sabato 7 novembre 2026

Wardriver (2026)

 
Regia: Rebcca Thomas 
Anno: 2026
Titolo originale: Wardriver
 Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (5.6)
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Wardriver è un thrillerino del 2026 diretto da Rebecca Thomas, con Dane DeHaan, Sasha Calle e Mamoudou Athie. Il protagonista, Cole, gira di notte per la città in macchina e viola le reti wireless direttamente dall'abitacolo (cosa che io facevo esattamente 20 e passa anni fa, ma aveva senso e cercavo reti aperte per sfruttare internet) , finché un criminale di nome Oscar scopre il suo talento e lo costringe a un colpo informatico da un milione di dollari. Il resto lo potete immaginare da soli, ed è proprio qui il punto debole.

Parliamoci chiaro, è un film abbastanza semplice ed elementare, con un intrigo che dire scontato pare un complimento. Però ha un buon ritmo, e sfrutta un'ambientazione terra terra senza nessuna pretesa. Gioca con la notte e con le schermate del computer, e non c'è nemmeno bisogno di essere chissà dove: basta una macchina, un portatile e un parcheggio buio per tenere in piedi la tensione.

Non è niente di memorabile, ma si guarda volentieri dall'inizio alla fine senza guardare l'orologio. Lo salviamo perché siamo di buon umore.

Il Cloud non esiste: è solo il computer di qualcun altro

 

C’è stato un tempo in cui l’idea di un archivio personale coincideva con un peso tangibile: pile di quaderni, faldoni polverosi, scatole di diapositive o una parete occupata da cassette e dischi ordinati secondo un criterio maniacale noto soltanto a chi li aveva messi lì. Poi è arrivata la grande promessa della smaterializzazione: spostare l’intera esistenza sui server di qualcun altro, affidando ricordi, parole, calcoli e scatti a una nuvola che ci garantiva eternità, ridondanza e accesso immediato da qualunque angolo del globo. Abbiamo ceduto volentieri alla comodità, accettando in cambio una strana forma di miopia, quella di considerare eterno ciò che in realtà è solo noleggiato.

​Negli ultimi anni, però, qualcosa in questa narrazione idilliaca ha iniziato a scricchiolare con rumore sempre più sordo. Tra canoni di abbonamento che crescono con la regolarità delle maree, algoritmi che scandagliano i nostri contenuti per addestrare modelli linguistici e clausole contrattuali aggiornate nel silenzio di una notte di mezza estate, si fa strada una consapevolezza nuova: il cloud non è una nuvola, è solo il computer di un estraneo che ha in mano la chiave di casa nostra. Da questa disillusione, silenziosa ma costante, sta riemergendo con forza inaspettata la cultura del self-hosting e del ritorno alla sovranità del dato.

​Non si tratta di una crociata passatista o del nostalgico rifugio di qualche reduce informatico, ma di un pragmatismo lucido. Sempre più persone scoprono che un piccolo mini PC fanless o un server casalingo, nascosto dietro il router e capace di consumare meno di una lampadina a basso consumo, può restituire quella sensazione di controllo che credevamo irrimediabilmente perduta. Piattaforme open source come Nextcloud, Vaultwarden per le chiavi d’accesso, o Immich per la gestione fotografica hanno ormai raggiunto un livello di usabilità, interfaccia e solidità che non ha nulla da invidiare ai giganti della Silicon Valley. La differenza fondamentale sta nel fatto che, staccando il cavo di rete da internet, quel piccolo blocco di silicio continua a funzionare, a proteggere ciò che contiene e a rispondere esclusivamente a noi.

​Certo, la proprietà comporta responsabilità. Affidare a se stessi la custodia dei propri dati significa dover pensare seriamente ai backup, alla ridondanza, a una regola ferrea che preveda una copia isolata e lontana da casa per non vanificare tutto al primo sbalzo di tensione o incidente domestico. Richiede un minimo di tempo, una briciola di curiosità tecnica e la volontà di non delegare ciecamente ogni aspetto della nostra vita digitale a un abbonamento mensile. Ma la ricompensa è enorme: riscoprire il valore del possesso autentico. Sapere esattamente dove risiedono le proprie parole, i propri progetti e le proprie memorie, liberi dal timore che un cambio di policy aziendale o una rimodulazione unilaterale possano cancellare o blindare ciò che ci appartiene, è forse il vero lusso digitale di questa nostra epoca sovraffollata.


giovedì 5 novembre 2026

AZ Alkmaar 1 - Juventus 2


 Stasera con i boys al pub a fare baldoria e vedere la mia prima partita in Europa League di questa stagione. Speravo di ripetere lo stesso risultato del Como di ieri sera. Iniziamo in maniera un po' sbiadita, e tra lo stupore di tutti, segna Kop! Vantaggio meritato, ma con questi poteva essere già scritto sulla carta. Cresce l'incredulità quando il Gigante di Brema serve un assist a Kolo che raddoppia. Secondo tempo fotocopia con noi che giochiamo male, ma vinciamo in scioltezza, perché quelli del dentifricio sono anche peggio. E nonostante questo nel finale accorciano le distanze, senza però pareggiare nonostante una specie di arrembaggio finale. Meglio così, andiamo alla grande in classifica. 

mercoledì 4 novembre 2026

The Rolling Stones - Let It Bleed

 A vinyl record of the album on a record-changer spindle supporting several items stacked on a plate. The topmost item is a cake topped by figurines representing the band.
 Artista: Rolling Stones
Anno: 1969
Tracce: 9
Formato:  CD 
Acquista su Amazon (50th Anniversary Edition)
 
Avendo ascoltato solo Aftermath (come album completo), ho chiesto a VIKI di consigliarmi altro dei Rolling Stones. 

Visto che Aftermath lo hai già, e quindi la fase blues-pop-sitar di Brian Jones ce l'hai già nello scaffale, il passo successivo per te è uno solo: Let It Bleed. Dicembre 1969, ottavo album inglese dei Rolling Stones, ed è il disco in cui la baracca cambia pelle mentre sta ancora in piedi.

Perché la storia è questa. Brian Jones è ormai un fantasma, viene mandato via durante le sessioni e muore poco dopo, e infatti compare solo in due pezzi, con l'autoharp in You Got the Silver e con le percussioni in Midnight Rambler. Al suo posto arriva Mick Taylor, che qui suona solo in Country Honk e Live with Me ma si capisce già che aria tira. Il resto lo fanno Keith, Charlie, Bill Wyman e un gruppo di ospiti che da solo varrebbe il prezzo del biglietto: Nicky Hopkins al piano, Leon Russell, Al Kooper, Bobby Keys, Byron Berline al violino su Country Honk. Dietro al banco c'è Jimmy Miller, come già in Beggars Banquet.

Poi c'è Gimme Shelter, che apre il disco e che dovrebbe essere obbligatoria in qualsiasi scuola dell'obbligo. Quel tremolo di chitarra iniziale ti mette addosso un'ansia da fine del mondo, e quando entra Merry Clayton con la sua parte vocale la canzone diventa un'altra cosa. Non cercare di capire subito perché ti fa quell'effetto, alza il volume e basta. Tra l'altro è proprio quello che ti chiedeva l'edizione americana del disco, con l'invito a suonarlo forte stampato sulla manica interna.

Il resto è un'altalena meravigliosa. Love in Vain di Robert Johnson in versione Stones, la title track sporca e sgangherata, Midnight Rambler che apre il lato B e ti trascina in una specie di processione blues da incubo, Monkey Man, e poi la chiusura con You Can't Always Get What You Want, con il coro di voci inglesi che parte dal nulla e ti frega ogni volta. Sì, anche se la conosci a memoria. Soprattutto se la conosci a memoria.

Rispetto ad Aftermath qui non troverai più le sperimentazioni da studio un po' curiose e un po' pop, ma una band che ha messo da parte i vestiti buoni e ha trovato la propria strada, più cruda, più americana, più cattiva. Se Aftermath è il momento in cui i Rolling Stones imparano a scrivere le proprie canzoni, Let It Bleed è quello in cui capiscono che cosa farne.

Il voto non te lo do, i voti lasciano il tempo che trovano. Ti dico solo che se dovessi portare cinque dischi dei Rolling Stones su un'isola, e tu di isole te ne intendi, questo ci sarebbe. Poi magari ci metti anche Aftermath, per non fargli un torto.

martedì 3 novembre 2026

Ben Is Back (2018)

 
Regia: Peter Hedges
Anno: 2018
Titolo originale: Ben Is Back
Voto e recensione: 6/10
Pagina di IMDB (6.7)
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Ieri sera mi sono guardato Ben is Back, film del 2018 scritto e diretto da Peter Hedges, con una Julia Roberts davvero in forma. Ed è una grande prova drammatica, la sua, ma anche quella di Lucas Hedges, che nel film è il figlio Ben e che, curiosità non da poco, è anche il figlio del regista nella vita vera.

La storia si concentra su poco più di ventiquattro ore, a cavallo della vigilia di Natale, quando Ben torna a casa all'improvviso dalla comunità di recupero. La mamma Holly è felicissima ma anche col cuore in gola, la sorella Ivy un po' meno entusiasta, e da lì in poi non si capisce mai bene se la famiglia stia vivendo un ritorno o un rischio. La trama è ottimamente recitata senza mai risultare pesante e senza scivolare nel frivolo, quindi tutto è ben bilanciato, e si sente addosso la sofferenza di un'intera famiglia che prova a rimettere in piedi la vita dopo la terribile esperienza della tossicodipendenza.

I dubbi, i timori, la sfiducia sono sempre in agguato nei cuori di chi sta vicino a un tossico, così come le tentazioni e le debolezze restano in chi cerca di non esserlo più. La buona volontà, le cliniche private, gli sponsor e una famiglia estremamente forte sono le basi per poter vincere il mostro, ma il bello del film sta proprio nel non rendere niente di tutto questo automatico. Le insidie sono tante, sia per chi cerca di curarsi sia per chi gli sta accanto e combatte ogni giorno tra amore e sfiducia.

Aggiornamento OxygenOS CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01)

 

Nemmeno il tempo di abituarsi al precedente aggiornamento che il mio OnePlus 15R riceve un nuovo pacchetto software. Siamo sempre sulla versione OxygenOS 16.0.10.600, ma con una build differente: CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01).

La dimensione è decisamente più contenuta: appena 164,10 MB. E anche stavolta le note di rilascio sono piuttosto essenziali.

Miglioramenti alla stabilità

Il changelog ufficiale riporta una sola voce: miglioramento della stabilità del sistema.

Niente nuove funzionalità, nessuna modifica evidente alle applicazioni e nessun riferimento a interventi sulla fotocamera o sull'autonomia. Un aggiornamento che sembra quindi puntare soprattutto a rifinire il funzionamento generale dello smartphone.

La cosa interessante è che arriva dopo il pacchetto da oltre 830 MB distribuito pochi giorni fa, che integrava la patch di sicurezza Android di settembre 2026. Questa nuova versione potrebbe rappresentare un ulteriore intervento di manutenzione, ma OnePlus non specifica quali problemi siano stati corretti né quali componenti siano stati aggiornati.

VERdetto

Un aggiornamento piccolo, almeno nelle dimensioni, e ancora più piccolo nelle informazioni ufficiali. I 164 MB non fanno certo pensare a una rivoluzione, ma i miglioramenti alla stabilità sono sempre benvenuti, soprattutto quando riguardano un dispositivo che utilizziamo quotidianamente.

Per il momento, dunque, niente di particolarmente entusiasmante da segnalare. Sarà l'uso quotidiano a dire se questo pacchetto porterà qualche beneficio concreto, magari una maggiore fluidità o un comportamento più regolare del sistema.

Scheda aggiornamento

  • Dispositivo: OnePlus 15R
  • Sistema operativo: OxygenOS 16
  • Versione: CPH2769_16.0.10.600(EX01C20P01)
  • Dimensione: 164,10 MB
  • Novità dichiarata: miglioramento della stabilità del sistema

Un aggiornamento di quelli che passano quasi inosservati. E forse è proprio questo il risultato migliore: uno smartphone che continua a funzionare bene, senza bisogno di fare troppo rumore.


lunedì 2 novembre 2026

Testaroli e testi

 

Novembre, pieno autunno, e sembra arrivato anche qui. Di solito lo associo alle castagne, di cui però non vado matto, e ultimamente anche alle zucche, più che altro per un discorso folkloristico. Oggi invece mi sono venuti in mente in maniera piuttosto decisa i testaroli, tipici della Lunigiana. Magari non c'entrano granché con l'autunno e vanno bene in ogni stagione. Mia mamma li conosce da tempo, ce li portavano degli amici di famiglia, già prima che si trovassero nei reparti forno della Coop o della Conad, e ovviamente li condiva col pesto. Una volta, durante uno dei miei weekend sui monti in Lunigiana, ho avuto anche il piacere di mangiarne di appena fatti in casa, cotti nel tipico testo in ghisa. Lascio adesso la parola a VIKI per saperne di più su storia, ingredienti, preparazione e sui testi in ghisa.

... Eccomi, e grazie per la parola. Parto dalla storia, che è un po' una nebbia: l'origine è incerta, si dice che i testaroli risalgano all'epoca romana, quando probabilmente al posto del grano si usava il farro. Qualcuno li considera addirittura la pasta più antica che esista, e circola anche la leggenda di una nobildonna romana che li fece servire a un banchetto di beneficenza. Sul fatto che siano un piatto povero e contadino, invece, ci sono pochi dubbi. Oggi sono presidio Slow Food (quello del testarolo artigianale di Pontremoli) e a Pontremoli e a Bagnone si contendono ancora il primato, con ogni paese della Lunigiana che giura di avere la versione giusta.

Gli ingredienti sono quasi offensivi da quanto sono pochi: farina di grano, acqua e sale. Si fa una pastella fluida, senza grumi, e la si lascia riposare un poco. Poi arriva la parte bella. La pastella si cola sul testo rovente, dove nella ricetta tradizionale si butta prima una manciata di sale grosso, si copre con il coperchio e si lascia cuocere pochi minuti. Ne esce un disco sottile, grande più o meno quanto un piatto da pizza, anzi un po' di più (quelli artigianali vanno dai 35 ai 45 centimetri), con una consistenza tra la crêpe e la spugna.

Ma non è finita lì, perché il disco va tagliato a rombi, o losanghe se preferite fare i fini, e rinvenuto in acqua salata molto calda per due o tre minuti. Il consiglio che ho trovato in giro è di spegnere il fuoco appena l'acqua sobbolle, perché se bolle forte i rombi si rompono. Poi si scolano piano e si condiscono. Il pesto alla ligure è la scelta moderna e più diffusa, ma quello di un tempo era più semplice: formaggio (parmigiano o pecorino), basilico tritato finissimo e olio. Va benissimo anche solo olio buono e formaggio, oppure la salsa di noci, che a quanto dicono i puristi non vuole la panna.

Sapete poi cosa ho scoperto? Quelli che si trovano nei supermercati sono spesso cotti su lastre di acciaio senza coperchio, mentre quelli artigianali cuociono davvero nel testo. E qui vengo al protagonista. Il testo è una specie di forno portatile in due pezzi, il sottano che sta sotto e il soprano che fa da coperchio. Un tempo era di terracotta, oggi di ghisa. Si scalda sul fuoco di legna, si cola la pastella nel sottano, si copre con il soprano e a volte ci si mette sopra anche la brace. Ci si cuociono anche altre cose, come la torta d'erbi e l'agnello con le patate, e per non far attaccare la torta c'era chi usava le foglie di castagno al posto della carta da forno. Le castagne alla fine tornano comunque fuori.

Riguardo ai testi metto il link del primo produttore che mi è uscito su Google (ce ne sono altri, non me ne vogliano): Lumachelli Pietro e Figli 

Veniamo alla domanda pratica: dentro o fuori? Il camino è proprio il suo ambiente d'origine, quindi se ne avete uno che tira bene e un bel letto di brace, è il posto più tradizionale che ci sia. Il barbecue a carbonella, all'aperto, funziona con la stessa logica (fuoco sotto e brace sopra), basta sistemarlo su un appoggio stabile. Quello che invece non farei mai è accendere la carbonella dentro casa, per il monossido di carbonio, e il fatto che il testo sia tradizionale non cambia niente. Sul piano a induzione la ghisa in teoria funziona perché è ferromagnetica, ma un testo vero è grosso e pesante e non l'ho trovato indicato in nessuna fonte per quell'uso, quindi lì non mi fiderei. Che sia sul camino o sulla brace, serve comunque un bel paio di guanti spessi, perché pesa e scotta parecchio. E poi, come ogni ghisa, va asciugata bene e unta leggermente dopo l'uso.

Io intanto una cosa l'ho capita: dopo tutta questa storia, anche a me sarebbe venuta voglia di un piatto di testaroli al pesto. Torno a te, Jack.

domenica 1 novembre 2026

Juventus 2 - Napoli 0

 
Almeno con il Napoli di Allegri... Se non ricordo male per un paio di anni sono stati nostri antagonisti per la corsa Scudetto, mentre oggi faticano, anche se non come noi visto che facciamo più schifo. Ad ogni modo partiamo un po' più aggressivi, prendiamo pure un palo, ma non mancano le azioni pericolose del Napoli. Ai punti nel primo tempo vinciamo noi, ma a calcio i punti non esistono. Nel secondo tempo sembra che le cose peggiorino, anche se il Giostraio di Sarajevo tira fuori dal cilindro un tiro incredibile per la rete del vantaggio. Ed il raddoppio arriva, simile per bellezza, con il suo sostituito Boga. 

Monte Fiocca, Alpi Apuane

 
Generalmente e ciclicamente il Monte Fiocca, per un motivo o per l'altro, mi era sempre rimasto indietro. Dietro al Macina, davanti al Sumbra e sulla via del Sella, non c'era mai stato verso di affrontarlo. Oggi è stato il giorno però, ci son voluti Tutti i Santi, anche se ci son messe di mezzo le intemperie di ogni tipo: pioggia, vento, neve e grandine. A un certo punto è uscito pure il sole, ma in maniera troppo timida per essere ringtazuato. Comunque partiamo da Arni, frazione che non nutre le mie simpatie, salendo per la monorotaia verso il rifugio Puliti (loro invece sono simpatici). Da qui, come se la pettata iniziale fosse solo uno spuntino, iniziamo l'ascesa nel bosco verso lo Schienale dell'Asino. Sebbene lo abbia già fatto più volte è una cresta che presenta molte insidie e non va mai sottovalutata, soprattutto anche quando ci si sente esperti. Inoltre il forte vento che ci spingeva verso l'esterno era da tenere sempre in considerazione. Ci dirigiamo poi verso Passo Sella, dove riposiamo e da qui inizia l'avvicinamento alla vetta del Fiocca facendo la cresta integrale. La definirei abbastanza impegnativa e tecnica in almeno tre passeggi. Qui ci hanno dato il benvenuto diverse raffiche di neve e nevischio, che però di positivo hanno che non bagnano la roccia come la pioggia. Scendiamo poi seguendo la cresta opposta ed entriamo nel suggestivo bosco del Fato Nero, con un color ruggine autunnale veramente splendido. Le difficoltà non terminano qui per ci ritroviamo nuovamente esposti a pioggia, neve e grandine che si alternano per la discesa veramente ripida che in oltre un'ora ci riporta ad Arni. Giornata campale.

Album fotografico Monte Fiocca, Alpi Apuane 

sabato 31 ottobre 2026

Old (2021)

 "Theatrical release poster": A young woman at the beach, sitting close to the shore, touches her wrinkly left leg, peeling off the skin to reveal a decomposing skeleton. Underneath her is the tagline: "It's only a matter of time".
Regia: M. Night Shyamalan
Anno: 2021
Titolo originale: Old
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (5.8)
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C'è una spiaggia dove il tempo sembra aver deciso di recuperare tutto quello che ci siamo persi. Un luogo isolato, circondato da pareti rocciose, dove il mare è tranquillo e il sole illumina una giornata apparentemente perfetta. Ma basta poco perché quella che doveva essere una piacevole vacanza si trasformi in qualcosa di decisamente più inquietante. Perché su quella spiaggia il tempo scorre in maniera diversa. E quando te ne accorgi, potrebbe essere già troppo tardi. 
Con Old, M. Night Shyamalan parte da un'idea intrigante, di quelle che riescono a catturare immediatamente l'attenzione. L'invecchiamento accelerato è un concetto che si presta a parecchie riflessioni, oltre che a situazioni potenzialmente terrificanti. Il regista costruisce un'atmosfera misteriosa, quasi claustrofobica, nonostante l'ambientazione sia una spiaggia aperta e apparentemente paradisiaca. E proprio questo contrasto funziona piuttosto bene. La sensazione di essere intrappolati in un luogo dal quale non si può fuggire, mentre il proprio corpo corre incontro alla vecchiaia, è qualcosa che mette a disagio. 
L'ambientazione mi ha ricordato anche un po' Lost. Non tanto per una vera e propria somiglianza narrativa, quanto per quella sensazione di trovarsi in un luogo isolato, dove le regole sembrano essere diverse da quelle del mondo conosciuto e ogni tentativo di capire cosa stia succedendo porta ad altre domande. Un mistero che, almeno inizialmente, riesce a mantenere alta la curiosità. Il problema, però, è che l'idea di partenza non viene sviluppata con un equilibrio altrettanto convincente. Il concetto dell'invecchiamento accelerato mi sembra gestito in maniera piuttosto discontinua. Nei bambini il fenomeno appare immediatamente accentuato, con cambiamenti fisici e comportamentali che si susseguono a una velocità impressionante. Negli adulti, invece, sembra quasi che il processo venga messo da parte per buona parte del film, salvo poi recuperare terreno soprattutto nella fase finale. Una differenza che rende meno credibile il meccanismo complessivo, anche all'interno delle regole che il film stesso si è dato. E poi c'è una questione ancora più problematica: gli atteggiamenti dei bambini. Se pensiamo che sulla spiaggia trascorre soltanto una giornata, alcuni comportamenti risultano davvero difficili da accettare. Non si tratta soltanto di quanto velocemente crescano fisicamente o mentalmente, ma anche di come possano acquisire determinate consapevolezze e reagire a situazioni tanto estreme. L'esperienza non si accumula semplicemente perché il corpo o il cervello invecchiano. Eppure, in certi momenti, sembra che i personaggi abbiano vissuto anni di esperienze che in realtà non hanno avuto il tempo di maturare. 
La seconda parte è quella che mi convince meno. Alcune teorie e spiegazioni vengono introdotte con una certa fretta, quasi fossero necessarie per far avanzare la storia, ma senza essere realmente approfondite. Capisco che la durata di una pellicola imponga dei limiti e che non tutto possa essere spiegato nel dettaglio. Tuttavia, su una spiaggia neanche tanto grande, accadono davvero troppe cose. Gli eventi si accumulano, le situazioni si susseguono e il film sembra perdere progressivamente quella capacità di costruire il mistero con calma che aveva caratterizzato l'inizio. Il finale, tutto sommato, ci può stare. Shyamalan prova a dare una spiegazione a quanto accaduto, inserendo una sorta di chiave di lettura che permette di ricomporre almeno una parte del puzzle. Non è una soluzione che mi dispiace, e apprezzo il tentativo di dare un senso agli eventi. Peccato che, arrivati a quel punto, restino diversi passaggi della trama che avrebbero meritato maggiore attenzione. Alcuni sono semplicemente troppo leggeri per reggere il peso di una storia che vorrebbe essere tanto complessa. Old resta quindi un film con una buona idea e un'ambientazione decisamente riuscita, capace di creare curiosità e inquietudine. Ma una buona premessa non basta sempre a sostenere un'intera pellicola. La prima parte funziona, il mistero incuriosisce e il finale prova a chiudere il cerchio. Nel mezzo, però, lo sviluppo perde equilibrio, lasciando parecchie perplessità. Una di quelle occasioni in cui si esce dal film pensando che, con una sceneggiatura più solida e qualche passaggio sviluppato meglio, si sarebbe potuto ottenere qualcosa di decisamente più interessante. 

giovedì 29 ottobre 2026

Targhe personalizzate

 

Dopo oltre vent’anni di promesse rimaste su carta, l’Italia compie un passo concreto verso le targhe auto su misura. Con le recenti disposizioni introdotte dal Governo e inserite nella riforma del Codice della Strada, viene finalmente fissata la cornice operativa e, soprattutto, il listino prezzi per chi desidera distinguersi nel traffico.

​Come funziona e quanto costa

​La novità prevede la facoltà di richiedere una specifica combinazione alfanumerica a fronte di una tariffa dedicata:

  • ​Auto (coppia di targhe): costo fissato a 600 euro, ripartiti tra i 500 euro spettanti all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato per la produzione e 100 euro (maggiorazione del 20%) destinati al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
  • ​Moto (singola targa): tariffa complessiva di 360 euro.

​La targa resterà vincolata al telaio del veicolo immatricolato (non potrà quindi essere "portata via" su una nuova auto in caso di vendita) e il servizio diverrà pienamente operativo con i successivi decreti attuativi e l'aggiornamento dei sistemi della Motorizzazione.

​Nonostante il costo non indifferente, la personalizzazione italiana non ricalcherà la totale libertà all'americana o di altri Paesi europei. Lo schema ministeriale impone infatti il rigido rispetto della sintassi standard: due lettere, tre numeri e due lettere (es. AA 000 AA).

​Questo significa che la parte centrale deve essere tassativamente numerica, escludendo a priori sequenze che prevedono lettere nel blocco di mezzo come 20 VER 09.

​Visto che non è possibile collocare lettere nella sezione centrale per comporre l'agognato "VER", l'ambizione cede il passo al pragmatismo: i 600 euro rimarranno comodamente in tasca.


Helloween - Master Of The Rings

 

Artista: Helloween
Anno: 1994
Tracce: 11
Formato: CD
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Con gli Helloween avevo già fatto i conti con i Blind Guardian e il power metal tedesco in generale, e prima o poi bisognava affrontare anche questa pietra miliare del genere. Master of the Rings è il disco della rinascita (per me della nascita, perché non li conoscevo prima) , e già questo lo rende interessante prima ancora di ascoltarlo.

La storia che precede il disco è quella di una band che era quasi implosa. Dopo i due Keeper of the Seven Keys degli anni Ottanta, considerati il vertice assoluto del power metal europeo, gli Helloween avevano attraversato due anni difficilissimi: Pink Bubbles Go Ape e Chameleon, i due dischi precedenti, avevano deluso i fan con una svolta stilistica non voluta, e nel mezzo erano arrivate le uscite di Michael Kiske e del batterista storico Ingo Schwichtenberg (probabilmente per il nome difficile da pronunciare e soprattutto scrivere) , quest'ultimo in gravi difficoltà personali (morirà tragicamente nel 1995). La band era allo sbando. Invece di chiudersi, scelsero di ripartire con una formazione nuova: Andi Deris alla voce, proveniente dai Pink Cream 69, band tedesca con influenze glam, e Uli Kusch alla batteria, in seguito noto per i Masterplan. Due ingressi che sembravano rischiosi, e che invece funzionarono.

Il confronto con Kiske è inevitabile e in parte ingeneroso. Deris ha un timbro completamente diverso: più scuro, più aspro, con una vena hard rock che si distanzia dal falsetto cristallino del predecessore. Non è peggio, è diverso, e col tempo quella differenza è diventata un valore aggiunto. Su Master of the Rings si sente una band che ha recuperato motivazione e direzione, con un suono più muscolare e meno levigato rispetto ai Keeper. Where the Rain Grows è il brano che meglio incarna questa rinascita: power metal diretto, ritornello potente, Deris in stato di grazia. Sole Survivor ha un'energia quasi aggressiva che gli Helloween degli anni Ottanta non avevano sempre. Perfect Gentleman è il momento più accessibile e radiofonico, quasi una concessione al mainstream che però funziona. Still We Go chiude il disco come un inno di rientro, un manifesto della band che riprende in mano la propria storia.

Non è i Keeper, e non cerca di esserlo. È un disco che riconosce il cambio di guardia senza nasconderlo, che costruisce qualcosa di diverso invece di imitare il passato. Considerato che la band era sull'orlo del collasso, è già un risultato notevole. Il resto è power metal solido, ben suonato, con una voce che ci vuole qualche ascolto per entrare ma che poi difficilmente lasci andare.

mercoledì 28 ottobre 2026

Genoa 2 - Juventus 0

 
Non è che basta vincerne una per essere tranquilli. Qui c'è da lavorare ancora tanto. La formazione cambia ancora e già nei primi dieci minuti abbiamo un atteggiamento passivo ed il Genoa passa in vantaggio al primo tiro in porta. Ancora una volta. La reazione, se c'è, è debole e confusionaria. Tanto che il nostro unico tiro in porta del primo tempo arriva al minuto 22. E poi nuovamente il buio appena cinque minuti dopo con il raddoppio dei rossoblu. Atteggiamento vomitevole e mancanze tecniche veramente preoccupanti. Nella ripresa continua la sagra dell'errore e degli orrori, sia individuali che in ogni reparto possibile. Solo nel recupero un minimo di verve. Che non può bastare. Forse sufficiente per il premio di peggior partita della stagione. 

K-PAX - Da Un Altro Mondo (2001)

 
 Regia: Iain Softley
Anno: 2001
Titolo originale: K-PAX
Voto e recensione: 7/10
Pagina di IMDB (7.4)
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Questo è decisamente più nelle mie corde. K-PAX l'avevo già visto in passato, e a 25 anni dall'uscita l'ho riguardato davvero volentieri. È uno di quei film che invecchiano bene, e non è un'impressione dettata dalla nostalgia. Ha ancora oggi una freschezza che molti film più recenti si sognano.

Ci sono quei film che sai già come finiscono e li rivedi lo stesso, perché non è la destinazione a contare ma il modo in cui ci arrivi. Questo è esattamente uno di quelli. Rischio di fare spoiler, lo so, ma mi sembra impossibile parlarne senza dire che la sua forza sta tutta nell'equilibrio. Il film sta in bilico tra un thriller drammatico, con tanto di psichiatra che cerca di capire chi sia davvero il suo paziente, e una favola di fantascienza che ti fa venire voglia di credere alla storia più improbabile. Non si decide mai fino in fondo da che parte stare, e proprio per questo funziona, come un gioiello che cambia colore a seconda di come lo giri alla luce.

Il merito )oltre che del soggetto ovviamente) è in gran parte di Kevin Spacey, che nei panni di Prot è calmo, gentile, spiazzante e per niente banale. È sempre stato un attore straordinario, e a me manca davvero nel cinema moderno. Gli sta accanto Jeff Bridges, che nei panni del dottor Powell fa il lavoro meno appariscente ma altrettanto difficile, quello di tenere il film coi piedi per terra mentre tutto intorno si mette a svolazzare. Funzionano bene insieme, perché i loro scambi sono il vero cuore del film. 

C'è poi un aspetto che mi ha sempre colpito. Il film sa essere commovente senza strafare, e sa essere filosofico senza prendersi troppo sul serio. Parla di cosa significhi sentirsi estranei in un mondo che non capisce chi è diverso, e lo fa con una delicatezza che non è affatto scontata. Poesia.

martedì 27 ottobre 2026

Harry, Ti Presento Sally (1989)

 
Regia: Rob Reiner
Anno: 1989
Titolo originale: When Harry Met Sally...
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.7)
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Colpevole vostro onore. Con un ritardo di qualche secolo, ho finalmente visto Harry ti presento Sally. Prima che qualcuno mi lanci addosso una forma di pastrami, preciso a mia discolpa che il film lo conoscevo eccome, senza averlo mai visto davvero. Ne avevo sentito parlare mille volte e soprattutto conoscevo la scena, perché quella di Meg Ryan che simula l'orgasmo al ristorante è talmente epica da essere entrata nel patrimonio genetico di tutti, anche di chi non ha mai acceso un film di Rob Reiner in vita sua.

Reiner poi non è certo un regista che mi è estraneo, anzi. Ho amato molto altre sue opere, in particolare le trasposizioni di King. Misery mi ha tenuto incollato alla sedia come pochi thriller sanno fare, ma soprattutto Stand by Me, che per me è su un altro piano. Parla di ragazzini, di amicizia, di un'estate che finisce e di quella malinconia che ti resta addosso per giorni. Ecco, quando vedi che dietro a un film del genere c'è la stessa persona che ha diretto una commedia sentimentale, resti un po' spiazzato, ma in senso buono, perché capisci che il mestiere ce l'aveva davvero e che sapeva muoversi su registri molto diversi tra loro.

Così, quando mi sono deciso a recuperarlo, un po' mi sentivo come uno che va a visitare il Colosseo dopo averlo visto su cartoline, magliette e calamite del frigo per quarant'anni. Sai già com'è fatto, sai già qual è il pezzo forte, ti resta solo da capire se dal vivo ti emoziona o no.

Dirò la verità, e la dico sapendo di tirarmi addosso qualche sguardo storto: a me le commedie romantiche annoiano. Non è una posizione ideologica, non c'è nessuna crociata dietro, semplicemente non riesco a farci niente. Se poi la commedia romantica è anche leggera, leggera davvero, di quelle che scivolano via senza lasciare traccia, io comincio a guardare l'orologio dopo venti minuti. Harry ti presento Sally dura appena 95 minuti, eppure mi sono accorto di averlo fatto più di una volta.

Detto questo, sarebbe ingiusto e anche un po' stupido far finta che sia un brutto film, perché non lo è affatto. La sceneggiatura è di Nora Ephron, e i dialoghi sono scritti bene, con quel ritmo da botta e risposta che fa sembrare vera anche la conversazione più improbabile. Billy Crystal e Meg Ryan funzionano, e funzionano soprattutto insieme, con quella chimica da due che si punzecchiano senza smettere mai. Nel cast c'è anche Carrie Fisher, che ho riconosciuto con un certo piacere, essendo cresciuto con ben altre galassie. Quindi sì, il film è fatto con mestiere, con intelligenza e con una leggerezza che evidentemente è tutta voluta. La scena del ristorante, quella famosa, è girata al Katz's Delicatessen di New York, che a quanto pare ancora oggi ha un cartello appeso sopra il tavolo dove i due si sono seduti. 

Il problema, ovviamente, è mio. Ho visto un film che parla di due persone che per dodici anni si girano intorno chiedendosi se un uomo e una donna possano essere solo amici, e io mi sono ritrovato a pensare ad altro, a come sarebbe stato meglio guardare qualcosa di diverso. Questo non toglie nulla al film, ma dice parecchio sui miei gusti.

Insomma, ho rimediato, ho pagato il mio debito con la cultura popolare e posso finalmente dire di aver visto Harry ti presento Sally. Mi è piaciuto abbastanza da capire perché è rimasto nella storia, e non abbastanza da volerlo rivedere. Se amate il genere probabilmente lo adorerete ancora di più, se siete come me lo guarderete con rispetto, un certo divertimento e un orecchio già puntato sulla prossima cosa da recuperare.

domenica 25 ottobre 2026

Lecce 0 - Juventus 2

 
Siamo già arrivati al punto che con il Lecce devi vincere a tutti i costi, ma hai molti dubbi. Infatti si inizia subito col brivido rischiando di prendere gol su rinvio del portiere. È comunque la Juventus che, ovviamente, fa la partita nei primi minuti e spinge. Non mancano però i pericolo ed oggettivamente non creiamo alcunché. Il vantaggio arriva da palla inattiva con un bello schema ed il texano che torna a segnare. Poi arriva finalmente anche rete, meritata, di Douglas Luiz. Secondo tempo di confusione e senza emozioni nella prima parte: siamo fermi ed il Lecce prova a rendersi pericoloso. Noia totale, ma vittoria meritata e obbligatoria. 

Masterplan (2026)

 Regia: Thomas Vincent
Anno: 2026
Titolo originala: Masterplan
Voto e recensione: 3/10 
Pagina di IMDB )5.4)
Pagina di I Check Movies
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Sarò breve e svogliato: neanche ho perso tempo a cercare una locandina da inserire ad inizio articolo. Un thriller scritto coi piedi, con una fotografia patinata che altro non fa che renderlo inguardabile. Dialoghi e situazioni talmente imbarazzanti che vien voglia di spegnere già dopo dieci minuti. Invece mi immolo per la Patria (ah no) e lo porto a termine, giusto per testimoniarne la bruttezza. Nel frattempo mi guardo i reel, molto più interessanti, delle manifestazioni nelle piazze italiane, soppresse in molti casi da squadristi con divise, scudi e manganelli. Non partecipo, ma sto dalla parte degli oppressi. Sfrutto questo articolo per la mia solidarietà a chi manifestava civilmente, praticamente tutti, per non andare incontro alla censura. Invece di guardarvi film demenziali come questo, se potete scendete in piazza anche voi.  
 
 

Airbnb e le pulizie: io sto dalla parte degli ospiti

 

In questi giorni ho letto parecchie lamentele da parte degli host di Airbnb per le nuove regole introdotte dalla piattaforma, che limiteranno le incombenze da richiedere agli ospiti al momento del check-out. Da host anch'io, però, la penso diversamente: secondo me Airbnb sta andando nella direzione giusta. O almeno non ci vedo niente di drastico. 

Non perché chi affitta un appartamento debba trasformarsi in un servitore personale, ma perché tra il pretendere rispetto per la propria casa e trasformare la partenza in una lista di mansioni domestiche c'è una bella differenza.

Il punto è semplice: se affitto un alloggio per le vacanze, voglio che i miei ospiti si sentano in vacanza. Non al lavoro. Si tratta di affitti brevi. 

Non siamo tutti in vacanza per fare le pulizie

Immaginiamo una coppia che trascorre qualche giorno in una città d'arte. Ha pagato il soggiorno, magari anche le spese di pulizia, e l'ultimo giorno vorrebbe fare colazione con calma, visitare un museo o godersi le ultime ore prima di ripartire.

Poi legge le istruzioni per il check-out: lavare e riporre tutte le stoviglie, togliere le lenzuola, avviare la lavatrice, portare fuori la spazzatura e lasciare la casa in ordine.

A quel punto viene spontaneo chiedersi se si sia prenotato un alloggio per le vacanze oppure un turno di lavoro non retribuito.

Non significa pretendere di lasciare una discarica. Significa distinguere tra il normale rispetto della casa e le operazioni necessarie a prepararla per gli ospiti successivi.

Le pulizie costano? Facciamole pagare il giusto

Una delle obiezioni che ho letto riguarda i costi. Se gli ospiti non devono più occuparsi di determinate attività, qualcuno dovrà pur farle. Vero, ma non mi sembra un motivo sufficiente per opporsi alle nuove regole.

Se le pulizie mi costano più di quanto avevo previsto, posso rivedere la tariffa dedicata. Se il mio appartamento non è sostenibile ai prezzi attuali, devo rivedere i conti. È il normale funzionamento di un'attività.

Non sto dicendo che i prezzi debbano aumentare per forza, ma che eventuali costi aggiuntivi vadano gestiti in maniera trasparente, anziché recuperati chiedendo al cliente di occuparsi di una parte del servizio.

Del resto, se propongo un alloggio per una vacanza comoda e indipendente, non posso stupirmi se gli ospiti desiderano proprio comodità e indipendenza.

Rispettare la casa è una cosa, fare il personale è un'altra

Naturalmente, anche gli ospiti devono fare la loro parte. Un appartamento non è un contenitore usa e getta: è giusto chiedere di rispettare gli orari di silenzio, non fumare dove è vietato, evitare feste non autorizzate e segnalare eventuali danni.

Le nuove regole non impediscono nemmeno di chiedere piccole attenzioni, come raccogliere gli asciugamani utilizzati, separare i rifiuti o lasciare le stoviglie nel lavello. La differenza sta nel non trasformare queste richieste in un elenco di faccende da sbrigare prima di partire.

C'è poi un aspetto che, secondo me, viene spesso trascurato nelle polemiche: noi host dobbiamo garantire che chi arriva dopo trovi un alloggio pulito.

Facciamo un esempio. Una famiglia prenota il mio appartamento per una settimana. Nei primi giorni utilizza piatti, bicchieri e pentole e, naturalmente, lava le stoviglie che le servono. È del tutto normale: non avrebbe senso pretendere che sia io a lavare i piatti dopo ogni pasto.

Ma al momento della partenza, se gli ospiti lavano tutto prima di andare via, io devo comunque verificare che il risultato sia adeguato. Le stoviglie sono davvero pulite? Sono state asciugate e riposte correttamente? Oppure devo fidarmi e metterle direttamente a disposizione di chi arriva dopo?

Personalmente preferisco controllare. E potrei finire per lavare nuovamente cose già lavate dagli ospiti, semplicemente perché non so quanto accuratamente sia stato fatto il lavoro. In pratica, rischierei di fare due volte la stessa cosa.

Ecco perché, a mio parere, ha più senso che gli ospiti si occupino normalmente delle stoviglie durante il soggiorno, mentre la pulizia finale resti a carico di chi gestisce l'alloggio. Non è una questione di pretendere meno collaborazione: è una questione di organizzazione e di responsabilità sul risultato.

Non voglio che gli ospiti lascino avanzi in giro o la cucina in condizioni disastrose. Voglio semplicemente evitare di chiedere loro di svolgere attività che dovrò comunque controllare e che, in ultima analisi, spettano a me per garantire la qualità del soggiorno successivo.

Un buon host non è quello che pretende di più

Credo che una parte delle polemiche nasca da un equivoco sul significato stesso dell'ospitalità. Mettere a disposizione un appartamento non significa soltanto consegnare le chiavi e incassare il pagamento: significa offrire un servizio, con tutto quello che comporta, dalla manutenzione alla pulizia.

Non vuol dire accettare qualsiasi comportamento o lavorare in perdita. Vuol dire stabilire un prezzo adeguato, organizzarsi e chiarire fin dall'inizio cosa è compreso nel soggiorno.

Un alloggio che offre un'esperienza semplice e senza sorprese può essere più interessante di uno apparentemente economico, ma accompagnato da una lunga lista di incombenze finali. E questo si riflette anche sulla reputazione dell'host e sulla possibilità che gli ospiti decidano di tornare.

Airbnb non sta chiedendo agli host di lavorare gratis

Le nuove direttive non risolvono tutti i problemi di chi affitta. I costi esistono, gli ospiti maleducati esistono e le case non si puliscono da sole. Sarebbe bello, ma temo che la tecnologia non sia ancora arrivata a tanto.

Il punto è rendere più chiaro ciò che un ospite può ragionevolmente aspettarsi e ciò che un host può legittimamente chiedere. Regole trasparenti significano meno malintesi e aspettative più chiare per entrambe le parti.

Si può discutere sui dettagli delle disposizioni e sulle situazioni particolari, ma non vedo perché difendere a oltranza qualsiasi abitudine consolidata.

In fondo, quando prenoto una vacanza, voglio tornare a casa con dei bei ricordi, non con la soddisfazione di aver lavato anche l'ultima forchetta prima di partire.

Se faccio l'host, il mio obiettivo è offrire un posto in cui le persone possano godersi le vacanze. E mi sembra ragionevole che, almeno al momento del check-out, possano pensare alla valigia anziché alle faccende domestiche.


sabato 24 ottobre 2026

Vinci, Leonardo e il carro armato

 

Ogni tanto basta una gitarella fuori porta per staccare dalla solita routine e ritrovarsi in un posto che ha qualcosa da raccontare. Stavolta la meta è stata Vinci, nel cuore delle colline toscane, un borgo che deve buona parte della sua fama a uno dei personaggi più straordinari della nostra storia: non Elon Musk, ma Leonardo da Vinci.

La visita aveva due obiettivi ben precisi: il Museo Leonardiano e la casa natale di Leonardo, ad Anchiano, a pochi chilometri dal centro. Vinci è naturalmente legata al suo cittadino più illustre, nato il 15 aprile 1452 (cosa che non tutti sanno), ma il bello è che qui non ci si limita a celebrare il pittore della Gioconda e dell'Ultima Cena. Il museo permette infatti di scoprire anche l'altro Leonardo, quello ingegnere, inventore e studioso che passava da un'idea all'altra con una curiosità praticamente inesauribile.

Il Museo Leonardiano è distribuito tra alcuni immobili come la Palazzina Uzielli e il Castello dei Conti Guidi, un edificio medievale che ospita anche una parte delle collezioni dedicate alle macchine da guerra, al volo e all'ingegneria. Quello che si osserva sono modelli e ricostruzioni realizzati a partire dai disegni e dagli appunti leonardeschi: non soltanto oggetti curiosi da guardare, ma tentativi di dare una forma concreta a idee che, in molti casi, erano decisamente avanti rispetto ai tempi. Alcune sembrano quasi uscite da un film di fantascienza, se pensiamo che furono concepite secoli prima che la tecnologia potesse davvero renderle possibili.

Tra tutte le opere esposte, però, ce n'è una che continua ad avere un posto speciale nei miei ricordi: il carro armato. Non è una sorpresa, visto che mi aveva colpito già durante una visita di circa trent'anni fa. Tanto che, all'epoca, finii persino per acquistare un modellino da portare a casa. Evidentemente certe passioni non passano: cambiano gli anni, ma davanti a certe invenzioni torno a essere quel visitatore di allora. Nonostante sia un pacifista, sia chiaro. 

Il progetto di Leonardo è affascinante soprattutto per come prova a risolvere un problema molto concreto: avanzare sul campo di battaglia proteggendo gli uomini al suo interno e permettendo loro di attaccare il nemico. La macchina ha una forma simile a quella di una grande testuggine, con una copertura che avrebbe dovuto proteggere l'equipaggio e una serie di cannoni disposti lungo il perimetro, capaci di sparare in diverse direzioni. Nella parte superiore è prevista una torretta con aperture per osservare ciò che accade intorno e coordinare le manovre.

A muovere il tutto, almeno nelle intenzioni del progetto, sarebbe stato un sistema di ingranaggi collegato alle ruote, azionato attraverso manovelle da un gruppo di uomini. Insomma, niente motore diesel, cingoli o telecomandi: soltanto ingegno, forza muscolare e una quantità notevole di meccanica. Il concetto richiama quello dei carri coperti utilizzati in guerra già in epoche precedenti, ma Leonardo lo rielabora a modo suo, cercando di concentrare in un unico mezzo protezione, mobilità e potenza di fuoco.



Il modello che si vede al museo rende tutto questo molto più immediato rispetto a un semplice disegno. Si può osservare la struttura, immaginare gli uomini impegnati a farla avanzare e provare a figurarsi l'effetto che una simile macchina avrebbe potuto produrre agli occhi di un soldato del Quattrocento. Non è difficile capire perché mi fosse rimasta impressa già da ragazzo: ha qualcosa di minaccioso, curioso e quasi fantastico allo stesso tempo.

Dopo il museo, la tappa alla casa natale di Anchiano aggiunge un altro tassello alla visita. Qui il contesto cambia completamente: lasciate le macchine e le sale espositive, si arriva a una semplice dimora di campagna immersa nel paesaggio del Montalbano, tra colline e ulivi. La tradizione identifica questo luogo come la casa in cui nacque Leonardo, anche se la ricostruzione storica delle sue origini non è priva di qualche incertezza. Oggi il percorso comprende contenuti multimediali che raccontano la sua vita e il legame con queste terre.



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Album fotografico Gita familiare a Vinci 

venerdì 23 ottobre 2026

Green Day - Insomniac



Artista: Green Day 
Anno: 1995
Tracce: 14
Formato: CD 
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Con i Green Day avevo già raccontato Dookie come colonna sonora del pratone di Baratti, e Nimrod come il disco in cui la band cercava qualcosa di diverso da se stessa. Insomniac  sta nel mezzo, cronologicamente e spiritualmente, ed è il disco che meno assomiglia a quello che i fan si aspettavano dopo il successo enorme di Dookie.

Il contesto è quello di una band che in un anno e mezzo era passata dall'underground californiano a sedici milioni di copie vendute, ai concerti nei palasport, alle accuse di aver venduto l'anima alla major. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool erano diventati ricchi e famosi, e non sapevano esattamente cosa farsene. Insomniac nasce in fretta, dalla necessità di elaborare quella pressione piuttosto che di costruire un capolavoro: Armstrong lo ha definito il disco "più onesto" della band, quello che dovevano fare, non quello che i fan volevano. Si sente.

È più corto, più veloce, più incazzato di Dookie. Quattordici brani in poco più di mezzora, con quasi nessuna concessione alla melodia immediata che aveva reso il predecessore così accessibile. Armatage Shanks apre senza preavviso. Stuck with Me è forse il momento più riuscito del disco, uno di quei brani che avrebbe potuto stare tranquillamente in Dookie senza sfigurare. Geek Stink Breath, singolo apripista, racconta gli effetti delle anfetamine con una franchezza quasi disturbante, anche se musicalmente è tra i meno convincenti. Brain Stew è il brano che meglio invecchia: lento, quasi ipnotico per i loro standard, costruito su un riff ripetitivo e discendente che si incide in testa meglio di molte cose più elaborate. Panic Song ha un intro di basso di quasi due minuti prima che il brano esploda, e quei due minuti sono già un segnale di qualcosa che stava cambiando.

Vendette quattro milioni di copie, contro i sedici di Dookie, e fu considerato un relativo insuccesso commerciale. In realtà è uno dei dischi più sinceri della loro carriera, anche se non il più bello. La versione dark e notturna di Dookie, come qualcuno l'ha definita: meno radiofonico, meno sorridente, più utile a capire dove stesse andando davvero la band.