domenica 25 ottobre 2026

Masterplan (2026)

 Regia: Thomas Vincent
Anno: 2026
Titolo originala: Masterplan
Voto e recensione: 3/10 
Pagina di IMDB )5.4)
Pagina di I Check Movies
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Sarò breve e svogliato: neanche ho perso tempo a cercare una locandina da inserire ad inizio articolo. Un thriller scritto coi piedi, con una fotografia patinata che altro non fa che renderlo inguardabile. Dialoghi e situazioni talmente imbarazzanti che vien voglia di spegnere già dopo dieci minuti. Invece mi immolo per la Patria (ah no) e lo porto a termine, giusto per testimoniarne la bruttezza. Nel frattempo mi guardo i reel, molto più interessanti, delle manifestazioni nelle piazze italiane, soppresse in molti casi da squadristi con divise, scudi e manganelli. Non partecipo, ma sto dalla parte degli oppressi. Sfrutto questo articolo per la mia solidarietà a chi manifestava civilmente, praticamente tutti, per non andare incontro alla censura. Invece di guardarvi film demenziali come questo, se potete scendete in piazza anche voi.  
 
 

Airbnb e le pulizie: io sto dalla parte degli ospiti

 

In questi giorni ho letto parecchie lamentele da parte degli host di Airbnb per le nuove regole introdotte dalla piattaforma, che limiteranno le incombenze da richiedere agli ospiti al momento del check-out. Da host anch'io, però, la penso diversamente: secondo me Airbnb sta andando nella direzione giusta. O almeno non ci vedo niente di drastico. 

Non perché chi affitta un appartamento debba trasformarsi in un servitore personale, ma perché tra il pretendere rispetto per la propria casa e trasformare la partenza in una lista di mansioni domestiche c'è una bella differenza.

Il punto è semplice: se affitto un alloggio per le vacanze, voglio che i miei ospiti si sentano in vacanza. Non al lavoro. Si tratta di affitti brevi. 

Non siamo tutti in vacanza per fare le pulizie

Immaginiamo una coppia che trascorre qualche giorno in una città d'arte. Ha pagato il soggiorno, magari anche le spese di pulizia, e l'ultimo giorno vorrebbe fare colazione con calma, visitare un museo o godersi le ultime ore prima di ripartire.

Poi legge le istruzioni per il check-out: lavare e riporre tutte le stoviglie, togliere le lenzuola, avviare la lavatrice, portare fuori la spazzatura e lasciare la casa in ordine.

A quel punto viene spontaneo chiedersi se si sia prenotato un alloggio per le vacanze oppure un turno di lavoro non retribuito.

Non significa pretendere di lasciare una discarica. Significa distinguere tra il normale rispetto della casa e le operazioni necessarie a prepararla per gli ospiti successivi.

Le pulizie costano? Facciamole pagare il giusto

Una delle obiezioni che ho letto riguarda i costi. Se gli ospiti non devono più occuparsi di determinate attività, qualcuno dovrà pur farle. Vero, ma non mi sembra un motivo sufficiente per opporsi alle nuove regole.

Se le pulizie mi costano più di quanto avevo previsto, posso rivedere la tariffa dedicata. Se il mio appartamento non è sostenibile ai prezzi attuali, devo rivedere i conti. È il normale funzionamento di un'attività.

Non sto dicendo che i prezzi debbano aumentare per forza, ma che eventuali costi aggiuntivi vadano gestiti in maniera trasparente, anziché recuperati chiedendo al cliente di occuparsi di una parte del servizio.

Del resto, se propongo un alloggio per una vacanza comoda e indipendente, non posso stupirmi se gli ospiti desiderano proprio comodità e indipendenza.

Rispettare la casa è una cosa, fare il personale è un'altra

Naturalmente, anche gli ospiti devono fare la loro parte. Un appartamento non è un contenitore usa e getta: è giusto chiedere di rispettare gli orari di silenzio, non fumare dove è vietato, evitare feste non autorizzate e segnalare eventuali danni.

Le nuove regole non impediscono nemmeno di chiedere piccole attenzioni, come raccogliere gli asciugamani utilizzati, separare i rifiuti o lasciare le stoviglie nel lavello. La differenza sta nel non trasformare queste richieste in un elenco di faccende da sbrigare prima di partire.

C'è poi un aspetto che, secondo me, viene spesso trascurato nelle polemiche: noi host dobbiamo garantire che chi arriva dopo trovi un alloggio pulito.

Facciamo un esempio. Una famiglia prenota il mio appartamento per una settimana. Nei primi giorni utilizza piatti, bicchieri e pentole e, naturalmente, lava le stoviglie che le servono. È del tutto normale: non avrebbe senso pretendere che sia io a lavare i piatti dopo ogni pasto.

Ma al momento della partenza, se gli ospiti lavano tutto prima di andare via, io devo comunque verificare che il risultato sia adeguato. Le stoviglie sono davvero pulite? Sono state asciugate e riposte correttamente? Oppure devo fidarmi e metterle direttamente a disposizione di chi arriva dopo?

Personalmente preferisco controllare. E potrei finire per lavare nuovamente cose già lavate dagli ospiti, semplicemente perché non so quanto accuratamente sia stato fatto il lavoro. In pratica, rischierei di fare due volte la stessa cosa.

Ecco perché, a mio parere, ha più senso che gli ospiti si occupino normalmente delle stoviglie durante il soggiorno, mentre la pulizia finale resti a carico di chi gestisce l'alloggio. Non è una questione di pretendere meno collaborazione: è una questione di organizzazione e di responsabilità sul risultato.

Non voglio che gli ospiti lascino avanzi in giro o la cucina in condizioni disastrose. Voglio semplicemente evitare di chiedere loro di svolgere attività che dovrò comunque controllare e che, in ultima analisi, spettano a me per garantire la qualità del soggiorno successivo.

Un buon host non è quello che pretende di più

Credo che una parte delle polemiche nasca da un equivoco sul significato stesso dell'ospitalità. Mettere a disposizione un appartamento non significa soltanto consegnare le chiavi e incassare il pagamento: significa offrire un servizio, con tutto quello che comporta, dalla manutenzione alla pulizia.

Non vuol dire accettare qualsiasi comportamento o lavorare in perdita. Vuol dire stabilire un prezzo adeguato, organizzarsi e chiarire fin dall'inizio cosa è compreso nel soggiorno.

Un alloggio che offre un'esperienza semplice e senza sorprese può essere più interessante di uno apparentemente economico, ma accompagnato da una lunga lista di incombenze finali. E questo si riflette anche sulla reputazione dell'host e sulla possibilità che gli ospiti decidano di tornare.

Airbnb non sta chiedendo agli host di lavorare gratis

Le nuove direttive non risolvono tutti i problemi di chi affitta. I costi esistono, gli ospiti maleducati esistono e le case non si puliscono da sole. Sarebbe bello, ma temo che la tecnologia non sia ancora arrivata a tanto.

Il punto è rendere più chiaro ciò che un ospite può ragionevolmente aspettarsi e ciò che un host può legittimamente chiedere. Regole trasparenti significano meno malintesi e aspettative più chiare per entrambe le parti.

Si può discutere sui dettagli delle disposizioni e sulle situazioni particolari, ma non vedo perché difendere a oltranza qualsiasi abitudine consolidata.

In fondo, quando prenoto una vacanza, voglio tornare a casa con dei bei ricordi, non con la soddisfazione di aver lavato anche l'ultima forchetta prima di partire.

Se faccio l'host, il mio obiettivo è offrire un posto in cui le persone possano godersi le vacanze. E mi sembra ragionevole che, almeno al momento del check-out, possano pensare alla valigia anziché alle faccende domestiche.


sabato 24 ottobre 2026

Vinci, Leonardo e il carro armato

 

Ogni tanto basta una gitarella fuori porta per staccare dalla solita routine e ritrovarsi in un posto che ha qualcosa da raccontare. Stavolta la meta è stata Vinci, nel cuore delle colline toscane, un borgo che deve buona parte della sua fama a uno dei personaggi più straordinari della nostra storia: non Elon Musk, ma Leonardo da Vinci.

La visita aveva due obiettivi ben precisi: il Museo Leonardiano e la casa natale di Leonardo, ad Anchiano, a pochi chilometri dal centro. Vinci è naturalmente legata al suo cittadino più illustre, nato il 15 aprile 1452 (cosa che non tutti sanno), ma il bello è che qui non ci si limita a celebrare il pittore della Gioconda e dell'Ultima Cena. Il museo permette infatti di scoprire anche l'altro Leonardo, quello ingegnere, inventore e studioso che passava da un'idea all'altra con una curiosità praticamente inesauribile.

Il Museo Leonardiano è distribuito tra alcuni immobili come la Palazzina Uzielli e il Castello dei Conti Guidi, un edificio medievale che ospita anche una parte delle collezioni dedicate alle macchine da guerra, al volo e all'ingegneria. Quello che si osserva sono modelli e ricostruzioni realizzati a partire dai disegni e dagli appunti leonardeschi: non soltanto oggetti curiosi da guardare, ma tentativi di dare una forma concreta a idee che, in molti casi, erano decisamente avanti rispetto ai tempi. Alcune sembrano quasi uscite da un film di fantascienza, se pensiamo che furono concepite secoli prima che la tecnologia potesse davvero renderle possibili.

Tra tutte le opere esposte, però, ce n'è una che continua ad avere un posto speciale nei miei ricordi: il carro armato. Non è una sorpresa, visto che mi aveva colpito già durante una visita di circa trent'anni fa. Tanto che, all'epoca, finii persino per acquistare un modellino da portare a casa. Evidentemente certe passioni non passano: cambiano gli anni, ma davanti a certe invenzioni torno a essere quel visitatore di allora. Nonostante sia un pacifista, sia chiaro. 

Il progetto di Leonardo è affascinante soprattutto per come prova a risolvere un problema molto concreto: avanzare sul campo di battaglia proteggendo gli uomini al suo interno e permettendo loro di attaccare il nemico. La macchina ha una forma simile a quella di una grande testuggine, con una copertura che avrebbe dovuto proteggere l'equipaggio e una serie di cannoni disposti lungo il perimetro, capaci di sparare in diverse direzioni. Nella parte superiore è prevista una torretta con aperture per osservare ciò che accade intorno e coordinare le manovre.

A muovere il tutto, almeno nelle intenzioni del progetto, sarebbe stato un sistema di ingranaggi collegato alle ruote, azionato attraverso manovelle da un gruppo di uomini. Insomma, niente motore diesel, cingoli o telecomandi: soltanto ingegno, forza muscolare e una quantità notevole di meccanica. Il concetto richiama quello dei carri coperti utilizzati in guerra già in epoche precedenti, ma Leonardo lo rielabora a modo suo, cercando di concentrare in un unico mezzo protezione, mobilità e potenza di fuoco.



Il modello che si vede al museo rende tutto questo molto più immediato rispetto a un semplice disegno. Si può osservare la struttura, immaginare gli uomini impegnati a farla avanzare e provare a figurarsi l'effetto che una simile macchina avrebbe potuto produrre agli occhi di un soldato del Quattrocento. Non è difficile capire perché mi fosse rimasta impressa già da ragazzo: ha qualcosa di minaccioso, curioso e quasi fantastico allo stesso tempo.

Dopo il museo, la tappa alla casa natale di Anchiano aggiunge un altro tassello alla visita. Qui il contesto cambia completamente: lasciate le macchine e le sale espositive, si arriva a una semplice dimora di campagna immersa nel paesaggio del Montalbano, tra colline e ulivi. La tradizione identifica questo luogo come la casa in cui nacque Leonardo, anche se la ricostruzione storica delle sue origini non è priva di qualche incertezza. Oggi il percorso comprende contenuti multimediali che raccontano la sua vita e il legame con queste terre.



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Album fotografico Gita familiare a Vinci 

venerdì 23 ottobre 2026

Green Day - Insomniac



Artista: Green Day 
Anno: 1995
Tracce: 14
Formato: CD 
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Con i Green Day avevo già raccontato Dookie come colonna sonora del pratone di Baratti, e Nimrod come il disco in cui la band cercava qualcosa di diverso da se stessa. Insomniac  sta nel mezzo, cronologicamente e spiritualmente, ed è il disco che meno assomiglia a quello che i fan si aspettavano dopo il successo enorme di Dookie.

Il contesto è quello di una band che in un anno e mezzo era passata dall'underground californiano a sedici milioni di copie vendute, ai concerti nei palasport, alle accuse di aver venduto l'anima alla major. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool erano diventati ricchi e famosi, e non sapevano esattamente cosa farsene. Insomniac nasce in fretta, dalla necessità di elaborare quella pressione piuttosto che di costruire un capolavoro: Armstrong lo ha definito il disco "più onesto" della band, quello che dovevano fare, non quello che i fan volevano. Si sente.

È più corto, più veloce, più incazzato di Dookie. Quattordici brani in poco più di mezzora, con quasi nessuna concessione alla melodia immediata che aveva reso il predecessore così accessibile. Armatage Shanks apre senza preavviso. Stuck with Me è forse il momento più riuscito del disco, uno di quei brani che avrebbe potuto stare tranquillamente in Dookie senza sfigurare. Geek Stink Breath, singolo apripista, racconta gli effetti delle anfetamine con una franchezza quasi disturbante, anche se musicalmente è tra i meno convincenti. Brain Stew è il brano che meglio invecchia: lento, quasi ipnotico per i loro standard, costruito su un riff ripetitivo e discendente che si incide in testa meglio di molte cose più elaborate. Panic Song ha un intro di basso di quasi due minuti prima che il brano esploda, e quei due minuti sono già un segnale di qualcosa che stava cambiando.

Vendette quattro milioni di copie, contro i sedici di Dookie, e fu considerato un relativo insuccesso commerciale. In realtà è uno dei dischi più sinceri della loro carriera, anche se non il più bello. La versione dark e notturna di Dookie, come qualcuno l'ha definita: meno radiofonico, meno sorridente, più utile a capire dove stesse andando davvero la band.

giovedì 22 ottobre 2026

Senso (1954)

 

Regia: Luchino Visconti
Anno: 1954
Titolo originale: Senso 
Voto e recensione: 5/10
Pagina di IMDB (7.4)
Pagina di I Check Movies
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Lo dico subito con onestà, il film storico, romantico e in costume non è proprio il mio genere. Se ne parlo comunque è perché volevo recuperare un pezzo importante del nostro cinema che mi è stato suggerito, e armato di Santa Pazienza ho guardato Senso di Luchino Visconti fino in fondo. Il film è del 1954, tratto da una novella di Camillo Boito della fine dell'Ottocento (che non ho letto, ma so che qui è stata ampliata). Il cast è guidato da Alida Valli e Farley Granger, con Massimo Girotti a completare il terzetto principale.

La storia è ambientata a Venezia nel 1866, in piena occupazione austriaca e mentre l'Italia si prepara alla guerra. Tutto comincia a teatro, durante una rappresentazione del Trovatore di Verdi che si trasforma in una manifestazione contro gli austriaci. Da lì nasce la passione tra la contessa Livia Serpieri e un giovane tenente austriaco, Franz Mahler, un amore che la porta a rischiare famiglia, posizione sociale e patrimonio per un uomo che dall'altra parte della barricata sta con il nemico e soprattutto pensa a se stesso. Ve lo dico così per non rovinarvi il resto, perché la parte che viene dopo conviene vederla con i propri occhi.

Dal punto di vista scenografico e della ricostruzione degli ambienti, considerando appunto che è stato girato nel 1954, devo dire che mi trovo d'accordo: è monumentale e preciso. Interni, costumi, palazzi e luci sono curati in un modo che ancora oggi lascia a bocca aperta, con il Technicolor a dare un colore pieno e ricco a ogni inquadratura. Se c'è una cosa che ho apprezzato senza riserve, è questa. Perfino io, che non sono un fan del genere, ogni tanto mi fermavo a guardare lo sfondo più che i personaggi principali, accerchiati anche da un numero incredibile di comparse.  Il tema del tradimento, che è un argomento sostanzioso, non si limita al piano amoroso. Il tradimento di Livia è verso il marito, certo, ma anche verso i propri ideali e verso la causa patriottica, e il film sembra voler dire che la fedeltà e la lealtà sono cose che si rompono su più livelli insieme. Quindi non solo una storia di passione, ma qualcosa di più morale e generale, che dà un po' di sostanza a quello che altrimenti sarebbe un melodramma in costume.

Poi mi sono cercato qualche informazione extra su Wikipedia e ho scoperto che il film ha subito una forte censura e molti tagli. Per me è una cosa abbastanza inspiegabile per un film di questo genere, che a prima vista sembra solo una storia d'amore ottocentesca. Da quello che ho letto in giro, però, a dare fastidio sarebbe stato il modo in cui venivano mostrati i soldati italiani, non proprio da eroi, e addirittura il finale originale è stato rigirato su richiesta dei censori. Insomma, anche una storia in costume negli anni cinquanta poteva toccare nervi scoperti, e questa curiosità da sola mi ha fatto guardare il film con altri occhi.

 Un film lungo e solenne, da guardare con calma, e che per chi ama il cinema italiano classico è sicuramente un titolo da conoscere.

mercoledì 21 ottobre 2026

Il tempo libero è diventato un lavoro?

 
C'è una cosa curiosa nel modo in cui viviamo il tempo libero: sembra che non siamo più capaci di limitarci a godercelo. Dobbiamo riempirlo, organizzarlo, ottimizzarlo e, possibilmente, dimostrare di aver fatto qualcosa di interessante. Anche quando smettiamo di lavorare, insomma, rischiamo di continuare a comportarci come se fossimo in ufficio.

Prendiamo un fine settimana qualsiasi. Una passeggiata diventa un trekking da programmare con tanto di traccia GPS, dislivello, chilometri e tempi di percorrenza. Una visita a una città si trasforma in una lista di monumenti da spuntare. Un film non è più soltanto un film, ma qualcosa da vedere, giudicare, recensire e magari inserire in qualche classifica personale. Persino la lettura può diventare una gara contro il numero di libri dell'anno precedente.

Non c'è niente di male in tutto questo. Anzi, pianificare le proprie passioni può essere divertente e permette spesso di ottenere molto di più da una giornata. Il problema nasce quando l'organizzazione prende il posto del piacere e ogni attività sembra avere bisogno di una giustificazione.

Abbiamo davvero bisogno di tornare da un viaggio con la sensazione di aver visto tutto? È indispensabile raggiungere una vetta per poter dire di aver fatto una bella escursione? E se una domenica pomeriggio trascorsa a casa, magari leggendo qualche pagina o guardando un vecchio film, fosse semplicemente una domenica ben spesa?

Il sospetto è che una parte della questione abbia a che fare con il modo in cui oggi raccontiamo le nostre vite. I social network hanno trasformato molte esperienze in occasioni per produrre immagini e contenuti. Non basta più andare in un posto: sembra quasi necessario dimostrare di esserci stati. Il panorama diventa una fotografia, il concerto una sequenza di video sul telefono, la cena un piccolo servizio fotografico prima ancora di assaggiare quello che abbiamo nel piatto.

Naturalmente non è una novità assoluta. Anche prima di Internet le persone scattavano fotografie, collezionavano ricordi e raccontavano le proprie avventure. La differenza è che oggi possiamo farlo continuamente, raggiungendo un pubblico potenzialmente enorme e confrontando le nostre giornate con quelle, accuratamente selezionate, degli altri.

E così il tempo libero rischia di diventare una specie di curriculum personale. Bisogna essere sportivi, curiosi, viaggiatori, lettori, appassionati di cinema, frequentatori di mostre e possibilmente anche ottimi cuochi. Tutto contemporaneamente, perché altrimenti sembra di stare sprecando qualche opportunità.

La cosa paradossale è che spesso abbiamo organizzato le nostre passioni proprio per sfuggire alla routine quotidiana. Poi, però, finiamo per costruirne una nuova, con obiettivi, scadenze e risultati da raggiungere. Cambiano le attività, ma la mentalità rimane la stessa.

Forse la soluzione non consiste nel rinunciare a programmare, né nel fingere che vivere alla giornata sia sempre possibile. Chi ha un lavoro, impegni familiari e un budget da rispettare sa benissimo che un minimo di organizzazione è indispensabile. Si tratta piuttosto di ricordarsi perché facciamo determinate cose.

Camminare in montagna dovrebbe essere un piacere, non soltanto un numero da aggiungere al contatore dei chilometri. Leggere un libro non dovrebbe diventare una competizione con se stessi. Visitare una mostra non richiede necessariamente di conoscere ogni dettaglio dell'artista. E non c'è nulla di male nel trascorrere un pomeriggio senza produrre assolutamente niente di utile, interessante o raccontabile.

Anche annoiarsi, ogni tanto, potrebbe essere una buona abitudine. Non quella noia disperata che ci fa guardare l'orologio ogni trenta secondi, ma uno spazio vuoto nel quale non dobbiamo necessariamente decidere cosa fare dopo. Un tempo che non ha bisogno di essere riempito immediatamente da notifiche, video o programmi per il fine settimana successivo.

In fondo, il tempo libero dovrebbe essere proprio questo: tempo nel quale possiamo scegliere, anche di non scegliere niente.

Non è necessario trasformare ogni giornata in un'esperienza memorabile. Non tutte le domeniche devono diventare un'avventura, non tutte le serate meritano una fotografia e non tutti i momenti devono lasciare qualcosa da raccontare.

A volte una giornata è riuscita semplicemente perché siamo stati bene. Senza aver conquistato una vetta, visitato cinque musei o raggiunto un nuovo record personale sui 7km.

E forse il vero lusso, oggi, non è avere più tempo libero. È riuscire a viverlo senza sentirsi in dovere di dimostrare di averlo utilizzato nel modo migliore.

Se anche il divertimento comincia a sembrarci un impegno da portare a termine, forse è arrivato il momento di fermarci un attimo. Non per pianificare meglio la prossima giornata, ma per ricordarci che, qualche volta, non fare niente è già un ottimo programma. Maremma cane, come sono saggio.