Il primo giorno di febbraio ci ha regalato una giornata limpida e quasi primaverile, perfetta per andare a curiosare (dopo aver compilato e spedito moduli digitali e cartacei) dentro uno dei luoghi più interessanti – e meno “urlati” – della costa toscana: l’Oasi WWF Padule di Bolgheri. Un posto che non è solo bello da visitare, ma anche densissimo di storia, natura e stratificazioni, come spesso accade quando il paesaggio non è frutto del caso ma di un equilibrio delicato tra intervento umano e processi naturali.
L’oasi viene istituita nel 1959, in un periodo in cui parlare di tutela ambientale non era esattamente di moda. Già questo basterebbe a farle guadagnare punti. Si trova all’interno della celeberrima Tenuta San Guido, la stessa che ha reso Bolgheri un nome mitologico nel mondo del vino grazie al Sassicaia. Ed è interessante notare come, accanto a una delle icone dell’eccellenza enologica italiana, sopravviva e venga protetto un ambiente naturale di straordinario valore ecologico. Due mondi apparentemente lontani che qui convivono, senza pestarsi i piedi.
Il Padule di Bolgheri si estende per circa 570 ettari, una superficie tutt’altro che trascurabile, soprattutto se si considera che rappresenta una delle più importanti aree umide costiere rimaste in Toscana. È ciò che resta di un sistema palustre molto più ampio, che in passato occupava vaste porzioni della pianura costiera e che è stato in gran parte cancellato dalle bonifiche tra Settecento e Novecento. Qui, invece, l’acqua è rimasta, e con lei tutto un mondo che senza acqua semplicemente non esisterebbe.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’oasi è la varietà degli ambienti: ben 11 habitat differenti concentrati in un’area relativamente compatta. Zone umide d’acqua dolce, canneti, stagni, prati allagati, fossi, aree di transizione, macchia mediterranea, boschi igrofili, lembi di pineta e ambienti retrodunali. Ogni habitat ha una funzione precisa e ospita comunità diverse, creando un mosaico ecologico estremamente complesso e dinamico. Camminando lungo i percorsi si ha la netta percezione di attraversare mondi diversi, separati da poche decine di metri.
Naturalmente il Padule è famoso soprattutto per l’avifauna. Qui transitano, sostano o nidificano decine e decine di specie di uccelli, rendendolo un punto di riferimento per gli appassionati di birdwatching ma anche un’area chiave lungo le rotte migratorie. L’elenco sarebbe lungo ed io non ci capisco quasi nulla quindi non perdo tempo a metterlo visto che tra l'altro cambia con le stagioni. Febbraio, in particolare, è un mese interessante perché segna una fase di passaggio, con presenze invernali ancora ben visibili e i primi segnali di movimento verso la primavera.
Ma ridurre il padule a una “riserva per uccelli” sarebbe un errore. Questo è un ecosistema completo, dove anfibi, rettili, insetti, piccoli mammiferi e una flora specializzata convivono in un equilibrio raffinato. Le zone umide svolgono inoltre un ruolo fondamentale come serbatoi di biodiversità, regolatori idrologici e filtri naturali, funzioni di cui ci ricordiamo solo quando le perdiamo.. Il Padule di Bolgheri è un luogo che insegna senza fare la morale, semplicemente mostrando cosa succede quando un’area viene lasciata vivere secondo i suoi tempi, con interventi mirati e non invasivi.
Terminata la visita comunque non ci fermiamo affatto: prendiamo Nera ed approfittiamo della bella giornata per arrivare a Baratti. Questa volta abbiamo diverse ore a disposizione prima che faccia buio così facciamo l'anello che dal Canessa arriva a Buca delle Fate e ci godiamo ancora una volta lo spettacolo. Tornati al Reciso saliamo per una passeggiatina Populonia e ridiscendiamo per la Romanella chiudendo il nostro anello e la giornata di trekking immersi nella natura in ogni sua forma.
Album fotografico Oasi WWF Padule di Bolgheri
Album fotografico Buca delle Fate
