico vero, non per decreto, ma per sopravvivenza.

Black Sabbath - Vol. 4

 
Autore: Black Sabbath
Anno: 1972
Tracce: 10
Formato: CD
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Ormai cavalco questa onda musicale che sta colpendo VER e ne approfitto per aumentare la percentuale di articoli sugli album. Ne ho diversi già pronti ed in cantiere, ma ascoltando giusto pochi minuti Foxtrot dei Genesis, mi sono venuti in mente i Black Sabbath che proprio negli stessi anni imperversavano con musica e stili completamente differenti da un lato, ma non poi così contrapposti. Vol. 4 è il disco in cui i Black Sabbath, invece di rifare la formula vincente di Paranoid e Master of Reality (potevo parlare di questo, ma mi piaceva più l'idea di scegliere un album uscito nel solito anno di Foxtrot), decidono di complicarsi la vita. E fanno benissimo. È l’album meno “compatto”, meno immediato, più sbilenco della loro prima fase. Ed è proprio per questo uno dei più affascinanti.
Siamo nel 1972, a Los Angeles, e l’atmosfera è… come dire… poco salutista. I Sabbath sono all’apice del successo, pieni di soldi, completamente fuori controllo. Vol. 4 è figlio diretto di questo caos: un disco eccessivo, gonfio, a tratti confuso, ma incredibilmente umano. Qui non c’è più solo l’oscurità monolitica degli inizi: ci sono crepe, deviazioni, momenti quasi fragili.
La copertina, con Ozzy che sembra levitare in una posa a metà tra il mistico e l’esausto, è un’altra dichiarazione involontaria di intenti. Non è minacciosa come le precedenti, è straniante. Ti avvisa che questo non sarà un viaggio lineare. E infatti Vol. 4 non segue una direzione precisa: cambia umore, ritmo, pelle. A volte nello stesso brano.
Musicalmente è il disco in cui Iommi inizia a guardarsi attorno: riff giganteschi sì, ma anche aperture melodiche, rallentamenti quasi doom ante-litteram, improvvise accelerazioni. Geezer Butler continua a scrivere testi cupi, ma più introspettivi, meno “apocalittici”. Bill Ward suona come uno che ama il jazz ma è intrappolato in una band metal – e la cosa funziona alla grande. Ozzy, invece, è sempre più un’ombra instabile: non guida il disco, lo attraversa. E questo lo rende ancora più inquietante.
Vol. 4 è anche il primo vero album “sperimentale” dei Sabbath. Non tutto è perfettamente a fuoco, alcune idee sembrano buttate lì di getto, ma proprio questa imperfezione gli dà carattere. È un disco che respira, suda, sbaglia. Non cerca l’epica assoluta, cerca l’espressione.
Riascoltato oggi, Vol. 4 suona come un ponte: da una parte i Sabbath primordiali, dall’altra tutto quello che verrà dopo. Doom, sludge, stoner… qui c’è già tutto in embrione. Non è il loro album più iconico, ma è forse quello che dice di più sulla band come esseri umani, non come monumenti.
In conclusione: Vol. 4 non è il Sabbath più feroce né il più “perfetto”. È il Sabbath più vulnerabile. Un disco storto, pesante, a tratti magnifico e a tratti sfinito. Proprio come loro in quel momento. E forse anche per questo, incredibilmente vero.

Genesis - Foxtrot

 
Autore: Genesis
Anno: 1972
Trace: 6
Formato: vinile
Acquista su Amazon 
 
I Genesis so chi sono, ma non li conosco. O meglio, il mio sapere nei loro confronti è davvero poco e si limita qualche traccia sparsa ad esclusione di Foxtrot, unico loro album di cui possiedo gelosamente anche la versione in vinile. Perchè? Non c'è una motivazione, nè particolare, nè generale.  E' semplicemente così e per questa recensione, mi son pure fatto aiutare da VIKI perchè, mentre li riascoltavo sentivo che mi mancava qualcosa di più tecnico e storico per concludere l'articolo.  Foxtrot è il disco in cui i Genesis smettono di chiedere permesso e iniziano a occupare spazio. Tanto spazio. È il momento in cui il gruppo prende definitivamente la rincorsa e si lancia nel progressive “serio”, quello ambizioso, colto, un filo pomposo ma irresistibile. E sì, anche un po’ folle. Ma è una follia calcolata.
Siamo nel 1972: Peter Gabriel comincia a trasformarsi nel profeta mascherato che tutti conosciamo, Tony Banks erige cattedrali con le tastiere, Hackett infila la chitarra in territori che allora sembravano fantascienza, Rutherford e Collins tengono insieme tutto con una precisione quasi sospetta. Il risultato è un album che non ha paura di sembrare troppo. Troppo lungo, troppo complesso, troppo barocco. Ed è proprio per questo che funziona.
La copertina è già un manifesto: quella volpe in abito rosso, elegante e inquietante, sembra uscita da una fiaba dei fratelli Grimm raccontata dopo una nottata pesante. È l’immagine perfetta per la musica che c’è dentro: fiabesca, teatrale, ma con una vena sinistra che non ti lascia mai del tutto tranquillo. Non è decorazione, è atmosfera. Forse è anche il motivo per cui decisi di acquistare il vinile invece del CD.
Foxtrot è un disco che va ascoltato come un racconto, non come una raccolta di canzoni. Ogni brano è un capitolo con un suo carattere preciso, ma il vero collante è l’idea di fondo: la musica come viaggio, come messa in scena. Non c’è nulla di radiofonico, nulla di accomodante. Qui i Genesis parlano a chi ha voglia di seguirli, non a chi cerca il ritornello da canticchiare.
E poi c’è “Supper’s Ready”, che più che una canzone è un evento. Ventitré minuti che ancora oggi mettono in imbarazzo metà delle band progressive venute dopo. Bibbia, Apocalisse, surrealismo inglese, ironia sottile e momenti di pura epica musicale: tutto insieme, senza chiedere scusa. È il cuore dell’album, ma non lo schiaccia: Foxtrot regge benissimo anche tutto ciò che gli gira attorno, segno di una band già sorprendentemente matura.
Riascoltato oggi, Foxtrot non suona affatto come un reperto da museo. Certo, è figlio del suo tempo, ma non è invecchiato male: anzi, sembra quasi più libero di tanta musica contemporanea, spesso terrorizzata dall’idea di osare. Qui invece si osa eccome, con una naturalezza disarmante.
In breve: Foxtrot non è solo uno dei grandi dischi dei Genesis, è uno di quei lavori che spiegano perché il progressive rock, quando è fatto bene, non è mai stato un semplice esercizio di stile. È immaginazione pura, messa su vinile. E una volta entrati nel bosco, con quella volpe che ti guarda storto, uscire non è poi così urgente.

lunedì 19 gennaio 2026

Savatage - Handful Of Rain

 
Autore: Savatage
Anno: 1994
Tracce: 10
Formato: CD
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Handful of Rain esce nel 1994 ed è uno di quei dischi che, se ami davvero i Savatage, prima o poi ti si incastrano sotto pelle. Non ti prende a schiaffi come Sirens, non ti travolge con l’ambizione di Streets, ma lavora più in profondità. È un album crepuscolare, introspettivo, segnato da un’assenza che pesa come un macigno: quella di Criss Oliva.

La sua morte aleggia ovunque, anche quando non viene mai nominata apertamente. Eppure Handful of Rain non è un disco funerario. È piuttosto un album di resistenza emotiva, il tentativo di andare avanti senza tradire ciò che i Savatage sono stati. Jon Oliva prende il timone in modo totale, artistico e spirituale, e lo fa senza cercare scorciatoie o facili mitizzazioni.

La copertina è già una dichiarazione d’intenti: pioggia, colori spenti, un’atmosfera malinconica ma mai disperata. Non c’è teatralità eccessiva, non c’è l’epica barocca che arriverà dopo. Qui domina una sensazione di stanchezza lucida, di consapevolezza adulta. È una cover che non vuole sedurre, ma prepararti.

Musicalmente il disco segna una svolta netta. Handful of Rain è più diretto, più compatto, meno stratificato rispetto ai lavori precedenti. Le orchestrazioni e gli elementi progressivi restano sullo sfondo, mentre emerge un heavy metal solido, oscuro, a tratti quasi rabbioso. È come se la band avesse deciso di spogliarsi degli orpelli per concentrarsi sull’essenziale: riff, atmosfera, peso emotivo.

Stevens, alla voce, è il vero fulcro del disco. Non cerca la perfezione tecnica, ma l’espressività. Canta spesso al limite, con una tensione palpabile, e proprio per questo risulta autentico. Qui non c’è alcun tentativo di “sostituire” Criss: la sua chitarra non viene imitata, viene onorata andando altrove. Una scelta coraggiosa, che all’epoca spiazzò molti fan ma che oggi appare inevitabile.

Riascoltato oggi, Handful of Rain è un album che cresce col tempo. Non è immediato, non è accomodante, e forse per questo è stato a lungo sottovalutato. Ma è uno dei dischi più sinceri dei Savatage, uno di quelli in cui senti davvero la band fare i conti con se stessa. È il suono di una ferita ancora aperta, ma anche della volontà di non fermarsi.

Non è il Savatage più spettacolare, né il più celebrato. Ma è uno dei più veri. Un disco che non cerca consenso, che non ammicca, che non semplifica il dolore. Handful of Rain è questo: una manciata di pioggia, sì, ma anche la prova che i Savatage, nel loro momento più buio, hanno scelto di restare fedeli a se stessi. E non è poco.

domenica 18 gennaio 2026

Palio di Buti 2026

 
La tradizioni ci piacciono perchè legano e danno u senso di genuinità che spesso diamo per scontato o peggio dimentichiamo. Quindi tornare via via a Buti per assistere al caratteristico palio del paese è sempre un'emozione. Ospiti della famiglia Roikin, arriviamo abbondantemente in tempo prima che inizi la classica sfilata storica, che viene vinta da San Nicolao (cioè "noi"). Un buon premio di consolazione visto che il palio vero e proprio invece andrà in mano alla Pievania. Ma non piangiamo sul latte versato, anche il premio per la sfilata è importante in quanto sono molte le persone coinvolte che lavorano da mesi al tema, al suo sviluppo ed ai costumi. Comunque, dopo la rappresentazione storica è tempo per un giro in piazza tra i bar per gli aperitivi prima del pranzo. E poi eccoci a conquistare i posti sulle tribune per vedere la gara. Siamo nella prima batteria, ma arrivando terzi (che sarebbe ultimi, senza indorare troppo il discorso) i giochi terminano praticamente subito, non fosse per il fatto che c'è comunque da gufare almeno contro San Rocco. E sì, ha funzionato.
 
Album fotografico Palio di Buti 2026 

sabato 17 gennaio 2026

La Grazia (2025)

 
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2025
Titolo originale: La Grazia
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (7.5)
Pagina di I Check Movies
 
 

Con La Grazia, Paolo Sorrentino torna a interpellare il pubblico con quella maestria estetica che ormai è diventata il suo marchio di fabbrica, confermando una maturità artistica capace di sintetizzare perfettamente  una narrazione più distesa. Il film cattura attimi quotidiani della più alta Autorità dello Stato, omaggiandoli della propria visione del mondo con una profondità che pochi altri autori contemporanei sanno toccare. Ho trovato il lavoro estremamente interessante, capace di muoversi su un filo sottile di ironia senza mai scivolare nell'eccesso. È una pellicola che scorre con una naturalezza sorprendente, evitando di risultare pesante o didascalica anche quando affronta temi che potrebbero facilmente prestarsi a derive politiche o eccessivamente drammatiche.

​Il piacere della visione deriva in gran parte da dialoghi ben costruiti, che sanno essere pungenti e profondi al tempo stesso, sostenuti da una fotografia e un montaggio che dimostrano come Sorrentino padroneggi totalmente il mezzo cinematografico. Ogni inquadratura è un quadro, ogni stacco ha un ritmo che accompagna lo spettatore senza mai affaticarlo. Certo, non mancano quei piccoli peccati di autocompiacimento tipici del suo stile: alcune scene appaiono forse fini a sé stesse, momenti di puro esercizio estetico che sembrano messi lì più per il piacere della visione che per una reale necessità narrativa. Anche certe scelte provocatorie, come il tocco del Papa nero, sembrano inserite appositamente per far discutere o per il gusto di osare, quasi a voler ribadire una totale libertà creativa.

​Tuttavia, queste divagazioni non intaccano la solidità di un film che resta davvero piacevole. Si percepisce un desiderio di raccontare che prevale sul bisogno di stupire a tutti i costi, rendendo l'opera più umana e meno barocca rispetto ad alcuni lavori passati. La Grazia riesce a essere un'esperienza sensoriale completa, dove la ricerca visiva si sposa con una riflessione sulla vita che non cerca mai di imporre risposte precostituite. È un cinema che respira e che, nonostante qualche ammiccamento di troppo alla propria stessa leggenda, conferma la capacità del regista di trasformare la realtà in qualcosa di magico e, appunto, colmo di grazia.

venerdì 16 gennaio 2026

Bruce Dickinson - Tattooed Millionaire


 
Autore: Bruce Dickinson
Anno: 1990
Tracce: 10
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
 

Tattooed Millionaire esce nel 1990 ed è, prima di tutto, una dichiarazione di libertà. Bruce Dickinson che si allontana dagli Iron Maiden (temporaneamente, anche se allora nessuno poteva saperlo) e decide di fare qualcosa che non deve dimostrare nulla a nessuno, se non a se stesso. E già questo, per un vocalist spesso ingabbiato nell’icona heavy metal, è un mezzo atto rivoluzionario.

La premessa personale conta, eccome. Da grande fan dei Maiden è quasi inevitabile rimanere più legati al gruppo che alle carriere soliste dei singoli membri. È successo anche qui: gli album solisti di Dickinson sono arrivati dopo, scoperti e recuperati a inizio anni Duemila, quando i dischi degli Iron Maiden usciti fino ad allora erano già stati ascoltati a ripetizione, assimilati, fatti propri. E forse proprio per questo l’impatto è stato più forte.

Tattooed Millionaire non prova mai a essere un “disco dei Maiden senza Maiden”. È un’altra cosa, e lo dichiara subito senza ambiguità.

La copertina è esplicita, quasi provocatoria: Bruce in primo piano, tatuato, atteggiamento da rocker più che da profeta dell’heavy metal. Nessuna epica, nessun immaginario fantasy o bellico. Qui si parla di ego, successo, eccessi, rock’n’roll vissuto e osservato con un certo sarcasmo. All’epoca fece storcere più di un naso, ma col senno di poi è perfettamente coerente con il contenuto. Ed io ho avuto la "fortuna" di poterlo vivere parecchio dopo.

Musicalmente il disco sorprende, o spiazza, a seconda delle aspettative. Tattooed Millionaire è hard rock diretto, con forti influenze glam e street rock, molto più vicino all’hard rock americano di fine anni Ottanta che all’heavy metal classico. Qui Bruce canta in modo più sciolto, meno teatrale, a tratti persino scanzonato. Dimostra una cosa fondamentale: non è solo la voce degli Iron Maiden, ma un cantante rock completo, capace di adattarsi senza perdere identità.

Il disco punta sull’immediatezza, sull’energia fisica, sui riff e sui ritornelli che funzionano dal vivo. Con lui c'è anche Jenick Gers. Non cerca profondità concettuali né messaggi solenni. È un album che vive di attitudine, più da palco che da cattedrale metal. E proprio per questo, riascoltato oggi, risulta onesto: non finge di essere qualcosa che non è.

Col senno di poi, Tattooed Millionaire acquista ancora più senso se messo a confronto con ciò che verrà dopo. Le successive avventure soliste di Dickinson mostreranno una voglia di sperimentare spesso più interessante di quanto fatto dagli Iron Maiden nello stesso periodo senza di lui. Ed è difficile non notarlo: Bruce fuori dai Maiden ha osato, cambiato pelle, rischiato. Gli Iron senza Bruce, invece, hanno spesso dato l’impressione di muoversi in modo più conservativo.

Non è un capolavoro assoluto, né pretende di esserlo. Tattooed Millionaire è un disco imperfetto ma sincero, figlio di un momento preciso e di una necessità personale prima ancora che artistica. È il suono di un cantante che, per la prima volta, si guarda allo specchio senza Eddie alle spalle. E scopre di poter stare in piedi da solo.

Un debutto solista che non chiede il permesso, non cerca paragoni e che, proprio per questo, merita di essere riscoperto senza pregiudizi. Anche — e forse soprattutto — da chi è sempre stato, prima di tutto, un fan degli Iron Maiden.

giovedì 15 gennaio 2026

Aggiornamento Oxygenos 14.0.0.1902 (LE2123 B20P02)


Ancora un aggiornamento per OnePlus 9 Pro, e anche stavolta non parliamo di briciole. Arriva OxygenOS 14 con la build B20P02 (BRB1GDPR), pacchetto da 223 MB, quindi qualcosa di più sostanzioso rispetto ai micro-update delle settimane scorse.
Le note ufficiali sono essenziali, quasi zen:
“Migliora la stabilità del sistema.”
Niente elenco infinito di novità, nessuna promessa roboante. Però il punto è un altro: la continuità.
Siamo davanti a uno smartphone che non è più di primo pelo, eppure OnePlus continua a rilasciare aggiornamenti con una frequenza che molti concorrenti si sognano. Magari non cambia l’esperienza d’uso da un giorno all’altro, ma raffina, sistema, leviga. Ed è esattamente quello che dovrebbe fare un buon supporto software.
In un panorama Android dove spesso il vero update è “comprati il modello nuovo”, il 9 Pro resta lì, aggiornato e sorprendentemente vivo. E non è affatto poco.

mercoledì 14 gennaio 2026

Hotel Artemis (2018)

 
Regia: Drew Pearce
Anno: 2018
Titolo originale: Hotel Artemis
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (6.1)
Pagina di I Check Movies
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Quando ci si approccia a un film come Hotel Artemis, capita spesso di provare quella sensazione ambivalente legata al cast: ci sono momenti in cui, vedendo apparire un volto di uno spessore immenso come quello di Jodie Foster, dici con serenità "Ah, che bello, c’è anche lei!". Ti aspetti che la sua presenza sia il marchio di garanzia su un’opera memorabile. Altre volte, invece, procedendo nella visione, ti ritrovi a sentenziare con un pizzico di rammarico: "Ma guarda te cosa si è messa a fare". Con questo non voglio dire che il film sia brutto in senso assoluto, ma rimane addosso quella sensazione di un’occasione sprecata, di un talento monumentale prestato a una causa che non lo valorizza fino in fondo.

​L’idea alla base della pellicola è senza dubbio intrigante, pur richiamando inevitabilmente quell'immaginario dell'albergo-rifugio per criminali già visto e apprezzato nella saga di John Wick con il Continental. L'ambientazione in una Los Angeles distopica e futuristica, sconvolta dalle rivolte per l'acqua, offre una cornice suggestiva per questo ospedale clandestino dove vige un rigido codice di condotta. Tuttavia, nonostante le premesse, il film non riesce mai a decollare davvero e lo trovo, in fin dei conti, "niente di che". Il limite principale risiede nella mancanza di spessore e di approfondimento: la trama scorre via senza mai scavare troppo sotto la superficie, lasciando lo spettatore con più domande che risposte sulle motivazioni dei protagonisti.

​Il film mette in campo una serie di personaggi che sulla carta avrebbero potuto essere affascinanti, ma che finiscono per affollare la narrazione senza essere delineati a dovere. Sarebbe stato meglio ridurne il numero se mancava lo spazio o il tempo per dar loro una vera identità e un arco narrativo compiuto. Invece, ci si ritrova davanti a un mosaico di figure che entrano ed escono dall'inquadratura senza lasciare un segno profondo, rendendo il ritmo a tratti frammentato. Rimane un’opera stilisticamente curata, con una fotografia interessante e un’atmosfera cupa che cattura l’occhio, ma che purtroppo non riesce a colmare i vuoti di una sceneggiatura un po' troppo esile per le ambizioni che sembrava avere inizialmente.


martedì 13 gennaio 2026

Teatro dei Concordi - La Strana Coppia

 

Domenica  sono stato al Teatro dei Concordi di Campiglia Marittima per assistere alla messa in scena di La Strana Coppia e questo merita un piccolo approfondimento. 

​Si tratta della rivisitazione al femminile del celebre capolavoro di Neil Simon (scritto originariamente nel 1965 per una coppia maschile e poi riadattato dallo stesso autore negli anni '80). La trama gioca sull'eterno scontro tra due personalità agli antipodi: l'ordine maniacale e il caos creativo, che si ritrovano a dover condividere forzatamente lo stesso tetto.

​Lo spettacolo, diretto da Gaia Bastianon e Mark Eaton, ha visto sul palco un cast energico composto da Elena Bellandi, Gaia Bastianon, Anna Bastiani, Ludovica Bertagni, Marco Bruciati, Simone Catalucci e Marta Gatti.

​Il punto di vista di Zizzi

​Dopo la visione, ho raccolto questa riflessione di Zizzi, che mette in discussione l'efficacia del "ribaltamento" dei ruoli in questa specifica opera:

​"[...] Ma il fatto che convivano due uomini sicuramente può già suscitare più ilarità della convivenza di due donne un po' isteriche con amiche nevrotiche... Non voglio generalizzare, ma uno spettacolo teatrale è generalizzante di suo [...] 

​Le donne di fronte ad un problema di una di loro ne godono alquanto e per natura sono più gregarie perché abituate a lavorare insieme. Gli uomini sono molto più empatici tra di loro in fatto di problemi sentimentali, ma non sono abituati a stare a stretto contatto con altri uomini, preferiscono l'individualità... Quindi ribaltare la storia al femminile ha già un meccanismo che non ingrana di fondo.

​Poi la mancanza di battute intelligenti in dialoghi così lenti ha condito il tutto. Peccato perché secondo me erano brave, non eccellenti, ma brave. Forse era semplicemente meglio far recitare loro un'altra opera teatrale. Riadattare spesso comporta grossi errori non scontati come in questo caso... secondo me."


​Qualche link utile per approfondire:


lunedì 12 gennaio 2026

Juventus 5 - Cremonese 0

 
Vittoria da conquistare con i denti ed a tutti i costi per riuscire a riprendere un po' di terreno su tutte quelle che ci stanno davanti. Però lo facciamo con poca fatica, o meglio con il giusto atteggiamento fin da subito. Squadra votata all'attacco a partire dal calcio d'inizio. Poi subito un palo (David che segnerà dopo ), il vantaggio con deviazione fortuita (Bremer), il raddoppio, il rigore contro ritirato con il VAR, e quello a favore (sbagliato, ma ribattuto a rete da Yildiz)... Insomma è girato tutto bene, ma abbiamo sempre spinto. Gli audaci vengono aiutati dalla Dea Bendata quando serve, ma appunto serve audacia. Ed il primo tempo ha messo già il risultato in cassaforte, con ampio vantaggio. La ripresa non è da meno: subito forte subito rete (del texano o quasi). Quando sembra che la partita si addormenti rieccoci in avanti e questa non ci sono dubbi: il cowboy segna la cinquina. C'è poi spazio anche per una bella parata di Di Gregorio e altre azioni offensive bianconere. Vittoria fondamentale per punti, fiducia e gioco creato. 

domenica 11 gennaio 2026

Weekend trekking e teatro

 
Classico articolo veloce, più che da diario, da lista della spesa. Per ricordare fatti, luoghi e persone in questo weekend. Nonostante lo stop di gite per rifiatare e ricaricare, non si può stare fermi. Così il sabato, tra grandi manovre e pulizie casalinghe (una semplice lavatrice) e dopo essere andato a correre (prima ripresa del 2026 con soli 5km) è la volta di dedicarsi al trekking. Sul nostro promontorio, nonostante il vento che soffia talmente forte da aver strappato i cappotti ai palazzi di Piomba. La meta è comunque suggestiva e potente: Buca delle Fate al tramonto. Inutile descriverla, visto che ho detto che l'articolo sarebbe stato breve ed anaffettivo. Il ritorno è al buio con le luci del telefono e Nera che ci faceva strada senza abbaiare. Cena con orata al forno e verdure passate nel top ristorante della Val di Cornia: da Zizzi. La domenica, con il sole e poco vento, ci dirigiamo a Montebamboli per salutare pecore piemontesi qui in villeggiatura e fare un anello, questa volta guidato da Zizzi stessa, wild ed assolutamente improvvisato e quindi naturalissimo. Pomeriggio invece dedicato alla cultura con commedia (un po' tediosa e ridondante) al Teatro dei Concordi di Campiglia Marittima. Forse per il freddo, forse per la fine della giornata, non me la sono goduta troppo. 

venerdì 9 gennaio 2026

Metallica - Master Of Puppets

 Master Of Puppets (Remastered)
Autore: Metallica
Anno: 1986
Tracce: 8
Formato: CD
Acquista su Amazon 
 
Deh, ogni volta che mi vedo uno short di tale Caravaggio su Youtube, mi si aprono mille ricordi. Ed eccoci qua a parlare ancora (troppo poco in realtà) dei Metallica.  Parlare di Master of Puppets significa confrontarsi con quello che molti considerano il monolite definitivo del metal, un'opera talmente imponente da trascendere i confini del genere per entrare di diritto nella storia della musica del Novecento. Per me è un album arrivato successivamente, per riscoprire il gruppo dopo che ero partito con il Black Album del 91: c'è sempre stato quel senso di apprezzamento profondo che non sfocia mai in un amore assoluto, perché descrive perfettamente l'impatto che i Metallica di quegli anni potevano avere su di me, ovvero una macchina da guerra tecnica e compositiva che incute quasi timore per la sua perfezione formale. Se con gli Iron Maiden mi sentivo al caldo della mia comfort zone, con questo album del 1986 entriamo in una cattedrale di cemento e acciaio, dove ogni nota è incastrata in un’architettura sonora complessa e implacabile che non lascia spazio all'improvvisazione.
​L'album si apre con l'ingannevole delicatezza acustica di Battery, che in pochi secondi esplode in un assalto sonoro che definisce i canoni del thrash metal, ma è nella title track che i Metallica firmano il loro testamento artistico. Master of Puppets è una suite monumentale che alterna una violenza ritmica chirurgica a un intermezzo melodico di rara bellezza, dove le chitarre di James Hetfield e Kirk Hammett si intrecciano in armonie che sembrano quasi musica classica prestata alla distorsione. È un disco che parla di controllo, di manipolazione e di dipendenza, temi che vengono sviscerati attraverso strutture narrative che rifiutano la classica forma canzone per esplorare territori più progressivi e articolati.
​Il cuore pulsante dell'opera resta però il contributo di Cliff Burton, il cui basso non si limita a seguire la batteria, ma diventa uno strumento solista, fluido e colto, capace di elevare brani come Orion a vette di puro lirismo strumentale. È proprio questa tensione tra la furia cieca di pezzi come Damage, Inc. e la costruzione quasi sinfonica di Welcome Home (Sanitarium) a rendere l'ascolto un'esperienza totalizzante, un viaggio oscuro nei meandri della psiche umana sorretto da una produzione che, per l'epoca, risultava incredibilmente nitida e potente. Anche per chi non ha mai giurato fedeltà eterna ai Metallica, Master of Puppets rimane un passaggio obbligato, un "must to listen" perché rappresenta il momento irripetibile in cui l'aggressività giovanile ha incontrato una visione artistica superiore, cambiando per sempre le regole del gioco e dimostrando che si poteva essere estremi senza rinunciare a una scrittura di altissimo livello.

giovedì 8 gennaio 2026

Il Ribelle - Starred Up (2013)

 
Regia: David Mackenzie
Anno: 2013
Titolo originale: Starred Up
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.3)
Pagina di I Check Movies
 Iscriviti a Prime Video 
 
 

Il Ribelle (titolo originale Starred Up) è uno di quei film che colpiscono allo stomaco non solo per la brutalità delle immagini, ma per la tensione emotiva costante che riesce a trasmettere. Ambientato tra le mura di un carcere britannico ad alta sicurezza, il film racconta il passaggio di Eric, un giovane ultra-violento, dal riformatorio alla prigione per adulti, dove ritrova il padre, Neville, detenuto da lungo tempo. Nonostante io non sia un amante dei film che fanno della guerra o dello scontro fisico il loro unico motore (mi piacciono violenti, ma non quando questa componente è fine a se stessa), in questo caso ho trovato una profondità rara, merito soprattutto di un rapporto padre-figlio che costituisce il vero cuore pulsante dell’opera. È un legame viscerale, distorto, che dà un senso fortissimo a ogni inquadratura: vedere questi due uomini cercare di comunicare in un ambiente che nega ogni forma di affetto è un’esperienza potente e, a tratti, commovente nella sua tragicità.

​Ciò che rende il film estremamente autentico è la gestione della violenza. Spesso i protagonisti agiscono spinti da una rabbia cieca e da problemi di controllo che li portano a compiere scelte che, viste dall'esterno, appaiono stupide o autolesioniste. Eppure, nel contesto claustrofobico e spietato della prigione, questa impulsività risulta terribilmente realistica. Non c’è gloria nel loro modo di combattere, ma solo il riflesso di un’esistenza passata a difendersi da tutto e tutti. Il regista David Mackenzie evita abilmente i cliché del genere "prison movie" per concentrarsi su una sorta di studio antropologico: la prigione diventa un ecosistema dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di soffocare o esplodere, e dove il supporto psicologico cerca faticosamente di farsi strada tra l'indifferenza delle istituzioni e la ferocia dei detenuti.

​L'interpretazione di Jack O'Connell (mi ha riportato ai tempi di Skins), nei panni di Eric, è magnetica e trasmette perfettamente quel senso di pericolo costante tipico di chi non ha più nulla da perdere, mentre Ben Mendelsohn, nel ruolo del padre, offre una prova magistrale fatta di sguardi e silenzi carichi di rimpianto. È un film che non fa sconti e che mostra come la violenza sia spesso l'unico linguaggio conosciuto da chi è cresciuto senza una guida, ma suggerisce anche che, perfino nell'oscurità più profonda di una cella, il bisogno di un riconoscimento paterno e di un'identità rimane l'ultima ancora di salvezza. È un’opera cruda, vera, che mi ha lasciato addosso un senso di riflessione profonda sulla natura della rabbia e sulla possibilità, sempre così fragile, di spezzare il cerchio dell'odio

Satispay lancia "Investimenti"

 

Chi mi segue sa che sono un grande fan della semplicità. Per questo uso regolarmente Satispay per i piccoli pagamenti quotidiani, dalle colazioni agli scambi di denaro con gli amici (solo con Funflus praticamente) . Ultimamente mi sono trovato molto bene anche con il loro Salvadanaio remunerato: un modo comodo per mettere da parte qualcosa e vederlo crescere senza sforzo.

​Tuttavia, aprendo l'app oggi, la novità è un’altra: è arrivata la sezione Investimenti. Satispay ha deciso di fare il "grande salto", proponendo tre diversi profili per far fruttare i nostri risparmi nel tempo. Mi sono fatto aiutare da VIKI per avere più chiarezza a riguardo:

​Come funziona la nuova sezione?

​L'idea è quella di rendere l'investimento accessibile a tutti, suddividendo l'offerta in tre strade principali, a seconda di quanto tempo vuoi lasciare lì i tuoi soldi e di quanto rischio sei disposto a correre:

  1. Satispay Obbligazionario: Pensato per il breve termine (1 anno o più). È il profilo più cauto, focalizzato su titoli di stato e obbligazioni.
  2. Satispay Bilanciato: Per il medio termine (3 anni o più). Un mix tra obbligazioni e azioni globali per chi cerca una via di mezzo.
  3. Satispay Azionario Globale: Per il lungo termine (5 anni o più). Qui il potenziale di crescita è alto, ma lo è anche il rischio, puntando forte sulle azioni.

​Perché sono ancora un po' titubante?

​Lo dico con estrema onestà: nonostante la comodità dell'app, non sono ancora certo di fare questo passo. Il motivo è semplice: non amo il rischio, nemmeno quando viene definito "minimo". Quando si parla dei propri risparmi, la prudenza non è mai troppa e preferisco muovermi solo quando mi sento sicuro al 100%. Come recita il disclaimer in fondo alla loro comunicazione (sempre meglio leggerlo!): il capitale non è garantito. Ed è proprio questo il punto che mi fa riflettere.

​Il mio prossimo passo? Forse le obbligazioni

​Se dovessi decidere di dare una possibilità a questo nuovo strumento, credo che inizierei dalla versione Obbligazionaria.

​È quella che più si avvicina al mio profilo attuale: un orizzonte temporale breve e un rischio basso. Potrebbe essere un modo per testare la piattaforma senza allontanarmi troppo dalla mia "comfort zone" finanziaria, lasciando i profili bilanciati e azionari a chi ha lo stomaco più forte o obiettivi molto più lontani nel tempo.

E voi? Avete già dato un'occhiata alla nuova sezione Investimenti di Satispay? Siete tipi da "tutto sul globale" o, come me, preferite procedere con i piedi di piombo?

Nota: Ricorda che questo articolo riflette la mia esperienza personale e non costituisce un consiglio finanziario. Prima di investire, leggi sempre attentamente i prospetti informativi all'interno dell'app.


Guns N' Roses - G N' R Lies

 

Autore: Guns N'Roses 
Anno: 1988
Tracce: 8
Formato: CD
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Fu un regalo di compleanno di Funflus, mentre eravamo all'Elba. Che ricordi! G N' R Lies non è semplicemente un disco, ma un’istantanea rubata nel momento esatto in cui i Guns N' Roses stavano passando dall'essere i teppisti del Sunset Strip a diventare le divinità del rock mondiale. Ascoltarlo significa immergersi in una dualità affascinante che pochi gruppi hanno saputo gestire con tanta sfrontatezza. La prima parte del lavoro ci trascina a forza nei club fumosi di Los Angeles, riproponendo quel suono sporco e viscerale che aveva reso celebre l'EP "Live ?!*@ Like a Suicide". A quei tempi era introvabile, poi fortunatamente sono nati Napster e Co, ma i Guns avevano già inserito le tracce in questo album. Qui non c’è spazio per la raffinatezza: brani come la cover di Mama Kin degli Aerosmith o l'adrenalina pura di Nice Boys gridano ribellione e urgenza, con un Axl Rose che graffia l'aria e una sezione ritmica che sembra non voler fare prigionieri. È il lato elettrico e pericoloso della band, quello che profuma di asfalto e notti brave, capace di far saltare i diffusori di qualsiasi impianto stereo.

​Ma è quando si gira idealmente il disco che accade la vera magia, quella che probabilmente rende questo album così caro a chi lo ha ricevuto in un momento speciale come un compleanno estivo. All'improvviso le distorsioni lasciano il posto al legno delle chitarre acustiche, e i Guns N' Roses si spogliano di ogni sovrastruttura per mostrare un'anima inaspettatamente melodica e profonda. In brani come Patience, il tempo sembra fermarsi: quel fischio iconico all'inizio e l'intreccio delicato tra le chitarre di Slash e Izzy Stradlin creano un'intimità quasi commovente, dimostrando che dietro la maschera da cattivi ragazzi batteva il cuore di musicisti straordinari, capaci di scrivere ballate senza tempo.

​Tutto l'album vive di questo contrasto continuo tra l'arroganza del rock n' roll e una vulnerabilità acustica che culmina in pezzi più scanzonati come Used to Love Her, dove l'ironia tagliente del gruppo emerge in tutta la sua forza, o nella complessa e discussa One in a Million. Nel complesso, G N' R Lies resta un’opera essenziale proprio perché non cerca di essere perfetta o levigata; è un disco autentico, a tratti persino grezzo, che cattura perfettamente quell'energia irripetibile della fine degli anni Ottanta. Per chi lo ha vissuto come colonna sonora di un viaggio o di un legame d'amicizia, rappresenta molto più di una semplice raccolta di canzoni: è il manifesto di un'epoca e di un modo di vivere la musica senza compromessi, un regalo che continua a suonare fresco e necessario anche a distanza di decenni.


martedì 6 gennaio 2026

Epilogo: toccata e fuga a Maratea

 
Articolo veramente veloce e conclusivo della mia gita natalizia mista col Cammino del POVERINO parte IV, più che altro come "memoria" e per pubblicare le foto. Terminato il bellissimo Kalabria Coast to Coast e ritirato il Testimonium torno a Lamezia Terme, ritiro suzukina e mi dirigo su al Nord. Destinazione Maratea per spezzare il lungo viaggio di ritorno. Nel piano iniziale c'era l'idea di riposarmi, godermi il piccolo borgo e fare il mio ultimo trekking ovvero salita e discesa dal mare al Cristo Redentore. Ma i piani son fatti per essere modificati ed ho anticipato il ritorno al giorno dopo per condividere prima le mie avventure con Zizzi (senza y). Mi godo comunque Maratea by night e lascio qui una bandierina perché è un posto in cui ritornare sicuramente con calma e godersela. Raggiungo la statua copia di quella di Rio in auto la mattina, respiro a pieni polmoni il panorama e riparto subito per Piomba. Si tratta del ritorno esodo più lungo e complicato: quasi dieci ore di auto per code, pioggia incidenti e forse cantieri... Non importa, arrivo stanco ma mi ricarico subito. 

Album fotografico Maratea 

domenica 4 gennaio 2026

KCtC #3.3: da Monterosso Calabro a Pizzo

 

Eccoci alla fine del viaggio. Ce l’ho fatta. Mentre scrivo queste righe, ho davanti a me un tartufo artigianale di Pizzo che sembra un premio Nobel per la resistenza fisica, e negli occhi ho ancora il blu del Tirreno che si fonde con il cielo.​ Stamattina la sveglia è suonata presto: alle 8:00 ero già in marcia da Monterosso Calabro. L'obiettivo era chiaro: arrivare al Castello Aragonese (Murat) prima della chiusura per il rito finale del Testimonium.

​La tappa di oggi, circa 20 km, è stata una carezza dopo le fatiche di ieri. Il dislivello positivo è stato minimo, permettendomi di godermi il paesaggio mozzafiato dell'Oasi del Lago Angitola. Camminare tra gli aironi cenerini e gli scorci lacustri è stato rigenerante, anche se l'imprevisto è sempre dietro l'angolo: un codice di un cancello non ne voleva sapere di funzionare, ma mi sono riscoperto "ninja" e ho scavalcato senza troppi complimenti. Il cammino è fatto di incontri surreali. Poco dopo l'oasi mi sono imbattuto in un pastore e nel suo gregge di pecore (sembravano quasi mufloni!). Abbiamo scambiato due chiacchiere: io nel mio dialetto, lui nel suo. Non abbiamo capito una parola l'uno dell'altro, ma ci siamo intesi perfettamente con un sorriso e un cenno del capo.

​Poi è arrivata la prova del fuoco: i famigerati "canacci" segnalati vicino a un'azienda agricola. Erano liberi e numerosi, ma alla fine si sono rivelati dei giganti buoni e docili, lasciandomi passare come se fossi uno di famiglia. Salire verso i ruderi della città normanna di Rocca Angitola è stato come camminare sulle macerie del tempo. Da lassù la vista è incredibile: si domina tutto il comprensorio delle Serre e, improvvisamente, eccolo lì. Il Golfo di Sant’Eufemia. Lo Stromboli all'orizzonte (che mi immagino, ma c'è foschia e sono ciecato) . La Costa degli Dei. In quel momento capisci che il Coast to Coast è quasi finito. La discesa verso Pizzo è stata una passerella d'onore. Sono arrivato al Castello Murat giusto in tempo: ho ritirato il mio Testimonium, ho scattato la foto di rito per voi che mi avete seguito e mi sono perso tra i vicoli storici fino a Piazza della Repubblica.

​Ho concluso ufficialmente il cammino scendendo fino alla spiaggia della Marina, toccando l'acqua del Tirreno dopo aver lasciato quella dello Ionio solo due giorni fa.

​Album fotografico KCtC #3.3: da Monterosso Calabro a Pizzo 


sabato 3 gennaio 2026

KCtC #2.3: da Petrizzi a Monterosso Calabro

 


​Se la prima tappa è stata l’emozione della partenza, il secondo giorno è stato quello della connessione profonda con la natura. Una giornata lunga, intensa, caratterizzata da un dislivello più distribuito rispetto a ieri, ma che mi ha portato nel punto più alto dell'intero cammino. Ho salutato l'agriturismo alle 8.00 in punto, lasciandomi  i vicoli del borgo e l'antico ponte in pietra vicino alla Chiesa di Santa Maria della Provvidenza alle spalle. 

​La prima parte del percorso è un viaggio nella storia rurale: ho camminato lungo il torrente Beltrame e poi su un tratto affascinante che ricalca il vecchio tracciato della "Littorina", l'ex ferrovia che un tempo collegava Soverato a Chiaravalle. Camminare dove un tempo passava il treno, immersi nel silenzio della campagna, dà una strana e bellissima sensazione di sospensione temporale. Dopo una sosta rigenerante a San Vito sullo Ionio, dove ho visitato la Chiesa Matrice e l'antica Filanda, è iniziata la vera ascesa verso il Lago Acero.

​Ma è dopo il lago che il cammino mi ha regalato la sua parte migliore: l'ingresso in un'imponente foresta di faggi. È qui che ho lasciato il cuore. Il bosco ti avvolge, il suono dei passi sulle foglie secche diventa l'unico ritmo, e l'aria cambia, facendosi pungente e profumata di resina.

​Salendo ancora, ho raggiunto la dorsale di Monte Coppari. Con i suoi quasi 1000 metri, è il punto più alto del Cammino. Qui la leggenda incontra la natura: ho incrociato le antiche "niviere" (dove un tempo si conservava la neve) e la misteriosa "Pietra della Fata". Dalla vetta è iniziata la lunga discesa verso la destinazione finale. Man mano che il bosco si diradava, l'orizzonte si è aperto regalandomi il primo, emozionante scorcio sul Lago Angitola e, finalmente, sulla striscia blu del Mar Tirreno.

​Il mio arrivo a Monterosso Calabro è stato reso ancora più speciale dall'accoglienza a "Casa di Zia Rosina". Qui ho conosciuto Rebecca, che non è solo un'ospite squisita, ma è stata un pilastro fondamentale per l'organizzazione di questa avventura. La sua gentilezza e i suoi consigli sono quel valore aggiunto umano che rende i cammini un'esperienza diversa da qualsiasi altro viaggio.

Anticipo l'articolo perché in casa non c'è segnale e lo sto scrivendo da un bar trovato casualmente aperto. 

​Album fotografico KCtC #2.3: da Petrizzi a Monterosso Calabro